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Pasquale Martino: «In questi giorni torno con abbandono ai ricordi degli anni decisivi nella mia formazione»

Pasquale Martino

In questi giorni sospesi noi vecchi non combattiamo sul fronte e in trincea; combattiamo sparpagliati e soli in una strana retrovia dove vigono la clausura e un’ansia contenuta. È in questa attesa armata che il tempo lento del pensiero mi sorprende talvolta, riportandomi una fantasia che spesso mi ha pungolato nel recente passato: tornare con lungo abbandono ai ricordi degli anni decisivi nella mia formazione giovanile. Riviverli. Per tracciarne una mappa, per restituire loro il senso e la ragione.
Anni di passione rivoluzionaria, di letture, incontri, esperimenti di intensità straordinaria e irripetibile.

Eppure questa memoria che mi appare così viva non si manifesta che nella forma di innumerevoli frammenti ondeggianti. Senza che un principio ordinatore riesca a imporsi sul flusso caotico della rappresentazione. E così oggi ripesco uno di quei frammenti, uno dei tanti – a caso, si direbbe – ma me ne do due ragioni. La prima è il tentativo di cogliere un piccolo episodio quale momento emblematico, per raccontare la scoperta di un mondo esotico e fraterno vicino a noi: un’altra Puglia, che fu per me il Salento nelle sue varietà e differenze, nelle sue gradazioni linguistiche, sociali, culturali, dal salone delle riunioni di un barocco polveroso a Lecce, alla libreria militante vicino al ponte girevole di Taranto, alla bicocca scalcinato, punto di incontro di giovani impazienti a Brindisi vecchia.

La seconda ragione è il desiderio di ritrarre in un fotogramma familiare un uomo che non è più fra noi; Pietro. Molti lo hanno conosciuto come sindacalista, leader politico, senatore. Da giovane, fu per me fondamentale (nel senso vero e alla lettera) come compagno e amico. Longilineo e dinamico, intelligente, simpatico, comunicativo, coraggioso fino alla temerarietà. La sua personalità esuberante e trascinatrice resta, per me, materia indelebile di quella generazione felice.

Doveva essere una riunione o un convegno dalle parti di Villa Castelli o Ceglie Messapica. Di sicuro avevamo poco più di vent’anni. Pietro e suo fratello Vito mi ospitavano, figli maggiori dei una famiglia un po’ proletaria e un po’ contadina (poi c’erano anche la sorella ragazza e i fratelli bambini, che seguivano la stessa strada dei due grandi, e che non nomino soltanto per brevità). Dormii da solo in quello che al ricordo mi sembra una specie di capanno contadino, molto piccolo, nel quale mi risvegliai piacevolmente respirando l’aria mattutina di campagna e ammiccando ai raggi di sole che penetravano dalle fessure. Già questa era esperienza nuova, vivificante, per me cittadino urbanizzato dalla nascita e assai poco aduso al silenzio e alla solitudine rurali. Era peraltro inconsueta e un po’ eccitante questa idea di svolgere riunioni quasi clandestine, movimentate da impegnativi e serissimi confronti dialettici, lì, nell’isolamento di una campagna.

Nel corso della giornata, durante la pausa fui invitato anche a pranzo in casa da Pietro e Vito, ma eravamo fuori orario, per cui la mamma dei due giovani, visibilmente contrariata, dovette cucinare la pastasciutta solo per noi tre.
Pietro chiacchierava instancabilmente e così placava il malumore della madre canzonandola, e nel frattempo preparava il proprio piatto da gustare. Io ammiravo la cura e la ritualità con cui lo faceva. Sui maccheroni fumanti, che avrebbe mangiato sgranocchiando contemporaneamente un cetriolo e altri ortaggi – ulteriore usanza esotica che si disvelava meravigliosamente a me ignaro – aveva versato una generosa mestolata di densa salsa di pomodoro; si mise quindi a grattugiarvi metodicamente il formaggio, accumulandone una montagna tale che a me appariva impensabile (da bambino viziato «mangiavo senza formaggio», poi mi ero educato a usarne, ma sempre «poco»).

Poi mescolò, ma non era finita: sparse ancora un altro strato di salsa abbondante, tanto da assorbire del tutto le bianche scaglie di cacio; e ancora, lentamente, una seconda cascata di formaggio in gran quantità. Si dette allora a imprimere l’ultima energica mescolata ai maccheroni, sempre con metodo e senza smettere di parlare.
Poi, finalmente, mangiò. Avevo assistito a un’altra lezione di Pietro: onorare il cibo – quasi come cosa sacra, specie in una famiglia larga e numerosa dove la fame non doveva essere stata una sconosciuta.
Pregustare il cibo, «lavorarlo» pur nella povertà degli ingredienti; pranzare con gioia, in qualsiasi momento, saporosamente, divertendosi.

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