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Priscilla, i burattini e San Nicola

La fiaba di Anna Maria Di Terlizzi narra il viaggio del vescovo che salva tre fratellini

Priscilla, i burattini e San Nicola

Nonna Fiammetta lesse il libro dal titolo «il Viaggio del Vescovo», che narrava il più sorprendente avvenimento della vita di San Nicola. Al termine del libro, le balenò un’idea: avrebbe messo in scena con i burattini quella vicenda per la sua nipotina Priscilla, i suoi amichetti e altri bimbi.
Così Fiammetta costruì con le sue mani nove burattini, tanti quanti erano i protagonisti della storia: il Vescovo Nicola, il monaco Libanio, l’oste Marcio, tre fratellini, due maschietti e una bambina: Adautto, Kabiyr, Aay’a, due soldati romani e il simpatico asinello Griso.
Poiché era la prima volta che Fiammetta affrontava un lavoro del genere, pensò di chiedere aiuto alle sue care amiche, Anita e Giorgia.
Anita s’impegnò a riscrivere la storia inventando i dialoghi che i burattinai avrebbero dovuto recitare durante la rappresentazione e Giorgia aiutò a cucire abiti speciali adatti ai burattini. Nel lavoro tutte e tre si attivarono tantissimo, ottenendo risultati davvero soddisfacenti.
Quando tutto fu portato a termine, trovarono due bravi e fantastici attori burattinai che accettarono di mettere in scena lo spettacolo. Si chiamavano Roberto e Gianni. Si unì a loro anche Sandro il musicista che con la sua fisarmonica creava magiche atmosfere.
Le prove dello spettacolo si tenevano nel grande scantinato di nonna Fiammetta. Un giorno vi giunse anche la nipotina Priscilla, la quale rimase incantata nel vedere i burattini muoversi e parlare con voci diverse sul palchetto del teatrino e quando le fu chiesto di dare voce a due dei tre bambini, immediatamente accettò.
La preparazione fu un po’ lunga e faticosa per tutti, in particolare per la piccola, perché doveva imparare a memoria le frasi da recitare nella giusta intonazione.
Ma qual era la storia che si doveva rappresentare? Ebbene la vicenda racconta che Nicola, Vescovo di Mira, città della Turchia, accompagnato da un monaco di nome Libanio, viaggia su un carro trainato dall’asinello Griso. Insieme stanno attraversando un altipiano, tra paurose gole e valichi pericolosi per andare a Nicea, città situata sulle rive di un lago in Turchia, non lontana da Istanbul.
Il Vescovo è stato convocato dal Papa e dall’imperatore Costantino per provare a ristabilire la pace in questo periodo di tumulti religiosi.
Durante questo viaggio, una ruota del carro si rompe e la compagnia è costretta a rallentare e tentare di raggiungere a piedi una lontana taverna illuminata da una fioca luce.
Il burattino monaco cerca di arrivare più in fretta che può alla locanda, anticipando il santo vescovo, per chiedere ospitalità prima che faccia notte fonda. Ma quando bussa alla porta della bettola per chiamare qualcuno, un vocione urla in un modo spaventoso «Chi è?». Libanio rabbrividisce di paura e così intimorito risponde che il suo Vescovo, che lo sta seguendo, vorrebbe riposarsi e mangiare qualcosa.
Con questa risposta la porta si apre e compare un omaccione gigantesco di orribile aspetto, che lo fa accomodare nella sua poco rassicurante taverna. L’oste si chiama Marcio e in realtà lo è di nome e di fatto. Un uomo dall’aspetto cattivo come nessun altro al mondo e puzzolente come la sua buia casa, dove topi grandi quasi come gatti scorrazzano indisturbati tra tavoli e letti di fortuna fatti solo di paglia.
Libanio, però, non capisce subito quanto sia temibile questo individuo finché non si accorge che ci sono tre bambini, Aay’a, Adautto e Kabiyir, nascosti in un angolo buio, piangenti e tremanti di paura.
Forse stanno correndo un grave pericolo! Queste creature sono prese di mira dall’oste che afferma di essere il loro padre, mentre pensa di darli in pasto ai nuovi ospiti, soprattutto all’onorato Vescovo Nicola. Assaliti dalla paura, i piccoli tentano di fuggire, ma la loro sorte sembra segnata.
Per loro fortuna, in questo preciso momento sopraggiungono due soldati della guardia imperiale inviati dall’Imperatore Costantino. Devono scortare il Vescovo, ma hanno gran fame e fretta, e impongono a Marcio di darsi da fare in cucina.
Dalla cucina non provengono solo rumori di pentole ma anche urla di bambini. I soldati accorrono immediatamente con le spade sguainate per difendere i fanciulli da quel mostro sanguinario.
I piccoli si rifugiano tra le pieghe del mantello del Vescovo. Nicola li accoglie amorevolmente, liberandoli dalle grinfie di quell’uomo. Era stato proprio l’oste ad uccidere il padre dei bambini per impadronirsi della taverna e diventare ricco.
Nicola chiede conto a Marcio di tutte le sue malefatte e dopo averlo severamente rimproverato, lo lascia disperato e pentito al suo destino. Infine salgono sul carro, che nel frattempo era stato riparato, i bambini, San Nicola e Libanio. Le guardie imperiali, dopo essere montati su i bellissimi cavalli, fanno loro da scorta per condurli alla città di Nicea, dove si sarebbe tenuto il Concilio.
La prima dello spettacolo ebbe davvero un gran successo. Gli spettatori, grandi e piccini, applaudirono a lungo. Priscilla fu veramente brava a non sbagliare e si sentì particolarmente orgogliosa quando, insieme ai bravissimi burattinai uscì per ringraziare il pubblico. Mostrava i burattini Aya’a e Adautto che teneva infilati nelle braccia e le sembrava che anche loro partecipassero ai festeggiamenti.
Dopo vari spettacoli, la baracca e i burattini furono depositati nello scantinato della nonna e fu proprio lì che un giorno Priscilla si recò per prelevare ciò che a nonna Fiammetta serviva. Mentre cercava, sentì dei fruscii, dei sussurri... spaventata si girò da tutte le parti per vedere da dove provenissero quegli strani suoni. Non vide nulla.
Trovò finalmente quello che la nonna le aveva raccomandato di prendere e stava per andar via in fretta e furia, quando sentì chiamare «Priscilla...Priscilla, vieni da me, ti prego!»
«Chi c’è qui? Chi mi chiama?» domandò allarmata e tremante, cercando di scoprire se lì vi fosse nascosto qualcuno.
«Sono io, Aay’a la piccola burattina. Hai prestato la tua bella voce a me e al mio fratellino Adautto. Ti sei già dimenticata di noi? Ora siamo rimasti qui in solitudine e vorrei tanto che mi facessi un po' di compagnia e mi parlassi di te. Non ti dispiace, vero?»
«Aay’a dove sei, non ti vedo?» chiese Priscilla. «Sono qui, dietro il teatrino assieme a tutti gli altri, siamo tutti a testa in giù, ti prego vieni presto, ho bisogno di te. Vedo tutto a rovescio e i miei capelli hanno preso proprio una “brutta piega”...!»
Priscilla sorrise nel sentire questa frase e si affrettò a raggiungerla.
«Ecco brava mi hai trovata! Ora prendimi, per favore, e infila le dita della tua mano nella mia testa e nelle mie braccia così come ti hanno insegnato.»
Priscilla era sbalordita, le sembrava di sentire l’eco della sua stessa voce. Ma come poteva succedere che un burattino potesse capire, pensare e parlare, appropriandosi della sua voce?
«So a cosa stai pensando. Non hai ancora imparato che tutto può accadere?»
Un po' piccata da questo appunto, Priscilla decise di non farsi più sorprendere e allora mentre infilava il suo braccio destro nella burattina, le chiese: «Dunque, ora che ti sei impossessata della mia voce, pensi di essere diventata me?»
La burattina, che nella mano di Priscilla si muoveva in maniera indipendente, rivolse la sua bella faccina verso la bambina e rispose: «Ti sbagli cara, io rimango sempre Aay’a con tutta la sua storia. Solo che sono tornata a riviverla grazie a te e ai burattinai.»
«I tuoi fratellini non possono rivivere anche loro? E tutti gli altri?» le chiese Priscilla.
«Non so che dirti, loro non si muovono e non li sento parlare e poi chissà...»
«Insomma tu vuoi che parli di me, beh io... sono... sono una bambina normale come tutte le altre, ho genitori che mi vogliono bene, nonni che mi adorano e tante amiche e compagni di scuola.»
«Scuola? Cos'è scuola?»
«Non sai cos' è la scuola?»
«No, non so nemmeno cosa sono amiche e compagni...»
«E io non so da dove cominciare... la scuola, la scuola è un luogo dove s’imparano tante cose, per esempio: scrivere, leggere, contare, disegnare, stare insieme ad altri bambini che noi chiamiamo amici o compagni.
Beh è anche un po’ dura perché si studia molto e non c'è tempo per divertirsi. Molto spesso i maestri sono severi, se non hai studiato e imparato»
«È come una prigione dove ti bastonano se non fai quello che ti dicono?» chiese sgomenta la piccola Aay’a.
«No, no, non è così, nessuno ti bastona. Ti giudicano con dei voti... dei numeri insomma. Poi alla fine dell’anno, se sei stata brava ti promuovono per farti andare nella classe superiore. Ma tu, dove hai vissuto? Come mai non conosci queste cose?»
«La mia storia è triste. La gioia più grande era giocare con i miei fratellini Adautto e Kabiyr a nascondino tra gli alberi, per non farci trovare da Marcio.
Aspettavamo il buio per tornare a casa e sperare di avere qualcosa di caldo da mangiare. Noi avevamo sempre fame. Eravamo fortunati se nel bosco trovavamo frutti, bacche o giuggiole. Dove vivevo io, non c’erano altri bambini all’infuori di noi. Stavamo sempre per sentieri... forse era quella la nostra scuola.
Certo mi mancavano tanto le coccole della mamma che, quando c’era, mi teneva stretta stretta tra le sue braccia e anche il mio papà che sapeva preparare tante cose buone in cucina per noi bambini e per gli ospiti che arrivavano da molto lontano.
Un brutto giorno, però, arrivò Marcio, un uomo malefico e cattivo, da allora la nostra vita è cambiata e i miei genitori sono spariti per sempre».
Priscilla la guardò emozionata, se la strinse al petto e pensò «povera piccola!»
Poi colta da un pensiero felice, le chiese: «Aay’a, per fortuna è venuto il Vescovo Nicola che vi ha salvato. Non è
così»
Aay’a le fece cenno di sì̀ con la testa e Priscilla continu: «Lo sai che tanto tempo fa, 62 marinai partirono da Bari, la città dove sono nata, con una piccola nave e arrivarono a Mira, antica cittadina greca che poi diventò turca e lì presero le ossa di San Nicola.
1. (continua)

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