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novelle contro la paura

Quando i fantasmi ti guardano storto

«Quanto è stata breve la sua vita» - pensava fra sé. «Morire a 62 anni, con la pelle ancora fresca come una porcellana! Era bella, mia madre»

Lì nel cimitero con mia madre

«Quanto è stata breve la sua vita» - pensava fra sé. «Morire a 62 anni, con la pelle ancora fresca come una porcellana! Era bella, mia madre». Il silenzio di quel posto però cominciava a crearci una strana inquietudine. Forse, prese dalla volontà di superare l’ostacolo della chiusura, non avevamo adeguatamente valutato l’ansia che può procurare l’essere completamente sole in un luogo fosco e di grande suggestione come quello, anche se in pieno giorno. Nessuna di noi, però, osava confessare all’altra la propria inquietudine.

Finalmente arrivammo a destinazione. Aprimmo il grosso lucchetto che fermava una robusta catena posta intorno a un saliscendi arrugginito, quindi entrammo nella cappella.

I lumini tremolavano creando ombre sinistre sulla parete. Ci guardammo intorno alla ricerca dell’effigie della nonna ma non riuscivamo a distinguere niente in quanto i ceri non illuminavano abbastanza. Mentre cercavamo l’interruttore, sentimmo un rumore provenire dall’altare, come un suono di passi che si trascinavano faticosamente, accompagnati da un pesante respiro.
Indietreggiammo spaventate, soffocando a malapena un urlo e fermandoci sulla soglia, pronte a fuggire. Cercavamo però di apparire fredde, non volendo confessare che ci era venuta una stramaledetta paura.

Guardammo inorridite in direzione dell’altare e vedemmo comparire, poco per volta, una figura che sembrava levitare: prima la testa, poi le spalle, poi una giacca e una cravatta nere; infine si materializzò la sagoma di un uomo, completamente vestito a lutto, con le mani sporche di terra.

Restammo paralizzate dal terrore. Da dove sbucava quella misteriosa presenza? Come poteva esserci qualcuno rinchiuso lì dentro? Avevamo aperto noi, il lucchetto della cappella.

Assalite da incontrollabili tremori, rimanemmo dapprima immobili e poi iniziammo a indietreggiare lentamente, senza osare voltarci: temevamo le azioni che quell’individuo avrebbe potuto compiere.

L’inquietante figura si rivolse a noi dicendo:
- Chi siete? Come mai vi trovate qui?
Mia madre, sempre temeraria, ostentando sicurezza, rispose:
- Lei, piuttosto, chi è? Come mai si trova qui, con il cimitero e la cappella chiusi?
- Ma io ci abito, qui dentro.

A queste parole la paura aumentò. Mamma, rincorrendo chissà quali improbabili percorsi psicologici, tentò timidamente di raccomandarsi con una frase surreale:
- Sa, io sono la sorella della signora Ines, la conosce?
- Ma certo che la conosco; vengo ad accudirla ogni giorno. È morta la settimana scorsa. È sepolta lì, vedete? – ed indicò una lapide avvolta nell’oscurità più fitta.
- Ma no, vi sbagliate; mia sorella è viva ed abita in via Sozy Carafa.

Ormai i discorsi parevano seguire un filo di incontrollato nonsense. Mia madre sembrava volesse ingraziarsi i favori di questa imprecisata entità con referenze altolocate, mentre io e Annamaria, ancora paralizzate, sentivamo salire il panico.
Mi rivolsi a mia madre e dissi:
- Mamma, andiamo via. Non importa, verremo a trovare la nonna un altro giorno. I fiori possiamo portarli in chiesa: avranno comunque una degna collocazione.
Mia madre sembrava non mi ascoltasse e continuava l’assurda conversazione con questo signore.
- Scusi, ma come mai lei si trova qui, all’interno di una cappella chiusa?
- Ancora? Le ho già detto che questa è casa mia. Approfitto del giorno di chiusura per potermi muovere indisturbato. Voi, piuttosto, come mai siete qui? Oggi il cimitero è chiuso ai visitatori.

Le sue parole facevano sempre più rabbrividire.
- Abbiamo avuto le chiavi dal direttore. Sa, veniamo da Bari e non volevamo aver fatto un viaggio a vuoto.
- Il direttore? Ma come ha fatto a consegnare le chiavi del cimitero a delle sconosciute?
- Si è immedesimato nel nostro problema. Gli abbiamo assicurato che saremmo tornate dopo una mezz’oretta.

Mia madre aveva un tremore nella voce che non le avevo mai sentito. Cercava di apparire disinvolta per non far aumentare la nostra paura e per non manifestare ai nostri occhi debolezza: non cedeva facilmente ai timori lei, di nessun tipo. Aveva affrontato situazioni difficili con audacia, ma quel giorno sembrava fortemente scossa. Così continuò:
- Ma lei non ci risponde: chi è? e come mai si trova qui?
- Senta signora, sembra che lei non voglia capire. E’ da tempo che pratico questo luogo. Approfitto della chiusura per sistemare alcune faccende rimaste in sospeso. Parlo spesso con coloro che non ci sono più; tutti gli altri mi infastidiscono.

Purtroppo, quando il cimitero è aperto sono costretto a non fare niente perché non posso disturbare i vivi; i morti, invece, mi sono familiari.
- Ma perché quelle mani sporche di terra?
- Eh, signora mia; io con la terra e nella terra ci vivo. E poi, tutti finiremo là sotto, prima o poi.

Fu la frase dirompente: la mamma, superando quella sottile soglia che separa la paura dal coraggio - sentimento questo che si manifesta proprio quando quella comincia a trasformarsi in terrore - cominciò ad avanzare. Voleva capirne di più, anche perché aveva visto una strana luce provenire dal retro della cappella. E non era di certo una luce artificiale. Sembrava luce solare, che scaturiva dall’esterno. Guardando con timore, ma con più attenzione, si accorse che dietro l’altare vi era una scala di pietra che conduceva a un luogo sotterraneo da cui sicuramente era comparso, salendo un po’ per volta, quel lugubre signore. Verso il fondo invece, vi era una porticina che sboccava nel viale sul retro.

Piuttosto rinfrancata mia madre esclamò:
- Ma lei è entrato da lì?
- Certo. E da dove sennò? Sul retro c’è un cancelletto di servizio per noi.
- Noi chi, mi scusi?
- Noi custodi.
- Ah… ma lei è il custode?
- Signora, ho cercato di dirglielo ma lei non credo che abbia capito.
- È tutto così ovvio per lei? Non può immaginare che se qualcuno apre un grosso lucchetto, non si aspetta di certo di trovare rinchiuso all’interno qualcuno? e per giunta con il cimitero chiuso?
- Mi perdoni, signora, io invece come faccio a immaginare che nel giorno di interruzione dell’attività cimiteriale, tre signore entrano in una cappella sbarrata con un saliscendi e serrata con un grosso lucchetto?
Chiarito l’equivoco, lasciammo alle sue faccende quel signore e raggiungemmo la nonna che dalla foto sembrava sorriderci. Sistemammo con cura i fiori e ci fermammo a pregare.

Rendendoci conto che era ormai abbondantemente passato il tempo che ci era stato concesso dal direttore, lanciammo un richiamo al custode per comunicargli che andavamo via. Ma di lui, neanche l’ombra.
- Sarà andato fuori a sistemare altro – disse mia madre – Lasciamogli un biglietto per comunicargli che siamo andate via.
- Va bene – risposi.
Scrissi velocemente due parole, riponemmo il foglio su un banco e richiudemmo il cancelletto con il saliscendi, la catena e il lucchetto; quindi ci avviammo all’uscita.
Giungemmo all’ufficio del direttore per riconsegnargli le chiavi e, ringraziandolo per la sua sensibilità e cortesia, raccontammo, quasi divertite, l’episodio che ci era accaduto.

Il direttore, con una espressione sgomenta, esclamò:
- Com’è possibile? Abbiamo assegnato a una ditta esterna il compito di provvedere alle pulizie; ecco perché mi trovate qui. Siamo alla ricerca di chi sostituisca il custode. È morto circa quattro mesi fa.

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