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Lessico meridionale

Leggere il Vangelo come un racconto

Leggere il Vangelo come un racconto

Nel mio dramma minuscolo di bambino regista ambientai Gerusalemme nel borgo antico del mio paese

17 Aprile 2022

Michele Mirabella

Bisogna leggerlo, il Vangelo, come un racconto. Un racconto intimo, emozionante, ma terreno fino alla brutalità che deriva da quella potenza di sintesi perfetta e realistica che rende la narrazione concreta e fisica restituendoci, nuda, la Buona Novella.

Brutalizzato da certo catechismo rustico e puerile, spesso ci venne inflitto da bambini come la perentoria lezione che scandiva il calendario liturgico spogliando le pagine della poesia inarrivabile in cui la vicenda stessa consiste. Bambino, volli leggere il Vangelo dopo aver visto una processione dei Misteri della mia Bitonto. Fu come se dallo spettacolo volessi risalire al copione. E per me fu facile e inevitabile far collimare immagini e parole. L’hanno fatto i pittori nell’ambientazione delle storie sacre, da sempre. E la memoria vola ai pellegrinaggi quattrocenteschi picareschi e affollati, alle fustigazioni tra giannizzeri, ai giudizi di Pilato marmorei e solenni, alle geometriche perfezioni degli «Ecce homo», alla Maddalena del Masaccio prostrata con le braccia che urlano spalancate di rosso ai piedi del patibolo santo, alle spietate «Viae Crucis» del cinquecento corrusco d’ori e lussuoso d’armature e sete di mantelli, al truce e ombrato Golgota del seicento, fino all’allarmante e vivida prospettiva del Cristo morto del Mantegna inginocchiato ai piedi del Salvatore tra ruderi e trasandatezze archeologiche e all’urlo salvifico del Crocifisso di Dalì piantato sul mondo come un avvertimento escatologico ineludibile.

Due millenni di religiosità e speranza raccontati dall’iconografia ispirata nell’infinito immaginario dell’uomo dalle pagine di un libro semplice fino all’impertinenza, onesto, puro, bellissimo. Nel mio dramma minuscolo di bambino regista ambientai Gerusalemme nel borgo antico del mio paese, lì dove va a collimare con la piazza grande che prelude alla città nuova vigilata, pur sempre, dalla rotonda maestosità del torrione. E le vie strette e ombrose, i vicoli, le corti contennero per i miei occhi stupiti e candidi le stazioni tormentate della Via Crucis. Poco importa se i poveri Cristi traballavano sulla predella portata a braccia ansimanti, tra un manifesto di pubblicità dei cinti erniari e l’insegna del venditore di bombole del gas, scansando il noleggiatore di biciclette o la fontanella dell’EAAP. Poco prima avevano traballato davanti alla frasca della cantina sulla cui porta era inchiodata l’ammonizione «la persona civile non bestemmia e non sputa a terra». Per me il gasista diventava il Cireneo e i vigili campestri, impettiti nella loro uniforme nera e azzurra, erano i legionari di Pilato. E le pie donne erano tutte lì con quel lutto interminabile e incoativo che era preghiera intima e triste quando le guerre e la fatica aprivano vuoti terribili nelle case: matres dolorosae, matres lacrimosae, matres dulcissimae che s’affollavano intorno a Lei, la Virgo patiens che avanzava sobbalzando dietro la culla dorata del Figlio sacrificato.

In abito lungo di pizzo nero, velata, orante, veniva verso di noi mostrando un volto esangue con rossori di pianto e di gioventù. Bellissima e, direi, elegante, recava delicatamente stretto tra le dita d’avorio, un fazzolettino ricamato. Più tardi a Parigi a avrei visto una Traviata in teatro con un abito identico. Ben altri i tormenti e le ansie.

Ancora oggi mi vergogno del paragone che mi venne in mente, ma sono certo che Maria m’ha già perdonato. Del resto, già da quegli anni primaverili fantasticavo di palcoscenici e teatri e mi riusciva facile e spontaneo immaginare lo spettacolo che si poteva trarre dalla lancinante verità del copione-Vangelo. Io l’ambientavo nella scena che m’era cara e famigliare e trasformavo venditori di palloncini e dolciumi in sbigottiti Giudei Gerosolimitani e i carabinieri in alta uniforme col pennacchio in angeli vendicatori facendo recitare il dramma più perfetto e bello nello spazio che meglio conoscevo. In tanti l’avranno fatto, lo so.

La storia raccontata dalla processione si fermava sul Calvario. Il dramma tratteneva il fiato e sembrava abbandonare gli spettatori alla parte, diciamo così comico-realistico e borghese con la sfilata del sindaco e dei maggiorenti. Poi veniva la banda e commuoveva tutti con la marcia funebre solenne e dolcissima. Ancora oggi, nei nostri paesi si ferma sul quel fatidico vertice lasciando alla passione nostra il compito di andare a cercare altrove il lieto fine: in quel copione impeccabile, in quella scena fulminea e perfetta, in quella battuta essenziale in cui mette fiori la speranza: «Cosa cercate? Non è più qui. Egli è risorto». Irrappresentabile. Bisogna leggerlo, il Vangelo.

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