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La rivoluzione? Stop ai timbri e linguaggio comprensibile

Ricordate il grande Ennio Flaiano (1910-1972)? Pochissimi, come lui, genio (nolo solo) dell’umorismo, hanno saputo descrivere al meglio vizi e difetti della bella Italia. Tra passato remoto, passato prossimo, presente e futuro. Pochissimi come lui avevano compreso che ogni tentativo di semplificare la vita agli italiani avrebbe prodotto il risultato opposto, ossia un’ulteriore complicazione della loro esistenza. «In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi», scriveva lo scrittore abruzzese che, tra l’altro, sceneggiò La Dolce Vita di Federico Fellini (1920-1993). E che dire dell’irresistibile brano, sempre del Nostro, sull’invasione dei Timbri.

Alcuni stralci: «Dopo la calata dei Goti, dei Visigoti, degli Unni e dei Cimbri, la più rovinosa per l’Italia fu la calata dei Timbri... Senza la benedizione di un timbro non si poteva nemmeno morire; e se questo vi pare assurdo, vi dirò che si poteva sì morire, ma non essere creduto. Nel tempo furono fatte varie leggi per contenere la loro preponderanza. Ma tutte era viziate all’origine dalla necessità che anche per rendere esecutive quelle leggi occorresse un Timbro... E ve n’erano di varia importanza, dai più umili, i Lineari, ai più imponenti, i Tondi, ma nessuno disposto a subire il predominio degli altri. Perciò feroci lotte intestine. Fino al delirio. Per un po’ scompaiono, ma sùbito tornano più forti e resistenti di prima, come succede del resto con certe specie di insetti. E sempre con nuove idee».
continua dalla prima

Non è cambiato nulla dai tempi di Flaiano. Anzi, la situazione è addirittura peggiorata. Anche perché la tirannia burocratica si basa innanzitutto sull’oscurità del lunguaggio e sulla moltiplicazione dei Timbri. E, paradossalmente, raggiunge il massimo della libidine proprio nei propositi e negli atti tesi a rendere più trasparente, o più funzionale, un sistema, un settore, un’attività.

Chi ritiene esagerata, grottesca, questa narrazione della complicazione permanente, dovrebbe leggere le confessioni di un capo di gabinetto raccolte da Giuseppe Salvaggiulo nell’acuminato libro Io sono il Potere (edito da Feltrinelli). Apprenderà che alcuni decreti arrivano alla Corte dei Conti privi del soggetto di una frase. Roba che mano la Settimana Enigmistica. Avrà la conferma/testimonianza, da parte di un depositario del Potere, che «le leggi raramente si approvano per venire incontro alle esigenze vitali dei cittadini. Le leggi si fanno per favorire, garantire, promuovere, comporre interessi.

Di una persona, di un gruppo, di un’azienda». E il tipo di linguaggio, la tecnica di scrittura, il cosiddetto drafting legislativo, sono fondamentali in merito, a garantire il primato della Casta. Più nebbia c’è all’incrocio di un testo, meglio è (per il Potere, non per il cittadino). Come pensate che si possa giungere, ad esempio, a 513 regimi fiscali agevolati, che costano 105 miliardi l’anno, quanto dieci leggi di stabilità, senza l’ausilio di un lessico più ermetico di un brano di Giuseppe Ungaretti (1888-1970)? Per dirla con l’interlocutore di Salvaggiulo: «Si fanno le norme, poi altri le interpreteranno». La fabbrica delle leggi funziona così. Del resto, già un big dell’Ottocento, il tedesco Otto von Bismarck (1815-1898), avvertiva che le leggi sono come la salsicce, nessuno sa cosa c’è dentro.

Anche il decreto semplificazioni di ultima stesura non si discosta, pare, nonostante le buone intenzioni, da quelli che lo hanno preceduto. Nuove complicazioni, ulteriori passaggi burocratici, continui rinvii per la sua approvazione. La semplificazione più attesa riguarda il fisco, ma l’esperienza maturata finora non induce all’ottimismo. Tutte le volte che si è toccata la matassa fiscale, la materia si è vieppiù ingarbugliata e le tasse anziché scendere sono salite, contraddicendo i proclami di presentazione. Ovviamente, a rimetterci sono sempre stati quelli in regola con le dichiarazioni dei redditi, specie se «appesantite», quest’ultime, da un pugno di euro in più. Basti pensare, pure, alla triste fine capitata allo statuto del contribuente, disatteso negli anni più dell’attuale invito a mettere la mascherina nei luoghi affollati.

E comunque. Per evitare spiacevoli sorprese da ogni riforma concepita con lo scopo di snellire procedure e adempimenti, sarebbe opportuno incaricare, per la redazione dei testi, uno scrittore vaccinato contro il morbo della teminologia gergale, quella per sacerdoti e addetti ai lavori sparsi nei diversi sinedri. Decenni addietro, Indro Montanelli (1909-2001) si autopropose al ministro Franco Bassanini per il compito di tradurre in un italiano accessibile la mole di leggi scritte in ostrogoto. Era una provocazione, più che una candidatura a un incarico rognoso. Ma il celebre giornalista coglieva nel segno: fino a quando non si semplificherà il linguaggio, fino a quando lo stile giornalistico/divulgativo non pervaderà i decreti, fino a quando la chiarezza non verrà considerata un traguardo da raggiungere, anziché un’autodisciplina da evitare, sarà inutile illudersi. Le leggi si susseguiranno e si complicheranno a oltranza. Idem i tentativi di aggirarle. Una rincorsa all’infinito tra «ambiguità costruttiva» (l’oscurità del legislatore) e «ambiguità distruttiva» (la diffidenza dei cittadini). Una corsa verso non si sa cosa. Un copione da «guardie e ladri» (film).

Non ci salveremo mai? Sì, a patto di scatenare la resistenza contro la calata continua dei Timbri e di rendere accessibile il linguaggio dei mandarini della nborma. Sarebbe una vera rivoluzione. Altro che semplificazione.

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