Giovedì 13 Agosto 2020 | 02:02

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Davanti alla sbarra abbassata del passaggio a livello lasciavo che una brezza mattutina mi accarezzasse e trasformasse quella breve attesa in un inaspettato piacere. Poi, annunciato da una sirena rauca, passò il treno: fuori dai finestrini degli unici due vagoni, motrice e passeggeri, sventolavano pigramente delle tendine di stoffa beige. Questo episodio fugace e apparentemente senza importanza, mi ha portato a distanza di mesi, a progettare un viaggio in treno da Cisternino a Gagliano del Capo, all’andata via Zollino, al ritorno via Novoli.
Le F.S.E., acronimo delle Ferrovie del Sud Est, malgrado siano in via di ammodernamento utilizzano ancora su alcune tratte vecchi treni diesel, costruiti nel dopoguerra dalla Breda e dalla FIAT per i percorsi a scartamento ridotto delle linee ferroviarie pugliesi. La livrea di questi vagoni non è mai cambiata: bianca e azzurra, con una linea rossa che corre sottile lungo la fiancata delle carrozze fino a raggiungere il fronte della locomotiva dove sono collocati i fari e il nome della fabbrica costruttrice, inciso all’interno di una vittoria alata. Partendo da Bari, le FSE attraversano la Murgia, la Valle d’Itria e il Salento, dividendosi nei pressi di Lecce in due differenti tragitti, a Ovest e a Est, che si ricongiungono a Gagliano distante solo qualche chilometro da Santa Maria di Leuca, l’estremo punto meridionale della penisola salentina. Per preparare il viaggio sono tornato più volte nella piccola e poco frequentata stazione di Cisternino, all’interno della quale, dietro a una scrivania sovraccarica di strumentazioni e plichi di carte, lavora una bruna signora sulla quarantina che svolge le mansioni di bigliettaio, controllore e capostazione.
Studiare insieme a lei i treni da prendere, gli orari e le coincidenze, era diventato un modo per interrompere la monotonia della sua giornata che, da quanto mi diceva, proseguiva fino a pomeriggio inoltrato nella più grigia solitudine. Oggi, giorno della mia partenza, mentre aspettiamo il treno delle 8:40, mi accorgo che la signora, anche se non lo dà a vedere, è emozionata. – Eccolo! – dice soddisfatta alla vista della motrice in arrivo – È un Breda, in perfetto orario. – Ci salutiamo, e con l’animo colmo di quel senso di libertà che l’inizio di ogni viaggio suscita, salgo sul treno, dove sono l’unico passeggero. Mi guardo intorno: i sedili in Skai marrone, le pareti rivestite in fòrmica gialla, le tendine parasole beige. Le maniglie, i portapacchi e i serramenti, sono avvitati uno per uno con viti a stella, quando la porta si chiude il rumore è un pesante colpo secco, l’aria odora di ferro.
Boschi di querce, colonie di fichi d’India, vigneti, muretti a secco: l’inarrestabile scorrere del panorama è velato dal vetro del finestrino che anni d’intemperie hanno reso opaco. Alla fermata di Pascarosa, un anziano signore chiede prima di salire in treno di andare un momento in bagno. Perdiamo qualche minuto; in attesa che il vecchio ritorni, macchinista e controllore si sporgono fuori dal finestrino per scambiare qualche battuta con un viaggiatore fermo a fumare, in un dialetto stretto, a me incomprensibile, ma sufficiente per capire quanto la ferrovia leghi dipendenti e passeggeri in una specie di parentela nata negli anni lungo i binari. Dal mio scompartimento, ormai cosparso di giornali, taccuini e occhiali, guardo il paesaggio: alberi di mimose, cespugli di biancospino, e prati di calendule che, come fiumi gialli, esondano oltre i tratturi. Recupero, Galante, Femmina Morta, le contrade della Valle d’Itria si susseguono. Insieme ai loro nomi bizzarri, riaffiorano le persone che quasi quotidianamente incontro in queste campagne, nei piccoli negozi di alimentari, crocevia di giocatori di scopa, o nelle masserie dove i contadini insistono sempre per farmi assaggiare qualcosa. Superata la linea di confine che corre tra Taranto e Ostuni, la «soglia messapica», lo scenario cambia, i boschi e le colline si diradano, la terra rossa e scura della Murgia, nell’alto Salento diventa calcarea e grigia. Prima di Novoli il treno si ferma in mezzo ai campi, in una di quelle soste apparentemente senza motivo in cui mi domando, guardando il cielo dal finestrino, quale arcano richiamo seguano le nuvole che vedo affrettarsi verso Oriente, e in quali latitudini si raduneranno. Ripartiamo.
A Lecce la coincidenza per Gagliano attende al secondo binario, la stazione è affollata di studenti e di giovani africani che occupano in pochi istanti i posti a sedere del nuovo treno, un Breda AD 79, riempiendo l’aria di voci animate. – Padre nošciu ... ma lìbberane de lu male ... e cussì ssia. – Il sommesso pregare di una donna anziana seduta al mio fianco si perde nel chiasso del vagone. Gli sporadici paesi che in lontananza riesco a individuare sono segnalati dalla presenza di alti cipressi lungo i viali, il resto sono ville isolate, antiche masserie, fabbricati industriali; di fronte a uno di questi, in quell’immobilità inspiegabile a noi umani, sono fermi due cavalli. Per lavori lungo la linea, a Poggiardo si deve effettuare un cambio imprevisto, scendere, e salire su un pullman di collegamento, arrivati a Tricase riprenderemo il treno.
Siamo rimasti in pochi: io, un signore che chiacchiera con l’autista, la vecchia che prima pregava e che adesso dorme, e una giovane coppia di ragazzi intenti a sbaciucchiarsi. Viaggiare con lentezza, in corriera, in treno, o ancor di più muoversi a piedi, dedicandosi alla semplice osservazione della vita che scorre, è affermare la propria sovranità sul tempo; è indugiare anche sulle cose più effimere e futili, come le promesse di eterno amore che leggo scarabocchiate dagli studenti sul retro dei sedili di questo pullman: «con te ho trovato la luna», «principessa ti amerò per sempre». Trovo altre scritte nei posti a sedere vicino all’autista «hai illuminato la mia vita», «urlami che ti manco» e in fondo al bus un laconico e disperato «solo tu solo tu solo tu».

Arrivato alla stazione di Tricase, prima di scendere dal pullman noto, disposto in bell’ordine, il gruppetto di statuine e simboli che decorano il cruscotto di guida dell’autista: una Madonna di Lourdes, un Padre Pio, un cornetto rosso portafortuna, un San Cristoforo, una foto di famiglia e, ciondolanti dallo specchietto, un crocefisso e uno scudetto del Lecce. Da Tricase a Gagliano del Capo il tragitto è breve. Il treno, un D343 delle Officine Meccaniche FIAT, è un convoglio di tre vagoni semivuoti che corre sferragliando per la vasta campagna assolata. La stazione di Gagliano del Capo è il capolinea salentino delle F.S.E., guardo l’orario, il treno per riportarmi a Cisternino parte soltanto fra un’ora. Gironzolo per la stazione, un edificio dei primi del ‘900 costruito su due piani: sotto gli uffici, sopra l’abitazione del capostazione, che vedendomi passeggiare tutto solo mi raggiunge per scambiare due parole. Ci fermiamo lungo la banchina di fronte a gruppo di leve, manopole e ingranaggi intrisi di grasso nero. – Gli scambi, i semafori e i passaggi a livello – mi spiega – sono tutti comandati a mano mediante un complesso sistema di cavi che manovro personalmente da qui. La meccanica di questo impianto ha più di cent’anni, Gagliano è una delle poche stazioni ad avere ancora gli scambi azionati manualmente. – Suona la campana che annuncia il treno. – Ma fra un po’ tutto diventerà elettronico, è questione di mesi – dice il capostazione allontanandosi. Rimango ancora un istante a guardare l’insieme degli ingranaggi di ghisa: differenziali e catene lasciaranno il posto a tastiere e schermi digitali, l’acuto stridio delle ruote dentate sotto sforzo andrà perso nell’oblio, sostituito dal sottile ronzio di spie luminose e segnalatori rossi e verdi.

All’arrivo del treno, un moderno ATR 220 di produzione polacca e dal muso un po’ arcigno, tipico degli scooters e delle macchine sportive, salgo e mi affondo in una comoda poltrona rivestita di una stoffa vellutata, anche qui il vagone è semivuoto. Ascolto i nomi delle fermate: Lecce, Manduria, Francavilla Fontana. Attutita dalla sonnolenza, la voce dell’altoparlante sembra giungere alle mie orecchie da qualche luogo lontano, poi improvvisamente, Cisternino.

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