Dedalo di scalinate, tetti e finestre affacciate sul vuoto: la città dei Sassi è una meraviglia di architettura vernacolare e, allo stesso tempo, una palestra a cielo aperto per chiunque voglia sfidare le barriere architettoniche. Ci si arrampica tra geometrie impossibili e, tra un gradino e l’altro, torna in mente la notizia estiva sparata in pompa magna a Ferragosto: Matera candidata a “Capitale Europea della disabilità 2027”. Poi, marcia indietro e correzione lessicale: meglio dire “Capitale Europea dell’inclusività sociale”. Benché, a voler essere pignoli, il titolo ufficiale bandito dall’Europa sia “Capitali Europee dell’inclusione e della diversità”. Ma tant’è: la sindrome da Capitale qui picchia più del sole di agosto.Il corto circuito semantico è lampante: da quando la disabilità è diventata un trofeo da mettere in bacheca, alla stregua di una coppa di calcetto? Non è un caso che gli sguardi più acuti abbiano subito notato la contraddizione: prima di proclamarsi campioni di inclusione, bisognerebbe verificare se una persona in carrozzina riesce almeno a raggiungere il municipio senza bisogno di Sherpa dell’Himalaya.Matera ha collezionato titoli come figurine Panini: “Patrimonio UNESCO”, “Capitale europea della cultura 2019”, “Capitale mediterranea del dialogo e della cultura” e, adesso, perché non competere anche per la “Capitale della inclusione e diversità? Viene da pensare che, prima di ammalarsi di annuncite cronica (quella che porta gli amministratori a fare proclami più che progetti), bisognerebbe chiedersi se ci sono davvero le “condizionalità abilitanti” – quelle che, in soldoni, i burocrati valutano come requisiti di partenza. Ma oltre a verificare l’assenza di rampe, servizi di accessibilità e inclusione per i deboli e i diversi, bisognerà capire come abbattere i limiti mentali, perché non basterà un titolo altisonante a far sparire le barriere culturali.Infatti, di titoli ne abbiamo tanti, ma di eredità concrete poche. La Capitale Europea della Cultura, per esempio, ha lasciato in dote molta reputazione internazionale, frotte di turisti, ma anche parecchia evanescenza culturale, tipo coriandoli dopo il carnevale, vista l’incapacità di capitalizzare l’esperienza e rafforzare il ruolo degli operatori del settore e di un pubblico evoluto.Ora serve meno storytelling e più classe dirigente capace di abbattere prima i propri limiti mentali (e manageriali) e poi anche quelli fisici della città.Questa allora potrà essere l’occasione per ripensarsi, aprirsi all’innovazione sociale e culturale, abilitando e coinvolgendo i cittadini e le organizzazioni di settore come protagonisti. Solo così si potranno trasformare i limiti in sfide, restituendo alla comunità più un senso di appartenenza e alla città meno effetto cartolina.
Basta la candidatura a capitale europea?
Domenica 31 Agosto 2025, 09:54
















