Sabato 06 Giugno 2020 | 23:58

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La scrittrice Patrizia Rossini

l'autrice

Chi di voi avrebbe mai potuto immaginare che una serie di aerei, si abbattessero su palazzi e civili procurando migliaia di morti? Chi di voi avrebbe mai potuto immaginare che un giorno di dicembre del 2004 lo tsunami, che conoscevamo solo nel suo significato epistemologico, si sarebbe abbattuto con le conseguenze che abbiamo visto tutti?

Chi di voi avrebbe potuto immaginare che un bel giorno il mondo si sarebbe fermato, chiuso in casa, senza scuola, senza lavoro, senza contatti umani, o fuori casa solo per esigenze improcrastinabili e bardati dietro mascherine per settimane e settimane?Quando penso alla mia esperienza di tumore al seno, penso a queste situazioni inimmaginabili, impensabili, quelle situazioni che arrivano e cambiano tutto. Non abbiamo la forza cosciente di prevedere tutto ciò che è così forte e così prorompente, preferiamo tenerle lì, in quella stanza buia, le catastrofi. Arriva però il momento in cui quella porta si apre e la consapevolezza deve fare i conti con la realtà dei fatti, con ciò che nella vita può accadere e accade. Di colpo tutto il mondo non c’è più, non c’è più aria, non c’è più luce: buio totale!

Ti senti annaspare in una massa d’acqua come se stessi al centro del mare e ti senti risucchiare in un vortice di correnti mortali. Arriva così la diagnosi di tumore, come l’attacco alle torri gemelle, come uno tsunami, come la pandemia da Covid 19, senza avvisare, senza darti il tempo di prepararti. Arriva e colpisce. E così ti ritrovi a fare la trafila delle diagnosi, delle scelte mediche e ti imbatti in vari tipi di medici, alcuni anche crudi e senza fronzoli, diretti nel dirti che a 44 anni, con un tumore di 3 cm, non hai molte possibilità di vita. Senti perdere il fiato, il cuore scoppiare dentro al petto, la morsa dei crampi attanagliare i muscoli. Affoghi, mentre fuori di te tutto continua come se nulla fosse successo: le voci, le risate, il traffico, il giorno e la notte. Il sole splende ancora e l’aria profuma di estate. E così dopo l’iter delle decisioni da prendere, che intervento? quando? chi? dove? l’asportazione viene effettuata, compresi i linfonodi, di cui uno metastatizzato. La prima volta davanti allo specchio, prendere atto dell’amputazione distrugge parte dell’anima, la consuma piano piano ogni volta in cui ti medicano tra un catetere di drenaggio e l’altro.

Si torna a casa, ma la strada è ancora lunga, piena di insidie. Arriva il momento della prima visita dall’oncologo che fa più paura dell’intervento stesso. Al ritorno da quel primo incontro chiudi tutti gli accessi a te e agli altri. Nonostante le richieste insistenti non parli, non rispondi al telefono, piangi, muta, non ceni. Stesa su quel divano, non ti muovi di lì. Tutto il giorno, tutta la notte e il giorno ancora. Guardi fisso nel vuoto un domani che non vedi e forse non c’è. Ti si prospetta una vita tranquilla, al fresco, dove poter fare passeggiate. Mare no, sole no, barca no, palestra no. Ti dicono che non potrai neanche portare una busta con la spesa. Proprio la vita che fa per te.Tanti i momenti di disperazione in cui pensi che se non avessi fatto niente, se fossi rimasta immobile dopo quella diagnosi, avresti aspettato e la fine in qualche modo sarebbe arrivata. Ma tanti altri in cui senti dentro una forza inimmaginabile, che non credevi di avere assolutamente. Questa forza, invece, c’è ed è la tua salvezza, la tua unica salvezza ed è dentro di te, solo dentro di te. Con la chemio comincia l’apnea. Con il respiro bloccato, i sentimenti bloccati vai avanti lasciandoti trasportare dalla corrente, avendo di volta in volta, come unico obiettivo, solo lo step della terapia successiva. Prima somministrazione: aspetti sul balcone della clinica, pantaloni verde militare e maglietta in tinta, ti aggiri con le mani in tasca. Passi uno dietro l’altro, lenti, i passi del tempo perduto, i passi dell’attesa, del congelamento del cuore, dell’arresto del respiro… i passi del non ritorno. Una leggera brezza scosta dal viso i tuoi capelli: guardi i contorni della tua immagine riflessa nel vetro della finestra, i tuoi tanti capelli sono lunghi, belli e già dilaga il terrore di perderli. Analisi del sangue, elettrocardiogramma, visita…e poi si inizia. Una flebo dietro l’altra in attesa di qualche reazione, di una possibile risposta. E poi arriva, l’organismo risponde: un senso di nausea profonda ti pervade da cima a fondo, sale lenta dalle estremità dei piedi fin sopra il cuoio capelluto. È lei, è la chemio che entra in azione. La sera a casa vomiti, conati di vomito prorompenti, ma di nascosto, tra un «stasera non mi sento bene, qualcosa mi avrà fatto male» e l’altro.

I tuoi figli non sanno , non sanno ancora tutto, non vuoi dare loro quel dolore e farli vivere con l’ansia di avere una mamma, la loro mamma, malata di cancro…o forse non hai tu ancora la forza di guardarli negli occhi e di dire loro questa pesante verità perché ancora tu non riesci ad accettare questa pesante verità.Quello che succede dopo il primo ciclo di chemio è inimmaginabile e indescrivibile con le parole. Sì, tutto come da cliché, ma viverlo è un’altra cosa. I capelli cadono, inesorabilmente, basta toccarli e intorno a te si crea un tappeto di capelli, lunghi, i tuoi capelli che non ti appartengono più, che stanno andando via. Decidi di portarli mossi per evitare ulteriori stress. Ti fai sistemare le ciocche in modo da coprire i primi buchi che appaiono qua e là. Sono le messe in piega più tristi e angoscianti della tua vita, sembra che il tempo non finisca mai. Dopo tre settimane, ormai gli spazi di pelle chiara si fanno sempre di più e più evidenti, metti uno spray, tipo pomata per le scarpe per coprirli mentre copre anche la tua dignità e la tiene lì, sotto questo strato nero e appiccicoso, chissà per quanto tempo ancora. Tiri fuori tutto il coraggio che una donna possa avere e decidi di farti tagliare quei pochi capelli che sono rimasti, un taglio corto, carino, ma con i buchi in testa. Un’altra grande violenza: le ciocche tagliate cadono sulla mantellina e il cuore si stringe e si fa piccolo piccolo.

Sei entrata dal parrucchiere con i tuoi capelli mossi e ne esci con una bellissima parrucca dello stesso colore, ma liscia e un po’ più lunga. Passando davanti alle vetrine guardi la tua immagine riflessa e non ti riconosci. E dal giorno dopo devi combattere con la dermatite che ti provoca un prurito irrefrenabile. Determinata come sempre, nonostante tutto, esci, vai a scuola, cucini, studi, fai studiare i tuoi figli, li accompagni per i vari impegni extra, ma se passi davanti ad una superficie riflettente, senti crollare tutta la tua forza. L’immagine riflessa fa paura e ti inchioda. Ti costringe a fermarti e a prendere sempre più consapevolezza che quello che stai vivendo non è solo dentro di te, ha i suoi effetti anche all’esterno ed è devastante. Ti assottiglia ancora l’anima, ancora un altro pezzettino si frantuma e lascia contorni taglienti. Non si potrebbero rompere tutti gli specchi del mondo? Non puoi guardarti, non puoi accettare questo scempio. Esci con una parrucca, in casa pochi capelli corti e tanta tristezza nel cuore. Sembra che il tempo non passi mai: com’è soggettivo il tempo del tempo, diluito, si srotola lento a scandire momenti terribili, paure inconfessabili, disperazioni laceranti. I capelli ricrescono, lentamente, pian piano si allungano, fai l’intervento di ricostruzione ed esteriormente tutto sembrerà come prima. Interiormente? I danni sono tanti e ancora raccogli i cocci del dolore e del terrore che ti ha dilaniato.Hai combattuto, con forza, con fermezza, ricacciando dentro le lacrime e relegando la paura e la disperazione per la tua morte in un angolo nascosto, sotto pezzi e pezzi di forza e di apparente normalità, per non permettere loro di uscire, per sotterrarla.
Con il cuore avvolto in carta vetro, i polmoni in apnea, sei andata avanti, dritta per la tua strada, per non dare dolore a chi ami, per non permettere a quel mostro impronunciabile, di vincere. Quante volte hai pensato: «io ce la farò, vincerò io». E quante volte ti sei ripetuta: «ti senti un’eroina, wonderwoman… ma chi ti dice che riuscirai a vincere?». Un’altalena su cui salivi e ti spingevi da sola e se non alzavi bene e con forza quelle gambe, l’altalena rallentava sino quasi a fermarsi e ti avvolgeva la paura. Solo lo scatto di reni e la spinta che riuscivi a dare portando in alto le gambe ti faceva risalire e ti allontanava, piano piano, dall’attacco del tumore.Certo, a distanza di quindici anni, leggendo la vita a ritroso, pensi a quel periodo come ad un tragitto impervio, una strada sterrata sotto un acquazzone a piedi e senza ombrello, un volo con vuoti d’aria, lampi e fulmini, una navigazione in mare aperto, sorpresi da uno tsunami, ma riesci anche a vedere ciò che di positivo ha lasciato.

Andare così vicini alla morte e scamparla, cambia la dimensione della vita, toglie la certezza del domani e toglie il legame con l’apparente, con ciò che si vede in superficie. Ti porta in profondità, ti fa toccare corde lasciate mute per paura di entrarne in contatto. È quella capacità testarda di non mollare, di volerlo con tutto il corpo e tutta l’anima, che favorisce il superamento della situazione drammatica, qualunque essa sia.

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