Martedì 28 Settembre 2021 | 16:52

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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Novelle contro la paura

Giove e Giunone, liti a Bari Vecchia

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«Certo, ci mancherebbe!» «E con chi lo fanno? Ma con le loro compagne, a volte con le papere, raramente con le galline purché ruspanti, e allora?» «Io conosco un cigno», disse Giunone al marito, «che ha fatto l’amore con una ragazza di Bari vecchia, ne sai qualcosa tu?» «Non so nulla», rispose Giove girando appena il capo, «se lo avessi saputo stai pure tranquilla che al cigno gli avrei fatto fare una brutta fine». «Ma davvero? E come potevi fargli fare una brutta fine se quel cigno eri tu, maledetto marito infedele», accusò Giunone brandendo un lungo matterello.
«Io so tutto, fedifrago di un marito, so che ti sei trasformato in cigno, che hai fatto l’amore con una ragazza barese, che l’hai messa in cinta, che la ragazza ha partorito uova di cigno, che l’ostetrica donna Falloppio è scappata spaventata dalla sua casa, che la ragazza ha covato l’uovo schiusosi dopo una settimana, e che da quell’uovo è nato tuo figlio Dionigio. Ora sai cosa ti capiterà», minacciò Giunone correndogli dietro con il matterello.
«Tu sai tutto», disse Giove riparando il suo sacro corpo dietro il divino seggio, «e chi è stato a dirti tutto?» «Un mortale, un mortale della religione concorrente alla nostra, un cristiano! Avevo il sospetto di un tuo tradimento, sei sempre stato abituato abituato a farlo, e allora scesi in Bari vecchia travestita da popolana che vendeva cozze nere e ad un certo punto si avvicinò un tizio che doveva comprarle e a cui chiesi se fosse accaduto qualcosa di strano lì nel borgo. Lui mi risposeche sapeva, e che mi avrebbe raccontato tutto in cambio di trenta dozzina di cozze nere» «Trenta dozzine di cozze nere? Io, Giove, signore dell’Olimpo sgamato per trenta dozzine di cozze nere? E chi è costui, ti ordino di dirmelo, che lo voglio fulminare subito!» «So solo che si chiama Giuda». «Giuda? Come quel Giuda che mezzo secolo fa tradì Cristo, il nostro rivale?» «Non mi interessa nulla di lui», rispose Giunone, «confessa, spudorato bugiardo, mi hai tradita?» «Ebbene sì, moglie mia», ammise Giove, «ma non è colpa mia, la colpa è di Heros, Heros mi possiede. Io Giove, signore del cielo e della terra sono succube di Heros!».
«Ma questa volta mi sono vendicata», replicò Giunone. «Cosa hai fatto? Guai a te se hai fatto del male a Dionigio!» «Purtroppo non ho potuto ucciderlo perché quando sentenziai la sua fine lui era già nato, ma per la seconda covata ...» «Come, sono state covate due uova? E io non so niente?» «Si! Diciotto anni dopo la nascita di Dionigio siccome il secondo uovo non si schiudeva, io lanciai una terribile profezia di morte e sentenziai che sua madre avrebbe mangiato il figlio che sarebbe nato dalla seconda covata». «Un incesto orale!» accusò Giove. «E così fu. Sua madre, stanca di accovacciarsi sull’uovo prese un mestolo di bronzo e dette un forte colpo sullo stesso procurandogli uno spacco fatale e conseguente parto cesareo. L’uovo s’aprì, ma un mio sortilegio gli fece trovare dentro non un neonato ma l’albume e il tuorlo. Così sua madre cosse il contenuto mangiandosi la frittata ed io ebbi la mia vendetta» «E io non posso fare nulla per salvarlo», disse disperato Giove che aggiunse, «ormai sarà stato bello e digerito! Non mangerò più frittate in vita mia!» «Ti sono stata sempre fedele, conoscendoti ti ho fatto sempre da sentinella, ma non è servito a niente, sei un vigliacco!» «Non è colpa mio, te l’ho detto. È vero ti ho tradita tante volte, ma l’ho fatto anche per il nostro bene, il bene degli dei. Sono molti i figli che ho seminato, alcuni sono fra noi qui sull’Olimpo, e sono tutti con noi, siano essi figli mortali o immortali, ovunque, ad Atene, a Roma, tutti a difendere il paganesimo contro questo tsunami del cristianesimo che vuole sbarazzarsi di noi e prendere il nostro posto». «Posso capire un tradimento con altre dee, posso capire difendere Atene e Roma, ma tradirmi con una sempliciotta di Bari vecchia no, questo proprio non dovevi farlo». «Ribadisco cara moglie», rispose compassato Giove, «non posso fare nulla contro Heros, lui mi possiede e annulla la mia volontà».
Intanto era giunta l’ora di cena e gli altri dei, passato il momento più burrascoso, rientrarono. Giunone infatti aveva preparato per tutti una gustosa cena a base di ricci di mare e focaccia barese, mentre al marito, solo a lui, gli offrì un enorme polpo crudo. Questi era stordito ma ancora vivo a giudicare dal movimento dei tentacoli che, sebbene arricciati si allontanavano dalla bocca di Giove, quasi che il polpo volesse dire di non voler essere mangiato, di non voler morire. Giove gradì la sorpresa che sua moglie gli aveva riservato, e cominciò a staccare i cirri e a mangiarli. E mentre il Signore dell’Olimpo ingoiava voracemente il polpo, Nettuno si avvicinò alla cognata Giunone e le disse: «nonostante le corna che mio fratello ti fa continuamente, lo tratti sempre bene». «Zitto cognato, sta zitto e non guastarmi lo spettacolo», gli rispose Giunone. «Quale spettacolo?» gli chiese Nettuno. «Zitto, ti ho detto che voglio godermi questo momento». «Ma si può sapere a cosa alludi?» le chiese ancora incuriosito Nettuno. «Lo spettacolo di mio marito che sta mangiando suo figlio Dionigio, un figlio avuto con una mortale barese, figlio che io ho trasformato in polpo!».
Nettuno si spaventò per l’orrenda notizia che avevo appena appreso al punto che una spina di riccio gli rimase pericolosamente in gola e stava soffocando. Intervenne immediatamente Esculapio, figlio di Apollo e medico dell’Olimpo che riusci a togliere la spina dalla gola di Nettuno e a salvargli la vita. Ironia della sorte Nettuno, dio del mare, stava morendo soffocato a causa di un frutto di mare. E qualcuno fra gli dei, da quell’incidente di percorso capitato al vecchio dio del mare già pensava di chiedere a Giove di togliere al fratello la delega di Signore del Mare e affidarlo ad interim ad un altro dio, un po’ come avviene oggi in politica quando, approfittando della classica scivolata su una insidiosa buccia di banana, si vuole silurare un membro di governo.
Ma come sappiamo mentre gli dei dell’Olimpo spesso litigavano fra loro, un’altra religione cominciava a mettere piede sulla Terra, tanto che dopo qualche secolo dalla nascita di Gesù Cristo la religione pagana che obbligava i suoi adepti ad adorare gli dei dell’Olimpo fu spazzata via sostituita dal cristianesimo. Ma anche se sono passati oltre duemila anni da allora, l’immortalità degli dei è ancora oggi presente dappertutto fra noi. I musei sono colmi di dipinti e opere scultoree degli dei, in tutte le Università sono erte statue di Pallade Athena, la Minerva romana dea della sapienza; molto enoteche sono dedicate a Bacco, dio del vino; il dio Apollo è il protettore di tutti gli uomini e le donne che si dedicano all’arte della musica, della poesia, della danza e del teatro; Hermes, il Mercurio romano, veloce messaggero degli dei fu antesignano di ciò che oggi viene definito con e mail, e non è raro vedere sfrecciare sulle nostre strade veloci tir con sulle fiancate la scritta. «DITTA HERMES, POSTA CELERE»; il volto di Nettuno, dio del Mare, è presente su tutte le scatolette di tonno che oggi vengono prodotte in qualsiasi punto della terra; Afrodite, la Venere romana, dea dell’amore e della bellezza, è sempre molto adorata in tutte le città del mondo e ancora oggi, sono tanti i luoghi di culto e le case a lei dedicate. In tutti noi è viva e vegeta l’immortalità degli dei dell’Olimpo.

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