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In Puglia e Basilicata

LA NUOVA MODA

Il monopattino ci rende «vastasi»

Il monopattino ci rende «vastasi»

Teresa Imbriani sul maledetto monopattino

Teresa Imbriani, fotografa artista che «campa» sul mezzo popolare tra le buche della strada

03 Aprile 2022

Alberto Selvaggi

Eccola, arriva nell’equilibrio del suo pastrano esistenzialista color beccamorto, su una tavoletta a due rotelle stringendo un manubrio a funzionalità digitale. Taglia il percorso in controsenso curvando, salta sul marciapiede schivando un bastardo (non uomo, cane), sul petto le ballonzola la fiaschetta da San Bernardo che nel suo caso è una Sony Alpha 7r con cui tramortisce di clic mezza Bari. Trattasi di Teresa Imbriani, fotografa artista che campa sul monopattino. Oltretutto è di Arnesano, cioè pizzica pizzica, Concertone zinghe e zanghe per sei ore filate tutto uguale. Sicuro ha votato Capa Quadrata Decaro, ambientalismo raccolta differenziata, equo solidale: ha appeso la bandiera della pace sulla statua di San Nicola fronte Basilica difatti. Segue le regole: regole quali?

La natura meccanica del monopattino piega chiunque all’illegalità. Perfino quel trasgressivo sempre sopra le righe di Sergio Mattarella, su uno di questi mezzi dannati, impennerebbe con colpo di reni barivecchiano, si lancerebbe in slalom tra le signore menando qualche calata alle acconciature laccate.

L’arrivo dei 500 Tier verdolini, dotati di frecce posteriori grandi quanto un occhio d’allievo sputato, non cambia l’andazzo. Il monopattino ha sostituito il vecchietto con la coppola imminchionito al volante della Simca che ci faceva imprecare. Aggiungendo però, grazie all’assenza di targa, regole, tracciabilità per multare, il danno di comportamenti delinquenziali. Questi traghettatori sono silenti e insidiosi come pallottole vaganti e come pugnalate alle spalle. Si materializzano muso a muso d’un lampo al pari dei killer negli agguati. E non a caso sono, assieme alle bici elettriche truccate, strumenti di locomozione prediletti dai malviventi, per lavoro o per svago.

Ogni tanto qualche pilota si sconquassa precipitando nelle bucazze che il Comune di Bari amorevolmente tiene a conservarci intatte. Ogni tanto un dietologo viene abbattuto da un siluro sbucato dalla rampa disabili. Nessuno scaraventa più i pronipoti dell’Eveready Autoped (brevetto 1915) nei cassonetti come neonati indesiderati. Sono quasi 2000, gli operatori quattro e tutti escludono gli anziani scoraggiati dall’uso di app e procedure online. Che stavolta però non piangono per l’emarginazione diffusa a loro discapito dalla dittatura tecnologica che ci ha ridotti a dementi ammaestrati. Sorridono, anzi, rimirando le loro tibie e i loro tarsi ancora intatti.

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