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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Novelle contro la paura

E Giove giunse a Bari Vecchia...

E Giove giunse a Bari Vecchia

Sul Monte Olimpo Giove stava conversando con gli altri dei quando all’improvviso il divino signore, con il periscopio che aveva al posto degli occhi, adocchiò una bella ragazza di Bari vecchia che stava cogliendo fiori su un prato, di fronte al luogo oggi chiamato Molo di sant’Antonio, già rinomata Portofino barese.

Siccome Giove era al corrente che le ragazze di Bari vecchia erano donne che non davano confidenza a sconosciuti se questi prima non si fossero presentati con i loro genitori per il fidanzamento ufficiale, si trasformò in un bellissimo cigno e si fece vedere lì sul mare accanto ad altri gabbiani che svolazzavano intorno. La ragazza non appena vide il cigno bianco, con il collo teso, lungo e liscio, rimase a bocca aperta per quanto fosse bello e maestoso e lo volle subito accarezzare. Cosicché si accostò a riva e cominciò a battere le mani per farlo avvicinare, e il palmipede, cioè Giove, muovendo le zampette nell’acqua la raggiunse. La giovinetta allora cominciò ad accarezzare con le mani prima il corpo largo del cigno con le piume morbidissime, poi il lungo e liscio collo. Che non lo avesse mai fatto! Perché l’animale, ossia Giove, si eccitò e trasformatosi in umano, immediatamente le saltò addosso e la possedette senza che la ragazza poté vederlo in faccia, mentre un guardone barese da dietro uno scoglio vide tutta la scena senza però identificare l’immortale dio.

Avuto il godimento Giove se ne tornò sul Monte Olimpo mentre la ragazza prese i fiori che aveva colto e se ne scappò a casa sconvolta e al tempo stessa contenta dell’esperienza vissuta, ignari entrambi di essere stati visti da un mortale che era nascosto fra gli scogli. Passò poco più di un mese da quell’episodio quando la ragazza s’accorse d’essere rimasta in cinta e, per scrollarsi la colpa, raccontò alla mamma che a metterla incinta era stato un uccello marino. Naturalmente la donna non credette alla storia dell’uccello di mare e pensò invece che era stato un giovane pescatore e, con la speranza che prima o poi il ragazzo che l’aveva messa in cinta si presentasse a casa sua, aiutò la figlia a portare avanti la gravidanza. Una notte di diversi mesi dopo la ragazza si svegliò di soprassalto perché le erano venute le doglie, così suo padre corse a chiamare l’ostetrica mentre la madre mise a bollire sul fuoco dell’acqua e tirò fuori dal comò i panni puliti che sarebbero serviti per far sgravare la figlia. Giunta a casa l’ostetrica, una certa donna Falloppio, fece stendere la ragazza in posizione ginecologica e, raccomandandole di produrre respiri profondi, la fece partorire in quattro e quattr’otto. Solo che l’ostetrica s’accorse che la ragazza invece di partorire un bambino, partorì due uova di cigno. Il fatto disumano fece spaventare a tal punto donna Falloppio che scappò via da quella casa stregata e non volle più mettervi piede. La mamma della ragazza poi, pensando a quanto la figlia le aveva raccontato all’inizio della gravidanza, la prese con dolcezza e, garbatamente, le disse che da quel momento avrebbe dovuto covare le due uova fino a quando queste non si fossero schiuse.

Cosa fatta capo ha! E fu così che la giovane donna tutti i giorni si sedeva delicatamente sulle due uova per tenerle al caldo fra le sua gambe. Dopo una settimana di cova una delle due uova crepò e, dal guscio, uscì un bambino normale, tondo, basso di statura, con braccia, gambe e il resto degli organi al loro posto. E come fanno tutti i neonati anche lui emise il cosiddetto strillo liberatorio che, in questo caso, fu simile allo starnazzare delle papere. La giovane mamma poi, seguendo l’antica tradizione barese, lo volle chiamare come il nonno paterno, ossia Dionigio.

Diciotto anni dopo la nascita di Dionigio, la moglie di Giove, Giunone, insospettitasi per l’interessamento che suo marito aveva per Bari vecchia e per il mortale Dionigio, scese in città vestita da popolana che vendeva cozze nere, e in cambio di trenta mitili che dette a quel tale guardone, riuscì a sapere del misfatto perpetrato diciotto anni prima dal fedifrago marito e signore dell’Olimpo. La dea allora emanò una feroce sentenza di morte secondo cui il futuro nascituro avrebbe fatto una brutta fine, vale a dire che sarebbe stato divorato da sua madre!

Dionigio, fortunato lui, si salvò momentaneamente dalle ire di Giunone perché nel momento in cui la dea aveva emesso la terribile sentenza lui era già nato, mentre la seconda covata fu fatale. Infatti siccome dopo circa diciotto anni di cova l’uovo non si schiudeva, la giovane mamma ormai stanca di sedersi ogni giorno su di esso, dette un colpo secco con un mestolo di bronzo sull’oggetto ovale del parto, procurandogli una crepa sulla pancia e causandogli un parto cesareo. Dall’uovo però non venne fuori un altro bambino come fu per la prima covata, perché esso conteneva l’albume e il tuorlo entrambi commestibili. Fu così che la mamma li sbattette con una forchetta, vi aggiunse alcune foglioline di menta, formaggio e mollica di pane bagnato, ne fece sul fuoco un’ottima frittata e la divorò con gusto quasi come ricompensa per aver covato quell’uovo per diciotto anni. La maledizione emessa da Giunone ebbe quindi effetto e la dea, secondo la legge divina di Nemesi che non conosce prescrizione, ebbe legittima vendetta! Ma intanto in questi diciotto anni cosa avvenne a Bari vecchia?
Dionigio che da quando era nato aveva sempre sentito sua madre e i suoi nonni parlare solamente in dialetto barese imparò molto bene questa lingua e, pertanto, divenne il miglior oratore dialettale tanto che nessuno poteva competere con lui. Giove dall’Olimpo lo guidava e, siccome gli voleva bene come un padre vuole bene al proprio figlio, ordinò a Minerva dea della Sapienza, di chiamarlo sul monte perché Dionigio avrebbe dovuto insegnare a tutti gli dei il dialetto barese. Per questo Giove si adoperò affinché il dio del mare Nettuno mettesse a disposizione del ragazzo una quadriglia di cavallucci marini giganti per far attraversare il mar Adriatico e il mar Egeo in fretta e, una volta poi raggiunte le coste della Grecia, avrebbe trovato il cavallo alato Pegaso che lo avrebbe portato in pochissimo tempo sull’Olimpo. Nettuno obbedì al suo signore e fratello maggiore, e dopo qualche minuto Dionigio era al cospetto di tutti gli dei. Nettuno si lamentò con il maestro di dialetto barese perché gli abitanti della sua città quando facevano sacrifici agli dei arrostivano solamente pecore, caproni, buoi, tori e cavalli, e mai pesci. Nettuno non capiva perché mai i baresi non sacrificassero pesci e a lui e agli altri dei, e dinanzi a Giove intimò a Dionigio di dire agli abitanti di Bari vecchia che se non avessero sacrificato animali marini lui avrebbe provocato un maremoto vicino alla coste del vecchio borgo distruggendolo. Giove preoccupato per questa reale minaccia congedò Dionigio e a Minerva le ordinò di trovare il modo per accontentare Nettuno. Minerva dunque si trasformò in un grosso granchio che a Bari vecchia chiamavano pelosa e si nascose fra le sgarrasse degli scogli con le chele aperte per ascoltare i pescatori sulle barche, e mentre faceva ciò, fu ahimè catturata dallo stesso Dionigio che in quel momento era intento a pescare granchi con un bastoncino di metallo alla cui punta era stato allocato un cappio e una zampa di gallina. Dionigio dapprima si spaventò per quanto era grosso il granchio, poi tutto contento corse a casa dalla mamma per preparare un sugo di pelose, come si suole dire, al biondo dio. Livia, la mamma del ragazzo mise a soffriggere in una pentola olio e aglio e, dopo aver aggiunto i granchi catturati dal figlio, li tirò con del vino bianco, e poi vi aggiunse del brodo. Quando giunse il momento in cui la donna calò dentro il grosso granchio, l’onnisciente Giove dall’Olimpo ordinò ad Eolo di soffiare sulla fiamma e spegnere il fuoco. E mentre la mamma di Dionigio andò a prendere il soffietto per rigenerarlo, Minerva, appena scottata uscì dalla pentola e s’infilò nello scarico del lavello in pietra e giunse al mare dove c’era ad attenderla Nettuno che la portò in salvo sul monte Olimpo. Quindi Minerva dette a Giove l’elenco del pesce che poteva essere sacrificato a Nettuno e, fra questi, c’era anche il polpo. Giove a sua volta passò l’elenco a Dionigio e da allora Bari vecchia fu la prima città del mondo antico allora conosciuto a sacrificare agli dei anche animali marini.

Nettuno, contento, scese a Bari vecchia per ringraziare i baresi, e per farli felici davanti a tanti pescatori agguantò dal mare un grosso polpo che gli stava passando davanti e lo sbattette su uno scoglio tramortendolo. Poi gli morsicò la testa tramortendolo inesorabilmente e di nuovo per tante volte lo lanciò sugli scogli, quindi lo prese nelle sue grandi mani e cominciò a scuoterlo affinché schiumasse e si arricciasse rendendolo morbido. Con i suoi affilatissimi denti infine Nettuno staccò i cirri e cominciò a mangiarli e a distribuirli ai pescatori baresi, affinché li mangiassero anche loro. Da allora tutto il popolo barese imparò a sbattere i polpi sugli scogli e, successivamente ad arricciarli per poi consumarli crudi a tavola. E la stessa cosa il dio del mare fece con tutti i molluschi che stavano attaccati agli scogli e che caddero in mare quando Nettuno frantumò lo scoglio medesimo. Si staccarono cozze nere, cozze pelose, cannolicchi, ricci di mare, che Nettuno apriva, mangiava e faceva consumare anche ai baresi presenti, che da allora iniziarono a curare quella tradizione, divenuta col tempo vera e propria cultura del consumo del crudo di mare.

Ma le continue visite che Dionigio faceva sull’Olimpo, luogo sacro e proibito a tutti i mortali, portarono Giunone a chiedere ed ottenere un conclave fra tutti gli dei affinché si proibisse una volta per tutte al barese di salire sul sacro monte. A Giunone le fu fatto notare da suo cognato Nettuno che altri mortali erano saliti sull’Olimpo, come Aristotele e Tiresia e lei non aveva mai obiettato nulla. Ma la dea gli rispose che era accaduto per entrambi una sola volta e per ragioni validissime per la sopravvivenza stessa della Terra, mentre Dionigio saliva e scendeva dal monte come fosse a casa sua, e questo non gli era assolutamente consentito. Il dio del vino Bacco ipotizzò di far divenire Dionigio un dio, magari un dio minore, un semidio, ma Giunone bocciò la sua proposta affermando che solo chi nasce da un dio poteva diventare tale e, a sua volta, chiese se per caso, qualcuno degli dei presenti, non fosse il padre di Dionigio. Tutti sapevano che Dionigio era figlio di Giove ed erano convinti che Giunone non sapesse nulla perché ieri come oggi la moglie è sempre ultima a sapere la verità; però nessuno parlava perché allora come oggi, valeva il detto: «fra moglie e marito non mettere il dito!». E fu così che tutti gli dei chiesero licenza al divino Giove di potersi allontanare in modo che marito e moglie potessero risolvere da soli l’increscioso episodio d’infedeltà coniugale. Giove li accomiatò e subito dopo iniziò il divino dialogo fra la coppia che dimorava nel punto più alto del monte Olimpo.

«Dimmi una cosa - chiese Giunone al marito - da quando in qua te la fai con i mortali?»
«Non è mica la prima volta che noi dei ci intromettiamo nelle cose dei mortali», le rispose Giove, «hai forse dimenticato la guerra di Troia?»
«Non tergiversare, e dimmi tutta la verità su questo Dionigio. Chi è? Come lo hai conosciuto?»
«Fu Nettuno a farmelo conoscere, lui si lamentò con me perché i baresi non gli sacrificavano i pesci e fece salire Dionigio sull’Olimpo proprio per rimproverarlo».
«Bugiardo! Dimmi piuttosto una cosa: la parola cigno di dice qualcosa?»
«È un palmipede acquatico, un animale ermafrodita con il corpo di donna e il collo fallico, che altro si può dire?».
«E secondo te i cigni fanno l’amore?».

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