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Maria l'ostetrica e i tre gemellini nati a Santeramo

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Maria era al settimo cielo, tutto questo non la spaventava affatto. Cominciò subito a prepararsi per l’esame di avviamento, il superamento di quest’ultimo le avrebbe permesso l’iscrizione alla scuola per ostetriche. Quegli anni a Bari non furono facili, era tempo di guerra e tutto ciò che poteva apparire semplice si arricchiva di mille difficoltà, come ad esempio raggiungere i rifugi insieme alla vecchia signora durante i bombardamenti. Come diceva una canzone, Partire è un po’ morire e per Maria lo era stato davvero, ma dopo quattro anni finalmente era ritornata vittoriosa con il suo diploma da ostetrica.

Non era facile sbarcare il lunario, la concorrenza delle vecchie mammane era spietata e di avere un posto fisso come levatrice condotta ancora non se ne parlava. Erano tempi duri: l’Italia del dopoguerra cercava di riprendersi con forza, impegno e sacrifici. Maria non si perse d’animo, le persone di buona estrazione sociale cominciarono a chiamarla sempre più spesso e anche i contadini si lasciarono convincere dall’idea che una levatrice che avesse «fatto le scuole» fosse sicuramente migliore di una praticona. Così Maria cominciò a farsi un giro di pazienti sempre più nutrito. La maggioranza però si trovava nelle campagne e raggiungerli non era facile. Qualche volta venivano a prenderla con una sciarretta o sul dorso di un mulo, ma non erano situazioni ideali.

Nel frattempo Maria si era sposata, era nata la piccola Isa, suo marito Michele, con tutta la buona volontà, l’accompagnava in auto specie durante la notte per gli interventi più urgent,i ma questo significava per lui sottrarre tempo ed energie al suo lavoro, soprattutto dopo tante notti insonni. A quel punto Maria pensò che a guidare l’auto poteva essere lei. Ecco allora l’idea della Seicento, l’auto che insieme alla Cinquecento stava diventando una delle protagoniste del boom economico. Non fu facile superare i pregiudizi. Maria si recò nella sola scuola guida della zona, a Gioia del Colle, dove, unica donna del corso, conseguì la patente.

Tanti furono i bambini fatti nascere da lei, ma i più famosi furono tre gemellini nati in casa, una rarità per l’epoca. Maria si era resa conto sin dall’inizio che si trattava di una gravidanza gemellare e dedicava particolare attenzione a Giovannina e Narduccio, due giovani contadini in attesa del loro primo figlio. Quando arrivò il giorno del parto, era sera inoltrata, Maria fece preparare l’occorrente e dalla sua borsa tirò fuori tutti i ferri da lavoro. I tempi erano molto lunghi, ma Giovannina pur essendo al primo figlio era molto collaborativa.

Finalmente venne fuori la prima bambina, una bella brunetta, poi fu la volta di un’altra femminuccia. Narduccio era ansioso, allora non esistevano le ecografie e per l’uomo ci fu un po’ di delusione. Specie nelle famiglie contadine un figlio maschio era una benedizione: oltre ad avere due braccia in più per il lavoro significava tramandare il nome della famiglia. «Donna Maria è proprio vero, mala nuttata e figlia femmina, a me una vera disgrazia, do’ femmn». «Narduccio non dire queste cose, i figli sono una benedizione del Signore e devi essere due volte contento».

Una cosa non convinceva la levatrice, la placenta non veniva via e la pancia era ancora troppo rigonfia. «Attenta Giovannina, spingi!». Tutti rimasero stupiti, c’era ancora un bambino. «Madonna du Carmn, angor’ n’ald figgh’!» esclamò Narduccio. Nel silenzio che si era venuto a creare per lo stupore, sì udì un vagito che rallegrò tutti, era nato il terzo bambino, un bellissimo maschietto. Narduccio e Giovannina erano sbalorditi, alle preoccupazioni della nuova famiglia da mantenere subentrarono la gioia e soprattutto la letizia per un parto trigemellare a lieto fine.

La notizia si diffuse nel paese e oltre; dopo qualche giorno, arrivò a Santeramo un cronista della Gazzetta del Mezzogiorno che riportò l’evento e intervistò la levatrice e i neo genitori. Narduccio stracontento pensò subito al compenso per donna Maria. Andò in cucina, dove conservava una scatola, l’aprì e tirò fuori del danaro, lo contò, ne aggiunse dell’altro, si diresse verso la levatrice: «Donna Marì, grazie assai». Maria prese i soldi, li contò e pensò che forse a quei ragazzi avrebbero fatto comodo dei denari in più per sfamare quelle tre bocche che si erano aggiunte alla famiglia, prese allora una parte di quei soldi e li rese a Narduccio. «No, no, ve li meritate tutti, sono contento di non aver ascoltato mia suocera e aver chiamato signirì, una levatrice che ha “fatto le scuole” ed è proprio grazie a voi che i miei figli sono tutti e tre qua, vivi e sani. Donna Maria chiese allora uno strategico caffè e mentre Narduccio si allontanava prese quel danaro e lo nascose sotto il centrotavola.

Questo è un avvenimento che a Santeramo in colle ancora tutti ricordano, soprattutto i tre gemelli che godono ottima salute e sono ormai ultracinquantenni. La Seicento della levatrice ebbe sicuramente un ruolo importante in quegli anni, non solo quello di consolidare il mito dell’automobile, ma anche quello di aver contribuito alle prime mosse dell’emancipazione femminile. Maria e la sua Seicento celeste fecero nascere tanti bambini, soprattutto sani e riuscirono sempre più a rafforzare il concetto che era meglio affidarsi ad una levatrice che aveva «fatto le scuole».
(2. Fine. La precedente puntata è uscita il 13/9)

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