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Appena sveglio andò nel bagno, si sistemò sulla bilancia, non scorse subitamente la lancetta e conoscendo a memoria il risultato, più che un atto di controllo la pesa fu una prassi di disciplina. Il suo fisico perfetto non aveva mai subito alterazioni. Categoria welter “66 chili” gridava con orgoglio il manager ad ogni pesa ufficiale. Sessantasei, il suono smussato di un accordo musicale. Dinanzi alla bilancia, una parete rivestita da uno specchio a misura d’uomo. Dondolava compiaciuto lo sguardo: ammirazione per i lucenti fasci muscolari, seguiva gli incroci perfetti delle ossa, le linee sagomate dei fianchi, i profili contenuti. Una solida struttura il suo corpo, costruito con la passione per lo sport. Nudo, impalato, infreddolito, era lì per pesarsi. Con il rammarico di lasciare la propria bellezza, indirizzò gli occhi sull’indicatore. Incredulità, sorpresa, l’ago impazzito, era contro tutte le regole, quattro chili in più. Stizza, nervose risate, monologhi di rabbia. Su e giù dalla pedana.

Scassata, un inceppo. Stanco di frazionare la realtà in dubbi, rimase immobile sulla costosissima spaccagrammo.

SETTANTA CHILI. Mancavano tre giorni al match. Decise di reagire, uscì in gran fretta, catturare l’equivoco, provare altrove. Trafelato si diresse in una farmacia. Incomprensibile, assurdo, ancora due chili in eccedenza. I vestiti, non settanta bensì settantadue. L’attrezzo meccanico ricevette un poderoso calcio di disgusto, la signora del banco stava per... niente da fare, il pugile scomparso. Quella del sottopassaggio, del supermercato, un’altra farmacia, una macelleria, mai tante bilance così cronometricamente d’accordo. Orologi svizzeri regolati insieme per fargli dispetto. Perdere il combattimento? Milioni che saltavano, il suo staff puntava su di lui, un cavallo vincente, campione regionale, nazionale, europeo. Se pensava alla pubblica pesa prima di salire sul ring, al Commissario Tecnico, all’arbitro, ai medici, giornalisti, gli venivano i brividi. I quattro chili, assolutamente sparire, un rimedio, uno qualunque. Metodica macchina il suo corpo, il suo patrimonio tradito da esso, igienista, rigoroso, sobrio. Che diavolo accadeva nel suo interno? Apparente normalità, passi scattanti, riflessi prontissimi, eppure ad insaputa conteneva novità, mistero. Acquistò lassativi, diuretici, forse teso per l’emozione si era gonfiato. Capita. Mentre rincasava avvertì il morso della fame, nel trambusto aveva dimenticato la colazione. Permettersi il cibo? Mai. Giunto a casa inghiottì tre pillole di lassativi e quattro di diuretici, si adagiò pigramente sul letto. Le stanze piccole, viveva da solo, dolce addormentarsi quando gli altri si affannavano. Salivano lungo i muri dei palazzi i rumori confusi della strada. Il sonno, un’enorme distanza dai problemi, il riposo mentale della parola dopo. DUE GIORNI E MEZZO AL MATCH Lo assalirono contrazioni muscolari all’addome, ne fu contento, corse in bagno, l’idea dello svuotamento la trovava giusta, il caso quasi risolto. Titubante, ma in fondo sicuro, si accinse alla pesa. Dieci, venti, trenta, quaranta...la fuga dei numeri gli parve eccessiva, perché correvano tanto, dove andavano? Chiuse gli occhi smarrito. Gli riaprì. Con tutta la forza di uomo, di boxeur, lanciò un urlo. Nonostante l’evacuazione, il peso di piombo scolpito nel sangue, nella carne, i quattro fottuti chili c’erano sempre, fregandosene della logica. Perché? Perché? Un giunco, digiuno, sano, un po' pallido, ma pesava quattro chili in più. Pianse, si contorse nel letto, gesticolava parlando a voce alta dei suoi guai, aveva fame, i diuretici, i lassativi, proseguivano l’effetto, più vuoto, ancora più vuoto, ma maledizione delle maledizioni, l’indicatore colpiva. (2. Continua)

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