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NOVELLE CONTRO LA PAURA

Conto alla rovescia verso il gong dell'ultimo match

Si udì il suono secco tagliente, di un fulmineo jab. Vacillò sperduto questa era la prima ferita

Conto alla rovescia verso il gong dell'ultimo match

In quel numero ossessivo, il punto magnetico, un’oscura forza di attrazione fermava stabilmente l’ago sui settanta. Ritornò davanti allo specchio, si guardava perché non si capiva, piangeva disperato portando le mani nei capelli come per strapparli e scrutandosi minuziosamente gli vennero in mente due cose interessanti; una che i capelli pesano, l’altra che le lacrime sono acqua tolta al corpo. Nel duro impatto della tristezza filtrò da uno spiraglio uno spruzzo di speranza, si può frignare tutto il giorno? Porca miseria, difficilissimo! Però avrebbe eliminato tanto liquido, pure l’altra scoperta non era male, i capelli sono materia, il morale alto, non poteva permettersi il beneficio della consolazione, piangere, piangere. Acqua, acqua che se ne va. Acqua che non si sa da dove viene. L'acqua pesa. Da anni non piangeva, può darsi che le lacrime accumulate lo avessero dilatato. Con le forbici devastava la bruna folta criniera, intanto afferrò il lontano bagaglio della terribile infanzia, la miseria, la guerra, il padre ubriaco, numerosi fratelli, sporcizia, digiuni, acqua, acqua che se ne va. Spezzava convinto i neri filamenti, cadevano sul viso bagnato, le lacrime -una colla- confusione di acqua, naso, saliva. Nel travaglio le ciocche finivano in bocca, pizzicavano il naso, arrivavano dentro le orecchie. Sospese la bufera per dieci minuti. Dopo i vistosi tagli, non soddisfatto, passò al tocco pericoloso del rasoio, la perfezione. Che rotondità il cranio! Sì certo perplesso, avrebbe stravinto anche da brutto, non era il momento di pensare all’estetica, la forza era dentro, uno scatto feroce che gli veniva da una squallida esistenza giovanile. MENO DI DUE GIORNI AL MATCH Il pianto portava via tempo, la testa rasa, dalla finestra le luci soffuse del pomeriggio avanzavano rapidamente. Perdurava lo stimolo dei diuretici, ne ingoiò degli altri, la speranza. Si fissò sui segreti che nasconde il corpo, si toccava, si tastava come ad afferrare una conoscenza che gli sfuggiva. Sapere, individuare, avrebbe voluto essere una federa per rivoltarsi, tattilmente faceva l’inventario della propria appartenenza piedi gambe braccia spalle, sfiorava le parti in un esaltante delirio di ricerca. Ebbe un senso di mancamento, non era abituato a concentrarsi, interruppe le sublimi carezze, le mani nell’impalpabile cammino felpato avevano sottolineato una soffice intercapedine, con il palmo la spostava da sinistra a destra per meglio avvertirla. Sì, c’era in quantità, serica virile, bruna, copriva ogni millimetro di pelle, l’inutilità della peluria, milioni e milioni di peli, iniziava il conto alla rovescia. Compì felice una giravolta, si sentì un forte pensatore. APOTEOSI, lo attendeva la depilazione. Non voleva depilarsi con il rasoio, con la ceretta, quella che usano le donne, PECCATO, non ci aveva pensato per i capelli, i peli tolti alla radice eliminati sul nascere. In cucina, sul fornello, una pentola, numerosi dischetti di cera, almeno venti, li vedeva sciogliersi, perdere di forma, rimescolava con un arnese di legno. Massa infuocata, aveva fame, i colori inseguivano i riflessi ruggenti dei dolci caramellati. Come diavolo facevano le donne a non bruciarsi? Dai vapori si elevava una fortissima temperatura. Rimestava assaporando con gli occhi lo spessore denso, lento di materia colante e fusa. Spense il gas, attese. Provò sul peloso dorso del piede, epidermide tesa, delicata, strappare d’un balzo, un ’unico lancinante balzo. Sintesi del coraggio. Uno, due, tre. Zac via. Frignava per davvero. Quando desiderava una cosa... di sotto alla peluria sbucava il nitore del piede, fu preso dal furore del risultato, continuare, andare avanti, un pezzetto alla volta, la cera bollente, sofferenza e panico, scoprì la sua bellezza nascosta. La caduta delle foglie secche da un albero, spettrale, essenziale, questo è il punto, essenziale. Via i fronzoli, le inutilità, sino in fondo, sino in fondo al vertice della carne pura. Le superfici del didietro difficile toccarle, montava sugli sgabelli in ginocchio, in piedi, accovacciato, strane contorsioni sul filo dell’equilibrio, con le mani armate di spatola-cera arrivava ovunque. Avvolto, ripiegato, nascosto in sé, chi andava a pensare che quello era un uomo? Gambe, braccia, testa, groviglio in disordine visivo. Il fine raggiunto, nuovo pulito sin nei più piccoli anfratti della pelle, le pieghe interne delle cosce levigate, le zone erogene bianche, infantili, digiuno, solo, stanco, forte pensatore, si addormentò di colpo. UN GIORNO AL MATCH Due ben spesi. A domani, a domani la fine. Mattiniero, affamato, ricominciò a fissarsi. No, no. Mangiare non era possibile, l’astinenza dava ai pensieri una entità leggera, le furbe acrobazie del giorno precedente perdevano il senso gustoso dell’eccezionalità. La faccia mostruosa, gli occhi fuori dalle orbite, lo sguardo appariva capovolto, il lungo pianto lo aveva devastato, la calvizie, complessivamente dieci anni di più. Tremando sulla bilancia, ne ridiscese, dalle palpebre tumefatte filtravano cose confuse, non c’era più garanzia nello sguardo, vedeva, non vedeva, i numeri si muovevano, non li metteva a fuoco, l’indicatore era ancora a settanta chili ma ne avvertì un tremolio, gli sembrò che l’ago tornasse indietro, una breve oscillazione, non rise, non pianse. Stanca la quasi vittoria, camminava lentamente, si trascinava. GIORNO DEL MATCH L'alba iniziata, le ore lanciate all’inseguimento della fine, il pugile sveglio riconobbe il suo giorno. Ultimo, ultimissimo ritocco, cannibalesco manicure. Le delicate pipite le strappava con i denti che affamati si accanivano sulle dita. Passò munito di tronchese alle unghie tenaci dei piedi. Convinto del dovere compiuto non si pesò più. Si diresse al Palazzo dello Sport. Quando salì sul quadrato era un altro, un altro nome, l’eroe nazionale, il simbolo del successo, il faticoso passato annullato. Un cumulo amorfo di carne, i lineamenti stravolti, chiazze paonazze. Il naso, il calco di un pugno. In piedi sul ring nessuno lo riconobbe, grida, voci sconnesse, la folla disorientata. Quello chi è? Sollevò un braccio per dire pietosamente “Sono sempre io”. L'enorme stadio stipato esplose a ridere, a sghignazzare, lo riconobbero. Indicato, dileggiato, quel pugile così conciato, un supplemento di divertimento al match. Poco sono amati gli idoli, proiezioni dei sogni, hanno la breve esistenza di un’illusione. Di più suscitano invidia, quando cadono tutti soddisfattissimi. Apparve il rivale, non si curò di lui, il rivale era occupato a fare flessioni, a scaldarsi, a guardare fissamente il ritmo saltellante dei propri guantoni. Arbitro. GONG. 1° round Il pubblico, silenzio, in attesa, le luci come a teatro scendevano verticalmente dall’alto, illuminavano soltanto i passi del quadrato, il resto lontano, indifferente, opaco, crudelmente in evidenza la lotta. Gesti d’approccio, timidi tentativi di giungere all’altro, guardia chiusa, cupa osservazione vicendevole del difficile mestiere, una macabra danza. L'avversario agiva di sorpresa, prima schizzi della composizione di un movimento. Lasciava la trama intrapresa, l’uppercut arrivava violento da direzione non tecnicamente prevedibile. Faceva paura non perché fosse forte, stupiva per i tradimenti. Un guitto rabbioso. Frasi, incitamenti, parole di foga. L'arbitro debole danceur, si spostava in rotatoria, e ammoniva, li separava. Il pugile stanco, finiva sul petto del nemico. Le luci a strapiombo, non aeree, luminose, pesanti, incorniciati di forme dense, lente, coni di massa nebbiosa. Nessuno si accorse della gravità, nemmeno l’arbitro. Al quarto round, nell’aria sospesa dello sport a rischio godimento, si udì il suono secco, tagliente, di un fulmineo jab. Vacillò sperduto, la prima ferita, il riflesso delle lampade. Dire, chiedere, capire, urlare, aggrapparsi, replicare, difendersi. Le cose immediatamente sparirono dalla visuale, i sensi andavano verso la vita, ritornavano muti. L'arbitrò sbandierava una mano: uno, due, tre, quattro. Knock-out, knock-out si eccitava la folla. Assomiglia sempre ad una festa. Andò al tappeto pesantemente knock-out. Provò a rialzarsi, una fatica enorme volere. Smosse la testa, un segno, un debole segno di infima vita. Ricadde all’indietro. A terra, il corpo gonfio, alterato, rossastro, privato dalle impurità ricordava le essenziali rotondità di un neonato. 

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