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Qualcuno era fermo per strada e confabulava con altri indicando la palla infuocata che ora si era fatta visibile anche nella valle. Altri ignoravano la cosa, facendo spallucce. Altri ancora, più arditi, si cimentavano finanche in battute di spirito. Ma nessuno rideva a quei tentativi: un serpeggiante sgomento iniziava a farsi palpabile. All’improvviso una giovane donna appena uscita di casa fissò il cielo e cacciò un urlo di terrore, scoppiando poi in un pianto dirotto.

Dopo qualche attimo di disorientamento, i passanti le si fecero attorno per sostenerla, in quanto sembrò sull’orlo dello svenimento. Alcuni tentarono di rincuorarla con frasi di circostanza. Due liceali, con i libri sotto il braccio, presero la lodevole iniziativa di farle avere dell’acqua e mossero spediti in direzione del bar.

Loro non potevano saperlo ma in quello stesso momento, nella grande città posta a ottanta chilometri dal piccolo paesino, per strada c’era un ormai percettibile disordine nella circolazione. Il traffico intenso del mattino si dipanava con difficoltà a causa di assembramenti improvvisati di passanti, cui prendevano parte, talvolta, automobilisti in transito che parcheggiavano alla meglio sul ciglio della strada, creando rallentamenti e sovente veri e propri intasamenti. Moltissime persone avevano l’orecchio incollato al cellulare e parlavano con chissà chi di chissà cosa.

Altri controllavano su internet se vi fosse qualche notizia circa quel che stavano osservando del sole; e a chi faceva loro domande rispondevano scuotendo la testa in silenzio senza staccare gli occhi dallo schermo. Due mamme che stavano accompagnando i bimbi all’asilo, dopo essersi confrontate tra loro, decisero che non era il caso di allarmarsi ma che sarebbe stato comunque più prudente rientrare a casa con i bambini e si diressero velocemente verso la fermata dell’autobus.

Loro non potevano saperlo ma in quello stesso momento nel quartier generale del comando centrale delle forze armate, nella capitale, faceva ingresso in una stanza opulenta un generale convocato d’urgenza. Entrato, si trovò di fronte le più alte personalità del governo e delle forze di sicurezza che sedevano a un grande tavolo con assistenti sparsi ovunque.

Alcuni parlavano al telefono con chissà chi di chissà cosa, altri consultavano febbrilmente gli schermi dei computer portatili di ultima generazione e alle saltuarie domande di qualcuna delle personalità più rappresentative dei vertici della sicurezza nazionale, che voleva sapere se vi fossero novità, rispondevano scuotendo la testa, senza distogliere gli occhi dallo schermo; quindi queste ultime riprendevano a parlare febbrilmente al cellulare con chissà chi di chissà cosa. Il generale appena arrivato salutò a gran voce per attrarre l’attenzione e poi disse che a momenti sarebbe giunta la telefonata del capo degli schieramenti interforze planetari alleati, dagli Stati Uniti d’America, e indicò un telefono rosso al bordo del tavolo. Scese improvvisamente il silenzio.

Due assistenti intraprendenti e solerti si diressero verso la consolle audiovideo per connettere il tutto all’impianto vivavoce di ultima generazione.

Loro non potevano saperlo, ma in quello stesso momento il capo degli schieramenti interforze planetari alleati, negli Stati Uniti d’America, in alta uniforme, con finta nonchalance stava tentando alla meglio di rimuovere dalla manica della camicia, con un fazzoletto bagnato d’acqua, uno sbaffo di rum e cioccolata residuo dei bagordi della sera precedente – che non aveva notato prima data la telefonata che lo aveva convocato d’urgenza e dato che non aveva avuto il tempo di prenderne una pulita dall’armadio al piano superiore – essendosi addormentato ubriaco sul divano solo un paio d’ore prima di essere svegliato di soprassalto dal trillo del telefono.

Sedeva in una stanza insonorizzata blindata, posta nel sotterraneo della Casa Bianca a Washington, e aveva di fronte a sé il Presidente degli Stati Uniti d’America in persona. Era notte fonda. Sul tavolo, di fronte a quest’ultimo, c’erano dieci telefoni in bachelite con cornetta e filo a prova di tempesta magnetica, in grado di consentirgli di parlare praticamente con tutto il pianeta anche in caso di interruzione delle reti elettriche.

«Allora, Generale, mi dica tutto. Dobbiamo fare molto in fretta. La nazione attende notizie. Nelle città, nonostante l’alba non sia ancora sorta, sta diffondendosi una certa confusione: è necessario intervenire immediatamente, inutile sottolinearlo, con informazioni precise e attendibili.»

Il generale si impettì, respirò a fondo e poi disse con sicurezza: «Non ne sappiamo niente, Presidente. Proprio niente.»
Il Presidente arretrò appena la schiena, portandosi una mano al mento con aria sicura.

Lo aveva visto fare in un film: è così che fanno i Presidenti in situazioni come questa. Poi disse: «Come sarebbe a dire che non ne sapete niente?».

Il generale restò per un po’ in silenzio. Non sapeva esattamente che postura assumere e non aveva visto alcun film sull’argomento. Per cui disse con voce incerta: «Non abbiamo la più pallida idea di cosa stia accadendo. Abbiamo sentito l’opinione di scienziati, luminari, esperti di guerra Nucleare, Batteriologica, Chimica Propagandistica, Psicologica e anche animalisti, capi di sette occulte e massoni, servizi segreti, infiltrati; e per non lasciare nulla di intentato anche i vertici delle associazioni di agricoltori, apicultori, allevatori: nessuno ha saputo dirci niente di niente, a parte numerose, improvvisate e infondate illazioni, naturalmente. Siamo riusciti a radunare nella base, al fine di consultazione in tempo reale, tutti gli esponenti dei maggiori vertici delle forze ufficiali di sicurezza, comunque, tranne due.» «Tranne due? Perché?»
«Sono morti. Dopo aver visto dietro la porta di casa le auto della polizia che avevamo mandato irritualmente a prenderli per portarli rapidamente al Pentagono, il primo si è sparato. Il secondo è precipitato tentando di fuggire dal terrazzo con una valigetta piena di denaro e cocaina. In casa del primo era in corso un festino sadomaso.»

Il Presidente disse austero: «Uhm...»

Il generale rispose con un diplomatico e neutrale colpetto di tosse.
«Allora, generale, cosa consiglia? Qui la situazione sta prendendo una brutta piega. Al momento la popolazione è ancora in buona parte addormentata, e quella sveglia è solo frastornata, confusa dalle notizie dei privati che giungono via internet dall’Europa, ma se non tiriamo fuori una versione ufficiale presto saranno guai. L’alba è vicina.»

«Purtroppo, Presidente, io non ho elementi e quindi non sono in grado di formulare alcuna ipotesi che non rischi di essere poi smentita dai fatti in base a come si evolveranno le cose. Credo che l’unica sia sentire il Cremlino.»
Il Presidente scosse la testa: «Mi hanno chiamato loro pochi minuti fa. Sono nella nostra stessa identica situazione. Credo ci resti solo il piano Alpha Human».

Il generale deglutì rumorosamente. Forse voleva dire qualcosa ma gli restò strozzato in gola.
Il Presidente proseguì: «Non avrei mai creduto di doverlo utilizzare, nella mia vita. Lei ha motivi validi, da espormi, che depongano per una tesi contraria? Altrimenti procediamo con la registrazione video dell’ordine di esecuzione.»
«No, Presidente. Possiamo procedere.»
Entrambi si posizionarono di fronte all’impianto di videoregistrazione, si guardarono un’ultima volta e poi venne premuto il tasto di avvio.
Loro non potevano sapere che in quello stesso momento il comandante supremo dei depositi di armi e rifornimenti stava uscendo dal Pentagono, fingendosi calmo e rilassato nel rispondere al saluto militare del piantone, a bordo di un camion speciale cassonato e blindato, carico di armi, scorte di cibo a lunghissima conservazione, acqua e tende speciali antiradiazioni.

2. Continua. 

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