Venerdì 05 Giugno 2020 | 09:31

NEWS DALLA SEZIONE

Novelle contro la paura
Cari ragazzi vi scrivo così (non) mi distraggo

Cari ragazzi vi scrivo così (non) mi distraggo

 
Novelle contro la paura
Giove e Giunone, liti a Bari Vecchia

Giove e Giunone, liti a Bari Vecchia

 
Novelle contro la paura
E Giove giunse a Bari Vecchia

E Giove giunse a Bari Vecchia

 
Novelle contro la paura
Il Museo del clima è qui a Cisternino

Il Museo del clima è qui a Cisternino

 
NOVELLE CONTRO LA PAURA
Quando il Pianeta è sotto infezione

Quando il Pianeta è sotto infezione

 
Novelle contro la paura
Lo strano caso del... baule verde

Lo strano caso del... baule verde

 
Novelle contro la paura
Il mio amante? Milano. Mia moglie? È Bari

Il mio amante? Milano. Mia moglie? È Bari

 
Novelle contro la paura

Dedicato a Teresina e al piccolo mondo antico

 
NOVELLE CONTRO LA PAURA
Piccolo vocabolario della nostra vittoria

Piccolo vocabolario della nostra vittoria

 
Novelle contro la paura
Un «Abc» d’amore per il tempo sospeso

Un «Abc» d’amore per il tempo sospeso

 
NOVELLE CONTRO LA PAURA
Al suono di un carillon c’è la vita che riparte

Al suono di un carillon c’è la vita che riparte

 

Il Biancorosso

serie C
C’è aria di fronda tra i club: il Bari vuole palla al centro

C’è aria di fronda tra i club: il Bari vuole palla al centro

 

NEWS DALLE PROVINCE

BatSolidarietà
Barletta, l'imprenditore Crescente dona 21mila euro alla Asl Bt con l'iniziativa «uscirne si può»

Barletta, imprenditore batte il Covid 19 e dona all'Asl Bat 21mila euro

 
LecceL'ironia
Salento, dopo Foggia spunta una nuova pantera nera in Puglia: ma è soltanto un peluche

Salento, dopo Foggia spunta una nuova pantera nera in Puglia: ma è soltanto un peluche

 
BariLa foto
Bari, mercantile portoghese bloccato in porto: «Questa nave non è sicura»

Bari, mercantile portoghese bloccato in porto: «Questa nave non è sicura»

 
FoggiaViale Candelaro
Foggia, auto travolge donna in bicicletta: nell'impatto sfondato il parabrezza

Foggia, auto travolge donna in bicicletta: nell'impatto sfondato il parabrezza

 
TarantoLa trovata
Ginosa, l'idea di un lido per il distanziamento: «Qui come su un'isola deserta»

Ginosa, l'idea di un lido per il distanziamento: «Qui come su un'isola deserta»

 
PotenzaAgricoltura
Basilicata, dalla Regione arrivano le norme per la gestione della brucellosi bovina

Basilicata, dalla Regione arrivano le norme per la gestione della brucellosi bovina

 
Materaripresa
Sindaco De Ruggieri: «A Matera non ci sono più casi di Coronavirus»

Sindaco De Ruggieri: «A Matera non ci sono più casi di Coronavirus»

 
BrindisiL'intimidazione
Ostuni, incendiata auto a ex sindaco

Ostuni, incendiata auto in pieno giorno: terzo attentato all' ex sindaco

 

i più letti

Novelle contro la paura

Noi, murati nella villa aspettando il sole

Vacanza solitaria

Antonella Lattanzi

Antonella Lattanzi

Arrivarono per primi. Michele aveva guidato dalla città alla casa sul mare che avevano preso in affitto, prima che iniziasse tutto. La macchina era di Clara, ma a lei non piaceva guidare, voleva godersi il panorama, non voleva pensare. Sedeva accanto a Michele che all’inizio aveva dovuto abituarsi alla Yaris che non aveva mai guidato, poi ci aveva preso gusto, e avevano viaggiato parlando e sentendo la musica. Sul sedile di dietro c’era Gianluca, faceva caldo e aveva abbassato il finestrino. Erano passati davanti a campi e città, il viaggio durava un paio d’ore e nessuno al mondo sapeva cosa stava per succedere, cosa sarebbe successo quello stesso pomeriggio.

«Mangiamo qualcosa?». Era l’ora di pranzo e la piccola città di mare sonnecchiava. I turisti passeggiavano coi cappelli di tutti i colori per difendersi dal sole, alcuni già abbronzati, altri bianchissimi. Scendevano le scalette del lungomare, si toglievano i sandali e camminavano sulla spiaggia chiara, che un po’ pungeva i piedi. I ristoranti erano pieni. Michele, Clara e Gianluca scelsero un posto qualunque affacciato sul mare, mangiarono spaghetti alle vongole, bevvero tre birre. C’era una lieve brezza, non faceva troppo caldo, e vedere il mare, o sentirne il rumore chiudendo gli occhi, era bellissimo.

Dopo pranzo fecero un giro per il paese che intanto si svegliava, attraversarono un mercato pieno di voci e colori, passarono davanti a una pescheria e ordinarono delle orate da fare sulla brace quella sera, poi ripresero la macchina e andarono a conoscere la casa. Era grande, pulita, sui toni dell’azzurro, con tante stanze – una per ognuno di loro – e una terrazza che dava su una piccola spiaggia di ciottoli. Lì, la mattina, sul mare, proprio di fronte a loro, sarebbe sorto il sole.
Arrivarono anche gli altri. Bruno, coi capelli ricci e il fare schivo, bofonchiò qualcosa e andò a lasciare i bagagli nella sua stanza. Dietro di lui arrivarono Paola, Francesco, Alice e Agostino. Si dispersero nelle camere dopo aver chiacchierato un po’, Francesco andò a fare la spesa in paese, altri si fermarono nella casa a riposarsi, altri si misero i costumi, presero i libri, e andarono all’arrembaggio del mare.

Sotto la casa, in un garage, c’era qualunque cosa a disposizione degli ospiti: sdraio, materassini, maschere di ogni tipo, e anche un piccolo kajak. Gianluca disse che lui sapeva guidarlo. Clara gli chiese: «Mi ci porti?». «Dopo, ti ci porto dopo». Il sole era caldo, l’acqua era verde, in spiaggia non c’era nessuno, un piccolo molo di cemento si protendeva per una cinquantina di metri verso il largo, a pelo d’acqua. Misero le gambe a mollo e intanto cominciò a calare il sole, parlarono come si parla all’inizio di una vacanza, preoccupati che possa passare troppo presto, emozionati perché erano solo le prime ore. Avevano ancora tutto davanti a sé.

Una mezz’ora dopo Francesco tornò dal paese pallido. In paese non c’era più nessuno. Ristoranti, negozi, tabaccai, mercato, pescivendolo, porte e finestre delle case, era tutto sprangato. Neanche un turista. Neanche un abitante del paese. Nessuno.

Tutto sprangato, come non avesse mai abitato nessuno, lì. Era riuscito a recuperare al volo del cibo e delle bevande per i giorni successivi, il padrone di un alimentari che stava chiudendo in tutta fretta doveva aver notato il suo smarrimento. Aveva spinto con un calcio delle casse col cibo e le bevande fino ai piedi di Francesco. Quello aveva fatto per avvicinarsi e pagare, ma l’uomo si era fatto indietro, gli occhi vitrei, spaventatissimo. Si era infilato nel suo negozio e si era chiuso dentro.
Francesco si era messo in macchina e aveva fatto il giro del paese. Nessuno, da nessuna parte. Nessuno, niente, solo qualche piccione e i soliti gabbiani. Cibo abbandonato dai turisti, un gelato sull’asfalto che colava fragola e melone, un pezzo di pizza mezzo mangiato, persino dei sandali e una scarpa da ginnastica, spaiata.

Alcune macchine erano parcheggiate in mezzo alla strada, con gli sportelli ancora aperti. Come se quel posto fosse stato abbandonato in fretta. O come se tutti si fossero rinchiusi nelle case, di colpo, in attesa di cosa?, l’invasione di un nemico, il passaggio di un violentissimo uragano?

Nessuno può pensare davvero a un evento sconosciuto. Nessuno può credere davvero che un evento sconosciuto, e terribile, accadrà proprio a lui. La testa rifiuta di credere al peggio, cerca una scappatoia, si dice: vedrai che non è niente, a me non accadrà. E al racconto assurdo di Francesco fu Agostino a rispondere così: «Vedrai che non è niente. Adesso controllo le notizie sul telefono». Eppure nessuno di loro – erano in otto – pensò di uscire dal recinto di quella casa – una spiaggia tutta loro, una casa, un garage, un cancello – per andare a controllare. La paura è una cosa si insinua e che ci mette un attimo a insinuarsi. Appena le dai uno spiraglio, quella ti penetra dentro e ti fa fare cose strane. Provarono coi cellulari. Erano isolati. «Non prende qui», disse Clara, «dovremmo provare fuori, sulla strada». Ma nessuno fece seguire un’azione a quella proposta, nemmeno lei.

Calò la notte rischiarata da una luna gigantesca e bianchissima, rimasero a guardare le venature nere sopra quella luna mentre si dividevano il cibo che Francesco aveva procacciato, bevendo birra. Cucinarono, apparecchiarono, cenarono sulla terrazza che dava sul mare nerissimo, eppure così confortante. La mente si chiuse alla possibilità di una tragedia, di un evento catastrofico, e a un certo punto iniziarono a ridere e a chiacchierare come non stesse succedendo nulla. Non era niente, aveva ragione Agostino, l’indomani sarebbe tornato tutto normale.

E in effetti la mattina dopo li svegliò l’abbaiare di un cane, gioioso, sulla spiaggia. Clara e Gianluca, gli occhi assonnati, si portarono le tazzine di caffè sul mare e giocarono col cane. «Come si chiama secondo te?», disse Gianluca. «Non lo vedi? È chiaramente un Jack», disse Clara. Si tuffarono tutti e tre nel mare: Clara, Gianluca, Jack.

Alzando lo sguardo dal mare, tutto intorno si vedevano altre ville. Ma erano sprangate, chiusissime, e non si sentiva un rumore dalla strada. Nella spiaggetta, oltre loro, non arrivava nessuno.

Bruno e Francesco tornarono a casa sconcertati, le labbra sottili, lividi, le facce pallide. «Abbiamo provato a uscire di qui», disse Bruno, allargò le braccia, «ma hanno innalzato una barriera oltre il nostro cancello. Abbiamo provato a chiamare, non risponde nessuno». «Nemmeno il telefono», Francesco buttò il suo cellulare sul tavolo, «nemmeno il telefono prende. Da nessuna parte». «Siamo prigionieri?», Paola, in un costume azzurro in tinta con la casa, guardò gli amici. «Mi sa di sì», Clara le si avvicinò, «ma perché?». In quel momento il panico fu invitato a entrare in casa, come un vampiro, e si impossessò di loro. Provarono a forzare la barriera, ad arrampicarsi sugli scogli che incorniciavano la spiaggetta, ad arrivare alle case sprangate, a far funzionare i cellulari. Alice, che era un’atleta, s’inerpicò su una roccia più alta, il corpo magro e scattante e i muscoli che guizzavano sotto sforzo. Non c’era nessuno. Non si vedeva niente. Nessuno, se chiamavi, rispondeva.

Il ventesimo giorno il sole si fece più forte. Agostino e Michele andavano tutti i giorni a pescare, qualche volta anche con Bruno. Francesco e Alice cucinavano. Gianluca, Clara e Paola provavano altre vie d’uscita e, con Jack, cercavano erbe buone da mangiare. Alla fine non si stava male. Erano passati dieci giorni di pura follia, in cui gli amici avevano prima minacciato di distruggersi a vicenda, sotto l’incantesimo del panico, poi di immobilizzarsi per sempre. Poi, un giorno, semplicemente avevano cominciato a riorganizzarsi. Si leggevano storie a voce alta, facevano il bagno, il kajak l’avevano trasportato in mare per cercare di andare più lontano, ma aveva una falla, e l’avevano riportato a riva. C’era una dolcezza mai conosciuta prima tra di loro, una condivisione che non contemplava proprio le parole, un senso di precarietà, certo, ma pure d’amore. La sensazione, per la prima volta nella vita, che tu non eri solo uno: tu eri tutti. Il sessantesimo giorno si sentì un rumore.

Qualcuno stava buttando giù la barriera oltre il loro cancello. Si aprì, circospetta, la finestra della casa oltre gli scogli. Poi tutte le altre finestre, pian piano. Si affacciarono, una a una, delle facce timorose. Di colpo tornarono, come si fossero riaccesi tutti insieme, i rumori della strada, della gente, il chiacchiericcio delle persone, gli urletti dei bambini. Gli arei ripresero a solcare il cielo. Le auto a passare oltre il cancello.

Gli otto amici scesero in spiaggia, a guardare la vita che tornava. Le persone cominciarono a sporgersi dalle case circostanti, si guardavano tutti come fosse la prima volta che vedevano un essere umano. C’era un’aria di speranza, e di rinascita, e la gente alla fine spalancava porte e finestre, si riversava in strada, e si abbracciava.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

LE RUBRICHE

Speciale Abbonamento - Scopri le formule per abbonarti al giornale quotidiano della Gazzetta
Gazzettaffari - Portale di annunci de La Gazzetta del Mezzogiorno
Gazzetta Necrologie