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Poi sono finito dietro la macchina da presa come operatore cinematografico, un giorno ero sul set di un film quando a causa, probabilmente di un’infezione, ho smesso di vedere dall’occhio destro. Mi sono avvolto una benda intorno e ho usato l’occhio sinistro. Era faticoso. Non vedevo più che che realmente avveniva. Non seguivo i movimenti degli attori ma le sfocature e poi c’era una parte di me costantemente all’oscuro di ciò che accadeva, e quella presenza buia io l’avvertivo, mi parlava. Mi diceva che la sua esistenza era un segno del destino, che non era propriamente la vista il senso deputato al mio lavoro. Ho lasciato il set cinematografico.

Per lungo tempo ho dormito. Quando mi sono svegliato, ho seguito la voce di mio padre e ho iniziato a fare questo mestiere». Ascolto. Se solo superassi il mio blocco vorrei chiedergli chi fosse la persona con cui parlava prima al telefono, chi aveva quel potere di far regredire la voce sino all’infanzia.

Poi, come tutti i doppiatori che devono sempre andare da qualche altra parte, in un’altra sala, in un altro turno di registrazione, mi saluta dicendomi un’ultima cosa: «Non sembra, ma io ho una verve comica, in teatro faccio ridere, ma sei stato tu a volere che ti raccontassi queste cose». Eppure, io non ho chiesto, non fatto altro che prestargli ascolto.

Io, penso, mi accontenterei anche di parlare fuori sincrono. Cioè con le labbra che si muovono e il labiale che non corrisponde perfettamente all’audio. Sarei il primo uomo fuori sincrono.

Potrei giustificarmi, nel caso, dicendo che alcune parole mi sono sfuggite quando ancora non erano ben pronte. Sarei spostato sempre un po’ di qualche secondo rispetto all’azione - o prima o dopo. Sarebbe ben difficile seguire un mio discorso. Finirei a parlarmi allo specchio, non capendomi. Mentre penso a questo, il posto vuoto sulla panchina delle voci viene occupato. «Smettila», tuona una voce nel mio orecchio. «Vedi, questo era un fulmine», mi dice un uomo che cambia voce ad ogni frase. «Avanti, scappa, vieni via con me. Non rimanere solo», sibila, e aggiunge: «Vedi, questa era un’ala di gabbiano che vola suadente, eterea». Poi si fa squillante, fuori dal normale, schizoide: «Amico, non ci posso credere. Sei tornato da me». E spiega, «Vedi, questa era un tono di voce anni ’50, immagina che a parlare sia la marionetta di un f ilm horror, che si anima e ruba la voce del suo ventriloquo». Caliamo in una caverna quando, demoniaco, mi soffia minaccioso: «Brucerai all’inferno».

Quindi torna in sé e mi parla di sua moglie, del loro rapporto di coppia, della figlia, dei pericoli del mondo da cui vuole proteggerla ma al contempo mostrarle così da farsi degli anticorpi per tutto ciò che non andrà per il meglio nella sua vita. Mi chiedo se ci sia bisogno di raccontarsi così tanto. A cosa serve parlare. Dire tutto. Buttare fuori e andarsene più leggeri. La mia voce è solo nei pensieri. Mi dico le cose. Non emetto, introietto. Quando ritornerà, mi chiedo che voce sarà. Magari quella di un timido. Una volta ho assistito a uno spettacolo di un presentatore timido. L’uomo entrava in scena e si fermava in silenzio davanti al microfono. Noi pubblico attendevamo. Lui teneva lo sguardo basso. Con le dita azzardava un colpetto al microfono.

Il suono quasi lo spaventava e tornava fugacemente a fissare le assi del palcoscenico. Poi una voce fuori campo, che non veniva dalla sua bocca, disse: «Signore e signori, io sono il presentatore timido. Non avendo abbastanza coraggio per parlare in pubblico, ma avendo sin da piccolo il sogno di farlo, ho preventivamente registrato la mia voce. Vi dimostrerò che nonostante questo piccolo problema, sono fatto per questo mestiere. So presentare alla mia destra», e l’uomo muoveva con fare da prestigiatore il suo braccio destro a illustrare un’ospite che non c’era. “So presentare alla mia sinistra”, e altrettanto faceva con il braccio sinistro. «So far di piroette», e l’uomo ci mostrava il passo di danza con goffa agilità. “So anche dire…”, a quel punto l’uomo avvicinava la bocca al microfono e tirava fuori la voce dicendo «Bah». A quel punto la voce fuori campo commentava, «Silenzio. Qui parlo io». E così si concludeva la carriera del presentatore timido che provò a farsi coraggio. Fu un bello spettacolo di pochi minuti. Per i restanti tre quarti d’ora rimanemmo in silenzio a fissare il palco e l’uomo in piedi. Poi le luci si accesero, applaudimmo, l’uomo uscì di scena e noi tornammo a casa con qualcosa di cui parlare.

«Nelle striature, nelle pieghe delle voci, si sente se hai sofferto, quanto e cosa hai vissuto», dice l’uomo che ha una voce famosa. «Io ho perso entrambi i genitori quando erano molto giovani. Sono un immigrato. Il primo film che ho girato mi ha portato a vivere per due mesi in Venezuela, ho girato per mezzo mondo. Se devo fare una scena di commozione alle nove del mattino, a un primo turno di doppiaggio, penso al funerale dei miei genitori e la voce mi si incrina.

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