Martedì 11 Agosto 2020 | 12:23

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Novelle contro la paura

Pamela e la caduta sulla bara del marito

Storie e personaggi: i ritratti da «I fiori del Male». E il mistero della pianta di Lisse

Per Sylvie Foster una morte da attrice

Pamela Anderson, una giovane e bellissima foto-modella, trentacinque anni, lunghi capelli rossi e grandi occhi verdi, moglie di un importante finanziare di Wall Street, rimase improvvisamente e prematuramente vedova. Suo marito, Mr. Anderson, guidando completamente ubriaco, era andato a schiantarsi contro un albero a bordo della sua potente Ferrari gialla. Il giallo era il suo colore preferito. Al suo funerale, tre giorni dopo, nel cimitero di Green Wood nei pressi di Brooklyn, nonostante la pioggia battente, sotto gli ombrelli c’era tutto il bel mondo della moda, i più famosi stilisti, le bellissime indossatrici colleghe di Pamela, giornalisti e fotografi, oltre ai più importanti banchieri e finanzieri di New York. Molti di loro, dietro gli occhiali neri e le facce tristi di circostanza, erano già eccitati pensando a come spartirsi l’impero economico lasciato dal defunto, che il destino aveva prematuramente e provvidenzialmente tolto di mezzo. Alcuni di loro, oltre al patrimonio delle azioni quotate in borsa di Mr. Anderson, iniziarono a guardare con occhi diversi anche la bella vedova, che per l’occasione aveva indossato un tailleur rigorosamente nero, ma molto sexy.

Dopo il sermone, i discorsi e le preghiere fu azionato il meccanismo elettrico che cala la bara nella fossa scavata nella terra a circa tre metri di profondità. Per l’ultimo saluto all’amato marito l’inconsolabile vedova lanciò sulla bara nove tulipani gialli, il colore preferito dal marito. Prima di lanciarli sospirando li annusò profondamente bagnandoli con le sue lacrime. Dopo pochi istanti ebbe un mancamento e cadde nella fossa sbattendo la testa sulla bara del marito. Il legno di ciliegio della bara si coprì del sangue schizzato dalla testa della donna, che ora giaceva sul coperchio tra i tulipani gialli. Pamela Anderson era morta sul colpo.

Non fu fatta l’autopsia dal medico legale. La Polizia, chiamata dalla direzione del cimitero, diede per scontato che la caduta fosse dovuta a uno svenimento per il dolore e lo stress. La causa della morte venne attribuita al forte trauma cranico provocato dalla caduta.

La notizia naturalmente fece molto scalpore e uscì sulle prime pagine di tutti i giornali di New York. Le foto sconvolgenti, scattate dall’alto verso il basso, dal punto di vista cromatico e pittorico veramente di grande effetto, mostravano la bella ed elegante donna dai capelli rossi, vestita di nero, che giaceva scomposta sulla bara del marito tra i tulipani gialli e gli schizzi rossi di sangue. Per la cronaca rosa, anche le mutandine, ora visibilissime, erano rigorosamente di pizzo nero.
Le dedicarono titoli a tutta pagina che recitavano: «GIOVANE VEDOVA VA AL FUNERALE, CADE SULLA BARA DEL MARITO E MUORE», «TUTTO IN UN GIORNO SOLO: DA MOGLIE DIVENTA VEDOVA E DA VEDOVA CADAVERE», «SANGUE SULLA BARA: CAPELLI ROSSI, TAILLEUR NERO E TULIPANI GIALLI PER UN DOPPIO FUNERALE». I più scandalistici arrivarono a titolare: «E ORA LI SEPPELLIRANNO INSIEME?», «LA VEDOVA CHE SI È SEPOLTA E SI È PORTATA I FIORI AL SUO FUNERALE!», «SI SUICIDA LANCIANDOSI SULLA BARA DEL MARITO»

Dopo aver riportato alla superficie, non senza difficoltà, il corpo della donna, ci fu un momento di forte imbarazzo e di indecisione. – E adesso dove la portiamo? – si chiesero i parenti e gli amici più stretti. La defunta, in effetti, era già nel posto giusto dove si portano i deceduti, al cimitero, appunto.

Era la prima volta che moriva una persona al cimitero. Non era mai successo prima che un defunto entrasse al camposanto da vivo, verticalmente sulle sue gambe. Anche il direttore delle pompe funebri, interpellato, fu trovato impreparato sull’argomento: era una procedura inusuale, non sapeva bene cosa consigliare. Dopo una breve consultazione, i parenti e gli amici decisero che non aveva nessun senso portarla a casa sua per poi riportarla di nuovo il giorno dopo al cimitero. Già che c’era, meglio lasciarla lì, si convenne, nella camera ardente.

La mamma, ancora in lacrime, andò premurosamente a casa della figlia a prendere tutto l’occorrente. La ricomposero, le lavarono i capelli dalle macchie del suo stesso sangue, le truccarono gli occhi e il viso, le tolsero quel tailleur troppo scollato e provocante per una defunta e la rivestirono con un altro più consono al suo nuovo rigido status. Fecero portare dalle pompe funebri un’altra bara uguale a quella del marito e il giorno dopo la seppellirono nella stessa fossa, che per fortuna era sufficientemente profonda per due, mettendo la sua bara sopra quella già interrata del marito.

– In questo modo potranno stare per sempre insieme in quella posizione, – disse Catherine, la sua migliore amica, non senza una punta di malizia, – proprio come piaceva a loro due, lui sotto e lei sopra.
Che riposino in pace insieme. Amen.

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Lisse, 18 aprile 2020

Lisse è un paesino conosciuto come la capitale olandese dei fiori,che si trova sulla strada tra Amsterdam e l’Aja. A Lisse c’è il parco Keukenhof, la più grandiosa, spettacolare e colorata coltivazione di tulipani al mondo.
Nella tenuta di Keukenhof, il proprietario di una delle più importanti aziende florovivaistiche olandesi quel pomeriggio entrò nella serra per controllare come procedeva il lavoro dei suoi operai. Quel giorno era in programma la messa a dimora nei vasetti dei bulbi di tulipano, le piantine appena sbocciate passavano da lì al reparto imballaggio e spedizioni, dove venivano prima confezionate e poi immesse sul mercato internazionale.

Appena entrato nella serra fu avvolto dalla solita nebbia creata dall’acqua nebulizzata, in combinazione con la temperatura calda e umida, pompata per ottenere le condizioni ideali per la coltivazione intensiva dei fiori. Al solito gli occhiali gli si appannarono per la condensa dell’umidità sulle lenti. Come sempre fu accolto dal profumo piacevole, dolce e intenso dei tulipani, ma quel giorno c’era qualcosa di strano, troppo silenzio. La serra era stranamente deserta, neanche un giardiniere al lavoro. Regnava un silenzio totale interrotto solo dal fruscio monotono degli scatti automatici delle pompe per l’irrigazione e dei nebulizzatori di vapore. Si incamminò per i lunghi corridoi tra le piante e i banconi con gli attrezzi da giardinaggio. Dopo pochi passi, con orrore iniziò a scoprire, seminascosti dalla vegetazione, i primi corpi esanimi dei suoi giardinieri.
Dopo essersi ripreso dallo shock, grazie anche a due bicchieri generosi di jenever, telefonò all’ospedale e alla Polizia. Purtroppo le autoambulanze non servirono a niente e se ne dovettero tornare indietro vuote.

Nella serra la Polizia contò ottantaquattro cadaveri che vennero prima allineati, poi imbustati, caricati su un camion dell’esercito e portati all’obitorio. Il giorno dopo i giornali accusarono il proprietario di negligenza per il sistema di aerazione e di ventilazione forzata della serra evidentemente difettoso. Scrissero che aveva immesso qualche gas tossico entrato per errore nel sistema di umidificazione e riscaldamento dell’aria.
Il proprietario della serra fu arrestato con l’accusa di omicidio colposo plurimo, ma fu rilasciato il giorno seguente, dopo un controllo dell’impianto fatto dai tecnici della Polizia, che smentì questa falsa notizia trovandolo in perfetto funzionamento.
Dopo due giorni l’autopsia rivelò invece che si trattava di un evento assurdo e inspiegabile: ottantaquattro casi simultanei di arresto cardiaco.

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