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Caro Manfredi, figlio mio...

Carissimo Manfredi, figlio mio, A causa dei malori di cui sai, sono ancora costretto a rimandare la partenza per la nostra residenza di Lucera, così come si era convenuto. Potrei dire di stare meglio, dato che gli spasmi al ventre sono del tutto cessati, e che persino i tremori dovuti alla febbre sembrano darmi requie. Non mi faccio però illusioni: mi accade di non potermi reggere da solo sulle gambe, e in certi momenti del giorno tutto ritorna a fluttuare in una luce vermiglia da cui voci e rumori giungono flebili e come distorti da strani echi. Mastro Teodoro, d’intesa con i suoi assistenti, mi scongiura di portare pazienza, sicuro com’è di riuscire a ristabilirmi gli umori mediante suffumigi e certi intrugli a base di violetta che mi somministra più volte al giorno. Sospetto che nessuno abbia capito nulla del morbo insinuatosi nelle mie viscere. Ogni sera lascio comunque che intorno a me si svolgano lunghe discussioni sui concetti di caldo, umido, secco, freddo; quindi sugli equilibri sussistenti tra siffatte qualità e i quattro umori circolanti nel nostro corpo, ovvero il sangue, il flegma, la bile nera e la bile gialla.
Il quattro affiora sempre dal flusso di queste ciance. Le nostre credenze, del resto, basano su tale numero le fondamenta del cosmo intero: sole, terra, mare e cielo. Quattro sarebbero altresì gli elementi facenti parte del nostro mondo: fuoco, aria, terra, acqua; così come a quattro assommano i Santi Vangeli e le Virtù cardinali e i purissimi fiumi del Paradiso. Naturalmente, non mancano le disquisizioni intorno alla sapienza medica dei greci antichi che oggi, a quanto pare, sarebbe distorta o malamente interpretata da arabi e giudei; ed è tutto un citare gli onorabili nomi di Ippocrate e di Teofrasto, o di Galeno e Dioscoride; di Al-Rhazi e Avicenna.
Si tace però la teoria secondo la quale nel corpo umano, così come per le stagioni, è il principio essenziale del calore a regolare equilibrio e armonia. Ma tra qualche mese compio cinquantasei anni. Ho già varcato l’inverno della mia vita. Anche se i medici hanno pudore ad affermarlo in mia presenza, sono ormai segnato dal freddo e dall’umido della decrepitezza.
Soffro, in breve, di uno scompenso di temperatura interna ormai irreversibile; o forse la verità è che non sono abbastanza scaltro da indovinare ciò che il mio corpo vuole comunicarmi. Francesco, quel frate virtuoso di Assisi, mi disse un giorno che solo Dio conosce il nostro vero nome, ragion per cui non dovremmo stupirci di sentirci tutti così estranei riguardo a noi stessi. Del resto, chi può stilare una relazione precisa tra la mia essenza e colui che adoperando il latino si firma pomposamente “Fridericus Secundus Romanorum Imperator Ierusalem et Siciliae Rex”?
Rassicurati, non intendo tediarti con questioni leziose. Il più banale degli argomenti può però a volte tornare utile, così come torna utile il buffone di corte che in talune occasioni ridicolizza il proprio re, al fine benefico di rammentargli la finitudine umana. Mi illudo peraltro che non esista questione trascendentale tanto complessa da non poter essere spiegata con le parole di un erbivendolo; forse è per questo che ancora oggi mi ostino a rivolgere a maghi, astrologi, matematici, insomma a qualsiasi uomo con fama di sapiente quesiti semplici, o meglio apparentemente semplici.
Naturalmente ne ricevo risposte scontate o troppo astratte per essere tenute in conto. Michele Scoto, che si vantava di aver veduto con i propri occhi trasmutare il rame in argento e la cui sterminata erudizione lasciava esterrefatti, ha balbettato parole senza senso quando ha tentato di spiegarmi perché la parte dell’asticella immersa nell’acqua ci appare storta. Invano ho interrogato i più valenti geografi sui luoghi dove sono ubicati il Purgatorio o l’Inferno, o su che postura assume l’Altissimo quando è assiso sul trono, e su cosa fanno al contempo gli angeli al suo seguito.
I più celebri tra i teologi che insegnano a Parigi non hanno saputo dimostrarmi se un’anima può far ritorno su questo mondo e mostrarsi a noi e parlarci.
Di tali mie curiosità si servono i nostri nemici, e massimamente l’empio che usurpa la cattedra di Pietro, asserendo di scorgervi una mia precisa propensione alla blasfemia. Sta bene, in questi anni ho sopportato l’onta indicibile di tre scomuniche; e talvolta mi sono abbandonato alla collera per il solito predicatore invasato o il ciarlatano guelfo che mi definiva “uomo pestifero e maledetto, scismatico, eretico ed epicureo”. Nondimeno, mio amato figlio, confesso a te, prima che al fido arcivescovo Berardo, di non sapermi ancora risolvere sull’ortodossia della fede che mi anima. Il più gran peccato, credo, lo consumo quando ai vertici della disperazione o dell’alterigia mi domando se credo in Dio o piuttosto a quel sistema fatto di paure, convenzioni e apparenze in virtù del quale ci viene imposto di credere in Lui.
Suvvia, ho già dato disposizioni, nel caso tutto volga al peggio, che dopo l’imbalsamazione e le unzioni di rito le mie spoglie mortali siano rivestite di una tunica di sacco grezzo, al modo dei bravi frati cistercensi, e che subito si appronti il viaggio via mare con destinazione Palermo.
Desidero essere inumato nello stesso sarcofago di granito rosso appartenuto a re Ruggero, padre di mia madre e so bene, conoscendo la tua devozione nei miei confronti, che ti atterrai scrupolosamente a quanto predisposto per la successione. Ciò che qui ti affido non è, d’altronde, questione di protocollo. Sei, tra i miei figli, colui che ho più amato e in cui più mi sia riconosciuto. Se la sorte mi negherà la felicità di abbracciarti, il mio fedele Abdulah ha ordine di consegnarti, oltre alla lettera, ciò che ho scritto nel corso di questi mesi di quiete forzata: un tentativo, più o meno, di riassumere i fatti più salienti riguardanti quel viaggio così parco di soste che è stata la mia vita. Nel corso della lettura riterrai forse giusto emendare qualcosa per ragioni di opportunità o di decenza. Ebbene, ti scongiuro di non farlo. Ho varcato l’antro della senescenza; permettimi di raccomandarti di non cedere mai alla tentazione di stabilire la verità, poiché in questo mondo solo il dubbio rimane, forse, l’unica verità possibile. Qualche notte addietro, mi è venuta in sogno l’ostessa che durante un mio soggiorno a Cremona fu condannata per venefici perpetrati ai danni dei clienti. Prima di incenerirsi tra le fiamme, quella megera con fama di veggente mi maledì, urlandomi che avrei esalato l’ultimo respiro in un luogo che porta il nome di un fiore. Troppe volte, in base a questa profezia, ho ricusato di entrare a Firenze, città del giglio, credendo di esorcizzare in tal modo la mia morte.
Ma i miei uomini sono stati costretti a ricoverarmi, qui in questo luogo che porta il nome di Castel Fiorentino; e ciò può non significare nulla o invece voler dire tutto. Ma ora basta, poiché anche un continuo rimestare di malinconie può in definitiva risultare vuoto e retorico. Meglio guardare avanti, per quel poco ancora che ci è dato. Ah, potessi fare a meno dei medicamenti, balzar via da questo scranno ingombro di cuscini, gettarmi sulle spalle lo zendado purpureo e precipitarmi fuori sul terrazzo per proporre alla mia guardia saracena una galoppata fino alla fiumara di Montecorvino o alla schiusa celeste dell’Adriatico! Addio, figlio mio.
Benedicimi, se puoi, col ricordo delle nostre belle cacce nelle foschie lente dell’alba. Neppure s’immaginano i superbi che strepitano imprese in nome dell’eternità, quanto per un vecchio sia bello e prezioso trattenere un lembo di memoria. Quale utilità ricava dopotutto l’uomo dall’affanno per cui fatica sotto il sole? Lo si legge nelle Sacre Scritture: una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge, il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a Mezzogiorno, poi gira a tramontana, gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna…
(Tratto da «Ragazzo di Puglia», edizioni Flamingo).

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