Mercoledì 05 Agosto 2020 | 21:23

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Se un infermiere va nella bufera

Quella notte imperversava  una terribile tempesta  di neve, era il ’56. E...

Se un infermiere va nella bufera

Giuseppe stava per addormentarsi, il suo letto era in un vano sul retro dell’infermeria,  accanto alla cuccia di Nigro, il suo inseparabile amico a quattro zampe, un bellissimo gatto nero. Quella notte imperversava una terribile tempesta, di neve di un anno particolare il ’56. Due contadini Giovanni e Matteo, si stavano dirigendo uno sul dorso di un mulo e l'altro su quello di un asino, verso il campo profughi di Sanuca,  vicino al casello dell'omonima stazione.

Sulla strada che da Gravina in Puglia conduce ad Altamura sorgeva infatti uno degli otto Centri Raccolta Profughi (CRP) creati in Puglia per far fronte ai massicci arrivi, che si moltiplicarono dopo il 1943 e a seguito delle vicende che caratterizzarono l’immediato dopoguerra con l’esodo della popolazione delle ex colonie. Oggi di quella struttura rimangono solo alcuni capannoni dall'aspetto inquietante, oltre a delle casette che non hanno ceduto alle intemperie. Il campo profughi, rappresentava un punto di riferimento per molti contadini della zona, completamente isolati specialmente nel periodo invernale. Quella sera i cancelli del campo si erano appena chiusi, due sconosciuti, scambiati dai custodi per ladruncoli del posto, imploravano aiuto nel loro dialetto. Nicola, un loro fratello, la mattina nei campi si era ferito con un attrezzo arrugginito. 

La ferita era stata sottovalutata, l’uomo aveva continuato regolarmente il suo lavoro. Si aspettava la nevicata, bisognava sbrigarsi e al più presto rientrare in casa al sicuro. Una volta rincasato si era disinfettato alla men peggio stringendo la ferita con un panno pulito, simulando una fasciatura, capace di bloccare l'emorragia, ma niente da fare. Il dolore si era intensificato e la ferita continuava a sanguinare. I fratelli spinti dall’anziana madre si erano diretti verso il campo profughi, con quel tempaccio sarebbe stato impossibile raggiungere Altamura e tantomeno Gravina. 

I contadini della zona avevano nei confronti del campo profughi un rapporto di amore odio, non sopportavano come tanti Italiani di quell'epoca, che lo stato spendesse danaro   per accogliere i profughi che rientravano dalle colonie, pur essendo questi ultimi italiani. Giovanni e Matteo qualche volta erano entrati all'interno del campo per portare delle provviste o vendere alcuni dei loro prodotti, erano rimasti colpiti dalla cura e dall'ordine con cui quelle persone avevano ricreato i loro ambienti domestici con grande dignità, amor proprio e decoro. I due avevano sentito parlare di Giuseppe e di Maria, due infermieri che lavoravano nel campo profughi, sotto le direttive del dott. Indrio, che da Altamura una volta la settimana andava al campo profughi a visitare i pazienti più gravi e a dare disposizioni ai due infermieri. Maria anche  ostetrica, aveva spesso assistito in casa delle partorienti nel contado circostante e Giuseppe aveva salvato dal tetano tanti contadini. Quest’ultimo era lui stesso profugo della Tunisia, Maria invece era di Santeramo in Colle paese non lontano, sempre sulla Murgia.

Erano tempi difficili, il dopoguerra aveva spiazzato tutti ma allo stesso tempo aveva dato alla gente quella marcia in più per affrontare e sognare un futuro migliore. Gli addetti alla sicurezza, Aristide e Andrea, originari di Parma, non riuscivano proprio a capire quei due cosa potessero volere a quell'ora della notte.  Corsero subito da Giuseppe: «Ci sono due contadini della zona che hanno bisogno di aiuto. Noi abbiamo capito poco, è meglio che parlano con te, il pugliese è più vicino al siciliano che al nostro dialetto».

I due si fecero avanti e spiegarono a Giuseppe l’accaduto. L’infermiere prese una borsetta di pelle di dromedario che aveva portato con sé dalla Tunisia dove riponeva gli arnesi da lavoro. Controllò che ci fossero un bollitore con una siringa, quelle di vetro che si usavano una volta, dei ferri chirurgici, dell'alcool etilico, un laccio emostatico e del siero antitetanico. L’uomo oltre ad un giaccone molto pesante, un cappello di lana e una sciarpa, indossò dei calzettoni che gli aveva fatto sua madre e infilò i piedi nelle calosce per meglio proteggersi dalla neve. Di corsa i due caricarono Giuseppe sul mulo in posizione privilegiata e si diressero verso la masseria Cornacchia. La bufera imperversava e per due volte Giuseppe cadde dal mulo, i due fratelli lo aiutarono a rialzarsi e mentre continuavano il cammino i tre cominciarono a familiarizzare. Giuseppe raccontò loro che era la prima volta che vedeva la neve. In Tunisia abitava sul mare, dove la neve non era mai comparsa. Solo qualcuno dei vecchi raccontava di averla vista sul Bugurnin, il famoso Monte a due Corni.

Una volta a casa la signora Rosetta preparò per i tre uomini, un bicchiere di latte caldo. Giuseppe bevve in fretta e si diresse verso il letto di Nicola.  Si trattava proprio di una brutta ferita.  Chiese subito a Rosetta di mettere il bollitore sul fuoco. In attesa spiegò alla madre e ai fratelli che bisognava dopo aver ben disinfettato e suturato la ferita, iniettare subito il siero antitetanico e sperare che tutto procedesse per il meglio. Terminata la medicazione la donna in ginocchio, ai piedi di Giuseppe, non finiva di  ringraziarlo, ripetendogli che lui era un angelo mandato dal cielo. I quattro cominciarono a simpatizzare, mentre Nicola finalmente era riuscito a prendere sonno. L’infermiere venuto dalla Tunisia, raccontò loro la storia dei suoi bisnonni, che dalla Sicilia con delle imbarcazioni precarie avevano raggiunto l’Africa per vincere la povertà piantando vigne, ulivi, costruendo delle fattorie, dopo aver disboscato il terreno circostante.  I tre ascoltavano incuriositi, non sapevano nulla di quelle vicende, di quando molti italiani immigrarono, e che non tutti avevano avuto la possibilità di acquistare un biglietto per andare in America e alcuni, in Sicilia, si erano dovuti accontentare della Tunisia e li, avevano costituito delle vere e proprie comunità di italiani con addirittura una lingua propria, che loro chiamavano «tunisino» in realtà un misto di siciliano, francesismi e arabo, che non aveva nulla a che fare con l'arabo che parlavano i tunisini, quelli veri.

La stessa gente che aveva creato uliveti, vigneti, fattorie, storie personali e tanto altro, una volta salito Bourguiba al potere, non avendo accettato la conversione alla religione islamica, aveva dovuto rinunciare a tutto, costretta al rimpatrio con soli 20 dinari in tasca quale risarcimento, dopo aver abbandonato tutto. Giuseppe con la sua famiglia era salito su una di quelle navi per rientrare in Italia. Suo padre non intendeva diventare neanche cittadino francese, lui si sentiva italiano in tutto il suo essere e questo lo aveva trasmesso ai suoi figli, anche se alcuni di loro si erano diretti in Francia. Giuseppe molto legato agli anziani genitori, alla sorella Gina e al fratello più piccolo Alfonso era venuto in Italia per inseguire un sogno. Lui a vent'anni si era arruolato volontario nell'esercito italiano, aveva fatto la campagna d'Africa. Non pensava certo, che per questo gli italiani l'avrebbero accolto a braccia aperte, ma non avrebbe neanche mai immaginato che nel campo profughi di Napoli gli avrebbero dato da mangiare cibo scaduto e pieno di scarafaggi. Questo Giuseppe non lo aveva proprio sopportato e a capo di altri giovani profughi aveva costretto il direttore a mangiare il cibo che veniva dato alla sua gente, per questo era stato trasferito di forza al campo di Altamura. I tre impallidirono nell’ascoltare quella storia e soprattutto, loro che conoscevano a malapena l'italiano e parlavano un idioma tra il gravinese e l'altamurano, rimasero sorpresi nello scoprire che Giuseppe aveva frequentato le scuole francesi, parlava e scriveva alla perfezione oltre l’italiano anche l’arabo e il francese.

Rosetta prese una bisaccia e mise dentro un caciocavallo, del pane di Altamura, che lei stessa aveva fatto in casa, dei salumi, dei pomodori secchi e delle conserve e con immensa gratitudine li diede a Giuseppe. Quasi si scusò di non poter dare altro. Ribadì che anche per gli italiani quello era un brutto momento. Suo marito era stato ucciso dai tedeschi e non era stato facile tirar su tre figli maschi che ancora non avevano preso moglie, perché lei aveva bisogno di aiuto nei campi.  Era quasi l'alba e i vigilanti preoccupati del ritardo, aprirono subito ai tre uomini le porte del campo.  Giuseppe finalmente riuscì ad addormentarsi.  Sognò di essere in Tunisia a potare le viti e quel sogno fu da lui interpretato come un buon auspicio per il futuro. Giuseppe fino ad allora non era convinto di rimanere in Italia, era indeciso se raggiunge la sua fidanzata Francesca in Svizzera, dove lavorava come operaia in una industria tessile, oppure raggiungere il resto della sua famiglia in Francia. In quel momento ebbe una certezza, dopo l'incontro di quella notte, si era reso conto che l'Italia era la sua terra.

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