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Quando la levatrice si mise alla guida di una 600 celeste

Maria Caravella e la vita di ostetrica a Santeramo in Colle

Quando la levatrice si mise alla guida di una 600 celeste

Alcuni giovani braccianti, in via Roma, facevano capannella davanti a un bar, dove aspettavano che qualche caporaletto del posto arrivasse in cerca di manovalanza. «Arasm trmind jnd a machn na femn»! Peppino aveva visto la seicento celeste della levatrice in partenza e aveva fatto notare al suo amico Erasmo che a condurre l’automobile era una donna, cosa inconsueta in un piccolo paese. I due chiamarono gli amici del bar e insieme si diressero verso la seicento, per osservare meglio la guidatrice, ridacchiando e sgomitando in modo beffardo, mentre la levatrice stava per dirigersi a far visita alle sue pazienti nelle campagne circostanti. Seduta sul sedile posteriore c'era Isa la figlia di Maria una bambina di circa otto anni, che alla vista di quel gruppo di birbanti quasi sprofondò dal sedile posteriore sul tappetino, per sfuggire agli sguardi incuriositi di quegli insolenti giovinastri. Maria c'era abituata e non ci faceva più caso. Lei era infatti l'unica donna in paese a guidare. La levatrice, minuta, con una cascata di riccioli neri e gli occhi celesti, era una donna saggia e laboriosa che aveva fatto sempre di necessità virtù. A Santeramo in colle e nei paesi vicini, ormai era considerata l'ostetrica più brava ed affidabile ma per guadagnarsi questa posizione aveva dovuto fare molti sacrifici. Per lei la vita non era stata facile. Suo padre era andato via a soli 52 anni per una polmonite, all’epoca non esisteva la penicillina. Oltre lei che aveva appena13 anni, aveva lasciato Cecchina di 9 anni, Rosina di 17 anni e Arcangelo di quasi 19, apprendista falegname, che all'improvviso si era ritrovato capofamiglia. Rosina era andata a servizio a Bari presso una famiglia facoltosa. Cecchina e Maria spesso invece, si recavano con la mamma in campagna per aiutarla a lavorare la terra, unico loro modesto sostentamento. Il lavoro nei campi era duro e non offriva all'epoca prospettive, Maria sognava una vita diversa. Amava molto i bambini e ammirava tantissimo Iannina, una donna alta e robusta, con un gran fazzolettone annodato sulla testa, che nel paese aiutava le donne a partorire. Allora non si andava a scuola per diventare ostetrica.
Questo lavoro era affidato a delle praticone dette mammane. Molte erano le carenze igieniche, spesso le donne morivano di parto e tanti erano i bambini che non riuscivano a sopravvivere, oppure nascevano con gravi malformazioni dovute all’uso scorretto del forcipe. Maria pensava che l'unico modo per sconfiggere la miseria e conquistare un futuro migliore fosse studiare. Ne parlò con sua madre Isabella, ma la donna non avendo alcuna disponibilità economica le consigliò di affiancare Iannina e diventare anche lei una mammana. Maria però non ci stava, il suo sogno era frequentare la scuola da ostetrica. Ne parlò allora con Rosina, che già lavorava in città, sua sorella tramite la famiglia dove era a servizio, trovò per Maria vitto e alloggio e un piccolo compenso in danaro con cui finanziare gli studi. La ragazza doveva convivere con una signora anziana, senza parenti, assisterla e aiutarla nelle faccende domestiche.

(1. Continua)

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