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«Quel minuto in più da non perdere»

Daniele Maria Pegorari: Martino e le tre ombre calde, guardate attraverso la fiamma incerta di un cerino

«Quel minuto in più da non perdere»

Esitò un istante Martino, con quel fiammifero non troppo stabile fra l’indice e il pollice della mano destra. Guardò quella tremula fiammella in cui pareva volesse condensare tutta la sua disperazione di quel giorno, in bilico sulla soglia di un gesto incendiario che avrebbe dovuto essere di metafisica protesta e che tuttavia aveva l’amaro sapore di una resa. Fu proprio in quell’istante che si sentì catturato dall’incanto con cui crepitavano e oscillavano i colori della fiamma: l’arancio della sua violenza sbiadiva poi in un giallo innocente, e poi si rianimava nel rosso che dominava i sogni inquieti, infine scemava nel bianco dei silenzi e delle attese.

Fu un istante infinito, quello in cui riconobbe che quei colori non si succedevano secondo un ordine fisso, dall’interno verso l’esterno della fiamma o viceversa. Non c’era un dentro, non c’era un fuori in quell’ogiva ferma sulla punta dello zolfanello e, più la guardava, più dinanzi ai suoi occhi essa si ingigantiva, cresceva e invadeva lo spazio della biblioteca. Martino se ne sentiva ora avvolto, ma i suoi vestiti non ardevano, il pollice e l’indice della mano destra continuavano a serrare gentilmente il fiammifero e ciò avvenne per un tempo che parve interminabile.

Così dev’essere, si disse, quando si ha fra le dita la possibilità di scegliere fra l’inizio e la fine, fra il giudizio e la rassegnazione. Così dev’essere, si disse pure quando sentì il suo corpo farsi sempre più piccolo. O forse era quell’ogiva a divenire sempre più grande e a inghiottirlo; questo no, non seppe dirselo. Ma capì che doveva incamminarsi verso quelle tre ombre calve che, nel più bianco della fiamma, tranquille lo chiamavano con l’aria di chi gli stesse ricordando un appuntamento preso da tempo. Sì, era plausibile che avesse un appuntamento con loro, perché era sicuro di conoscerle, anche se non ricordava affatto cosa esse si aspettassero da lui.

La prima ombra parlò così: «Se sono arrivato da te per primo è perché sono partito tanto tempo fa, prima di tutti, e ho camminato lungo tutte le strade che hai scelto per me nei tuoi sogni, quando mi davi un tormento infinito con le tue domande (“Sei tornato? Dove eri finito? Perché devi partire di nuovo?”). So di averti lasciato senza mai risponderti, ma non potevo perdere tempo, dovevo correre come un treno, per arrivare puntuale a ogni tuo compleanno. Come un treno sono anche partito quel giorno, in un orario da vecchio ‘espresso con supplemento rapido’, alle 13.01 di un giovedì 9. Era primavera e tu eri lì con me».
Martino riconobbe quella voce d’ombra vuota, ancorché il suo aspetto avesse ancora i tratti di una certezza incrollabile. Quello non fu il momento di un semplice ricordo, in quella fiamma fredda poté autenticamente, profondamente riavere per sé un abbraccio nel mezzo di un corridoio, nel perfetto e risaputo incastro tra spalla e spalla, tra fronte e nuca: sentì di riacquistare la nudità, la schiettezza timida e impacciata di uno scambio d’amore che sarebbe stato decisivo.

Fu attraversato da un pensiero: che, il giorno in cui era diventato un’ombra, colui avesse affrettato così precipitosamente la sua partenza solo per non assistere al declino insopportabile dei suoi sogni, un dissesto che non avrebbe saputo spiegare. E allora quell’addio silenzioso poteva significare anche: «Io mi fermo qui, l’utopia è un peso troppo grande per trascinarlo per un tempo più lungo di quello concesso a una vita. Noi due non dobbiamo parlarne mai più».
Martino mosse ancora qualche passo e giunse al fondo di quello stesso corridoio che conosceva bene, dove l’attendeva la seconda ombra che, aprendo a fatica i grandi occhi, disse: «Perdona se sono arrivata solo ora, ma mi sono svegliata tardi anche questa volta e il mio passo, lo sai, è sempre stato lento. Ho impiegato giorni interi a preparare i bagagli, a salutare tutti, a guardare uno per uno i libri che non avevo ancora letto e a scegliere la parole con cui raccomandarteli. Quando finalmente sono partita erano le 23.01 di un martedì 9. Ed era primavera, ma tu non c’eri».

Martino volle soffiare sull’ogiva della fiamma che non si spense, ma divenne ancora più grande, sembrò una finestra spalancata sulla luce bagnata nella quale quell’ombra dolcissima era sdraiata e le prese una mano, tenendogliela delicatamente per secoli, mentre con l’altra lei prese a sfilare chissà che piume invisibili dalle spalle di Martino.
Gli venne in mente che quell’indugio, prima della sua partenza, fosse dovuto alla speranza di lei di vederlo finalmente quieto, non più agitato da quell’ira fredda che, quando lo afferrava, non trovava mai bersagli sufficienti a placarlo. Gli parve di sentirle dire ancora quelle ultime parole: «Hai finito di arrabbiarti adesso?», e gli sembrò un rimprovero troppo cosmico, per non sospingerlo alla ricerca di qualche parola penultima meno sferzante. Ma la fiamma in cui si trovava non era il paradiso dei ricordi, era piuttosto il purgatorio delle promesse da adempiere, era il tempo supplementare in cui fare i conti con le forze residue.

E di forze non ne aveva più molte Martino, quando si trovò in vista della terza ombra calva: era minuscola, gli parlava con un filo di voce, interrompendosi spesso soffocata dai colpi di tosse, e non si lasciava avvicinare, anzi, a ogni passo di lui, indietreggiava in uno spazio sconosciuto. Dovette sforzarsi Martino, per sentirle dire soavemente: «Aspetta ancora un po’. Forse non sono ancora pronta per questo giorno, perché sono partita per ultima e il viaggio è lungo e lentissimo sulle strade sterrate e ripide delle mie aspre colline. Avrei dovuto aspettare la primavera per compiacere la tua ossessione per le corrispondenze, ma ho preferito mettermi in cammino molto prima, così mi sono alzata alle 23.01 di un giovedì 28, che era ancora inverno».

Poi ella si decise a muovere qualche passo verso di lui e, per la fatica sghemba con cui spostò il suo piccolissimo corpo, sembrò che ognuna delle sue cellule avesse il peso specifico del tungsteno. C’era un treno da prendere, il contatore dell’acqua sembrava incastrato e bisognava prendere congedo da tutto senza troppe cerimonie, non era rimasto che poco, pochissimo tempo. L’ultimo corridoio che vide Martino fu quello di un treno che aveva tagliato per tutta la sua lunghezza la fiamma; qui riebbe il suo ultimo abbraccio, ma fece in modo che fosse leggerissimo, per non mandare in frantumi quell’ombra fragilissima e lasciarla intatta fino alla sua prossima destinazione.

Sulla banchina della stazione lo prese un terzo pensiero: che quella partenza così insopportabilmente precoce fosse necessaria a risparmiarle le ulteriori sofferenze di un mondo malato in cui le rose non cessano di ingrigirsi, le ali delle farfalle si sfarinano, i sorrisi vengono bendati da mascherine di protezione e le voci sono ovattate e rese inespressive da tristi sordine. Un castigo, questo, che non doveva toccarle.

Quando finalmente quel treno silenzioso partì, senza addii, fischi nel buio e cenno alcuno, rimase solo il tempo di una telefonata: «Ricorda, Martino: puntuali, in ritardo o in anticipo che fossimo, ti abbiamo concesso sempre un minuto di tempo in più. Siamo rimasti con te quel minuto in più che non avevi nemmeno osato chiederci. È stato il nostro modo di regalarti l’opportunità di diventare uomo, di controllare la rabbia, di perdonarti le insufficienze. E insieme, in quel minuto, solo in quell’ultimo minuto, hai respirato dal nostro odore le ambizioni, le fantasie, le utopie che erano state la nostra vita. Hai toccato la calda pelle dei sogni, hai abbracciato per nostro tramite mille e mille storie di carta che mai come in quel minuto ti sono apparse nella loro essenza di corpi. Ora che conosci il segreto che lega il non più e il non ancora, non scivolare nel baratro di quest’ora terribile. Fra le rovine della tua città ci sono altri corpi, giovani e meno giovani, che hanno bisogno – anche loro – di un minuto in più, per guardarsi ancora negli occhi, per contrabbandare qualche sorriso, per sfiorarsi attraverso uno schermo e dirsi, ancora, che ogni vita riprende a fiorire precisamente da quel minuto».

Se queste parole fossero state pronunciate da una, due o tutte e tre le ombre, e se esse avessero parlato simultaneamente o alternandosi al ricevitore, Martino non avrebbe saputo dirlo: dovette però accorgersi che, quando quel ragionamento d’amore cessò, delle ombre non v’era più traccia e che egli si trovava ora solo nella sua biblioteca, con quel fiammifero ormai quasi consumato fra le dita. Notò allora il tronchetto d’ulivo riempito di cera rossa che gli aveva regalato qualche settimana prima una sua allieva: accostò la fiammella allo stoppino della candela e la accese.

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