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«Capita di morire più volte in un giorno. O di credere profondamente negli Ufo e nei chupacabra, animali leggendari predatori di capre. Ho viaggiato nel tempo. Sono stato il capopopolo di rivolte operaie, ho avuto figli, ne ho perso uno, mi sono mancati tanti genitori. Ho parlato dietro innumerevoli porte, nelle commedie le parole scivolano nelle fessure fino a quando non convincono l’altro ad aprirsi. In un solo giorno sono stato il Principe di Persia, Gesù e due matti. Ogni tanto torno a casa la sera e non so più chi sono. Spesso sono un videogioco, una pubblicità. Ho convinto tanta gente a comprare macchine. Ho fatto vincere molti premi. La mia voce è un clarinetto, un po’ flautata, ma non soffia malinconia. Dice tutto ciò di cui c’è bisogno, le parole giuste al momento giusto».

L’uomo che parla è seduto accanto a me. Siamo su una panchina di legno che funziona da cassa armonica. Sento la sua voce con l’udito ma la sento anche vibrare nel corpo, risuona dentro le assi della panca e giunge alla mia schiena, attraversa la pelle, ne avverto i bassi profondi e sembra dar linfa anche alla mia di voce, una trasfusione vocale. Io non ho parole. Anzi le ho. Ma sono tutte in testa. Il suono mi si blocca in gola e non esce, rimane nei pensieri. Il modo di dire «tenersi tutto dentro» con me non è un modo di dire, è realtà fisica. I miei organi interni, mi immagino, sono fatti di alfabeto e di segni di interpunzione che si compongono fra loro dando vita a frasi che non pronuncio. C’è chi si chiude in casa, io mi chiudo. Ho fatto una ricerca su quali sono state le prime parole di Frank Sinatra. You Got to my Head è la prima canzone del suo disco d’esordio, The voice of Frank Sinatra, ed è stata registrata venerdì 30 luglio del 1954 a Hollywood.

«Mi sei entrata in testa, ci rimani come un ritornello ossessivo, ti ritrovo a girarmi in mente». Parla di un amore, nel mio caso canta di parole. Ed è proprio per questo motivo che, non riuscendole più a pronunciare, frequento la panchina di uno studio di doppiaggio. Si trova proprio di fronte al palazzo in cui abito. Ci separano due portoni, sono uno di fronte all’altro. In mezzo ci sono i rumori delle auto che per me però spariscono, riesco a silenziarli e a farmi guidare solo dalle voci sull’uscio della sala di doppiaggio. Dalla finestra di casa vedo i doppiatori durante le pause fra un turno di registrazione e l’altro: lavorano a documentari, film, cartoni animati, serie televisive, spot. Da quando ho smesso di parlare vado a sedermi alla panchina delle voci, per farle un po’ mie. Loro non hanno bisogno di domande. Dopo giornate di testi inflitti, pensati e scritti da altri possono finalmente avere orecchie in grado di sentirli nel profondo.

«Da piccolo mi cullavo da solo - continua a raccontarmi l’uomo che parla - il primo ricordo che ho è quello della mia voce che mi canta. Mi piaceva sentirla. La mia voce è uno specchio: se ho dormito poco, se ho mangiato poco, se mi manca qualcosa, mi manca anche lei. In vacanza me la dimentico, penso più a ciò che dico che al come lo dico. Nel sonno parlo con la dizione precisa. Quando torno a casa dei miei genitori e chiamo mia madre da una stanza all’altra, le do voce come si dice, ecco in quei momenti viene fuori la mia cadenza, la cantilena della mia città, e così vengo fuori io, torno ad essere un po’ me stesso».
Rimaniamo in silenzio ed è come se qualcuno più grande di noi, così grande che non riusciamo a vederlo perché dall’alto muove i nostri fili, ruotasse una manopola dell’audio a favore del traffico cittadino. Poi l’uomo che parlava si alza, richiamato dal dovere di entrare in sala a registrare.

L’ultima parola che ho detto è stata «Basta», e l’ho detta a me stesso. Non sono andato in un monastero, nella montagna più lontana dagli uomini, non ho velleità eremitiche. Per vivere una giornata in silenzio basta accennare agli altri con il capo, annuire, fingere di aprire bocca, poi il suono ce lo appoggia su l’immaginazione altrui, ci posiziona ciò che lui ha in testa. In questo caso potrei essere io stesso doppiato. Ma a me interessano le storie vere.

«La scorsa settimana ero in vacanza - dice un doppiatore giovane che prende posto alla panchina - E gli ultimi giorni non vedevo l’ora di tornare. Mi mancava il buio della sala dello studio di registrazione. Per me ormai i pannelli per insonorizzare l’ambiente sono una seconda pelle. Ho iniziato doppiando i brusii. Ti spiego, immagina la scena di un film in cui si vedono in primo piano due ragazzi che chiacchierano all’uscita di scuola. Poi, sullo sfondo, si vede un gruppetto di scolari. Io e altri giovani doppiatori registravamo le frasi che servivano a creare l’ambiente ma a cui nessuno di solito bada. Ad esempio: «Ehi non ho voglia di studiare oggi pomeriggio», «Nemmeno io», «Dai studiamo un piano». «Potremmo far esplodere questo film», «Già, chi l’ha detto che siamo le seconde voci?», «Innanzitutto siamo ben più di due, e quindi siamo in maggioranza rispetto ai protagonisti», «Poi ad essere sincero le battute di quelli non mi sembrano certo migliori delle nostre», «Già, e visto che ci rivolgiamo a una nicchia di ascoltatori, dall’udito più spiccato e dallo sguardo più attento ai particolari, possiamo veicolare messaggi ben più profondi», «Non ci avevo pensato, potremmo sviluppare un movimento di brusii», «Ci sto, e potremmo anche sporcare tutte le parole, riempirle di errori di battitura e dire che abbiamo seguito il copione», «Lo trovo grandioso!».

Capisci insomma - torna a rivolgersi a me il ragazzo - non potevo andare certo avanti con i brusii, rischiavano di impadronirsi di me, me li portavo anche fuori dal lavoro mentre camminavo per strada. Così sono riuscito a far carriera, sono diventato il capo delle forze armato e poi un ninja a tempo indeterminato, una lunga serie televisiva che da anni mi accompagna. Tante cose sono cambiate nella mia vita ma il ninja rimane una presenza dalle infinite stagioni».

Di là, in uno degli schermi della sala, immagino uno stormo di frecce che vola in un cielo silenzioso. Si dirige verso un villaggio innevato. Un ninja corre per schivarle. Poco dopo una ragazza gli chiede «Tutto bene?». Lui muove le labbra ma non esce un filo di voce. Fino a quando il ragazzo rimane in panchina, continuo nel mio gioco della fantasia e delle ipotesi, non sapremo mai come andrà a finire.
Un telefono squilla. Un uomo davanti a me risponde con voce presente, adulta. Man mano che parla però la voce ringiovanisce e assume caratteristiche femminili. Quando chiude la telefonata mi spiega: «Da piccolo quando in casa squillava il telefono e mi capitava di rispondere, le amiche di mia madre dicevano «Ciao Livia, come stai?». E io dovevo spiegare «Non sono Livia, sono il figlio». Quindi crescendo ho iniziato a impostare la voce proprio per la necessità di affermare la mia esistenza. In più, mio padre era il capo dei Transformers. E questa cosa mi incuteva timore. Non volevo soccombere sotto la sua ombra lunga. Se avessi intrapreso la sua stessa carriera, tutti avrebbero detto che ce l’avevo fatta perché ero il figlio del capo dei Transformers. Ho preferito studiare teatro gestuale: il mimo, i trampoli, la strada. Ho fatto acrobazie. Sono andato in scena. Se mio padre era la voce, allora io ero il corpo.

(1. Segue)

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