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Riprendiamoci la vita, storia di una passeggiata

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Cara Anna, non ti parlerò di letteratura ma solo di una passeggiata, ho lasciato a casa Fabio e sono uscita, lo so che è sbagliato, lo so che è contro le norme ma non ne potevo più. Ho preso via dei Cappellari, vuota, c’erano solo le buste e un market arabo aperto, sono arrivata a Campo de’ Fiori, tre persone al massimo, il solito forno, il macellaio e la salumeria Viola, unici negozi aperti, i militari e un carro armato dove prima c’era il mercato dei fiori.

Sono arrivata ai piedi della statua di Giordano Bruno e ho indugiato nel silenzio del suo mantello, nel silenzio di una città ingoiata dalla paura. Ho proseguito per via dei Baullari, ho attivato la webcam dello smartphone e ho iniziato a riprendere tutto ciò che vedevo, un antico forno, dolcetti di marzapane in vetrina, rettangolari e rotondi, alcuni con una glassa bianca di zucchero sopra, altri colorati, colmi di canditi e zuccherini, mi sembrava di sentirli sciogliersi in bocca. Sono arrivata in piazza di San Pantaleo, dove prima c’erano i taxi ora campeggiano una volante della polizia urbana e un ammasso di auto posteggiate, ho svoltato per piazza Navona, quest’ultima terribilmente bella deserta, nel silenzio si sentiva solo lo scroscio delle fontane del Bernini, mi sono avvicinata e ho filmato l’acqua per trenta secondi e dopo ho ripreso uno dei tritoni dal volto imbronciato e un puttino, ho zoommato dentro un foro e ho ingrandito un dettaglio di Sant’Agnese in Agone, così inesorabilmente silenziosa e chiusa, a imitare il silenzio di Dio.

Mi è dispiaciuto non poter entrare, avrei voluto perdermi nel vorticare di angeli e Santi dipinti sull’abside. Sono andata avanti fino a corso Vittorio Emanuele II dov’era appostata una camionetta dei carabinieri e tre di loro mi hanno seguita per un pezzo, sono tornata a piazza Navona, ho ripreso di nuovo la facciata di Sant’Agnese e uno dei carabinieri mi ha battuto la spalla, voleva sapere cosa facessi in giro, gli ho detto che dovevo andare in farmacia e mi ha lasciata stare. Sulla terrazza di fronte a Palazzo Braschi un ragazzo dell’età di Fabio suonava La Tosca di Puccini alla chitarra elettrica mentre un uomo, che immaginavo potesse essere il padre, lo riprendeva con uno smartphone, era interessante il gioco di specchi in cui io riprendevo il padre che riprendeva il ragazzo, il quale ha eseguito per intero Vincerò seguito da un coro di applausi dagli affacci di tutti i palazzi che davano sulla piazza, una signora al balcone, tre persone alla finestra e un uomo con abito talare nero che passava di lì hanno applaudito.

Mentre tornavo verso casa ho incrociato un uomo accovacciato per terra che mi ha fatto segno di non riprenderlo, si è avvicinato e mi ha detto: Spegni quest’affare, oppure cancella. Ho detto: Non sono qui per riprendere te, passavo per caso. Ho puntato la telecamera altrove ma ho registrato la nostra conversazione. Gli ho chiesto cos’avesse visto oggi, Niente, ha detto, ha da pensare alla sopravvivenza e dopo di nuovo: Cancella, mi sento spiato, non so perché voi turisti dovete spiarci, prenderci in giro. No, ho detto, non voglio prenderla in giro, voglio capire, ho incontrato lei e lo chiedo a lei, non ha paura di ammalarsi? No, ha detto, sono arrivato a sessant’anni ormai, chi mi ammazza più. E poi ha aggiunto che tanto per lui non cambia niente, si trova in disgrazia senza aver mai rubato o stuprato o ucciso, si trova in strada per caso e gli tocca anche prendersi cura di una donna sulla sedia a rotelle, tanto a loro non ci pensa nessuno. I morti seppelliscono i morti, ha detto, e i poveri seppelliscono i poveri. Pensa che cambierà qualcosa adesso?, ho chiesto. E lui: Certo, ci sarà ancora più discriminazione, noi saremo ancora più vilipesi.

Parlava un italiano forbito, sembrava aver studiato, gli ho promesso che avrei cancellato la registrazione e gli ho lasciato due, tre euro. Scusami, ho detto. Fa nulla, ha detto lui, però prima dovevi chiedermi il permesso e magari presentarti. Hai ragione, mi chiamo Gaia. Lui si chiama Sergio, ha voluto dirmi ancora qualche altra volta che si trova così, abbandonato da tutti, senza aver stuprato, ucciso o rubato ma con una sorte ben peggiore di chi queste cose le fa abitualmente. Non ho potuto dargli torto ma dopo un po’ la sua lamentela reiterata mi ha seccato. Ho fatto la strada a ritroso, calava la sera; sono arrivata in piazza della Cancelleria e ho filmato un frammento di cielo malva e cremisi su corso Vittorio Emanuele, dalle parti della Chiesa Nuova. Quando sono arrivata in via dei Cappellari, non sono tornata a casa, ho seguito un altro suono e ho girato per via Giulia dove erano ancora tutti affacciati al balcone a cantare Survive. Di questa Roma ancora accesa, di questa vitalità velata mi resta la speranza, non posso buttarla via, e forse l’altro giorno dal salumiere ridevo per esorcizzare, per ricordarmi che tutti stiamo lentamente precipitando ma dal precipizio nascerà qualcosa; Anna, tu forse non mi credi perché sei danese, non sei abituata alle catastrofi ma noi che abbiamo il sud nel sangue sappiamo che la vita continua comunque, se hai un marito che vuole accoltellarti, un figlio che si rifiuta di parlare, e devi pagare una serie di debiti che non puoi pagare, se c’è una malattia che mette in ginocchio il paese, e anche se qualcuno dei tuoi cari ne viene travolto tu devi pensare a chi resta e mandare avanti le cose.Non serve schermarsi nell’amarezza, nell’apatia, fuggire in un mondo visionario e rifiutarsi di affrontare la realtà. Bisogna umilmente rimboccarsi le maniche, ciò che inizialmente hai detto a me, bisogna pensare a cosa mangiare domani. Ti chiedo di tornare sui tuoi passi e perdonarmi, non c’è più molto tempo, io penso di averlo fatto, non so quando torneremo a guardarci negli occhi, ma non puoi serbarmi rancore mentre tutto crolla; ricordati che quarant’anni fa mi hai messa al mondo e che adesso abbiamo perso le radici, dobbiamo ritrovarle.
Tua Gaia. 15 marzo 2020

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