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Il Pontefice in Kazakistan per cercare la chiave della pace fra Europa e Asia

Il Pontefice in Kazakistan per cercare la chiave della pace fra Europa e Asia

Del viaggio del Pontefice di Roma, stanco nel corpo ma straordinariamente lucido con la mente, restano soprattutto due grandi interrogativi: chi cerca autenticamente la pace in questo momento? Quanto pesano gli equilibri euroasiatici in un modo che, secondo lo zar del Cremlino, va verso un pluricentrismo spostato verso l’Asia?

16 Settembre 2022

Dorella Cianci

Papa Francesco ha terminato il suo viaggio apostolico in Kazakistan, dove è arrivato martedì, sollecitando il dialogo e la pace di fronte alla «guerra insensata e tragica» della Russia in Ucraina. Resta nelle nostre teste il monito secondo cui la storia appartiene a chi cerca la pace. In un discorso alle autorità diplomatiche kazake, nella capitale Nur-Sultan, Francesco ha affermato di voler dare notevole eco alla supplica di tutti coloro che invocano la pace.

«Sono venuto qui cercando il dialogo e l'unità. Il nostro mondo ha urgente bisogno di pace: ha bisogno di ritrovare l'armonia», ha detto a Qazaq. Quante volte ha risuonato la parola pace? «Il Kazakistan rappresenta un importante snodo geopolitico, e quindi ha un ruolo fondamentale da svolgere nella riduzione dei casi di conflitto», ha poi aggiunto.

La guerra della Russia, in Ucraina, è stata parte consistente del viaggio e dei discorsi di Francesco nel Paese centroasiatico, a maggioranza musulmana, situato proprio tra Russia e Cina. Il Kazakistan e la Russia condividono un confine di 4.750 miglia e l'ex Paese sovietico è stato storicamente considerato il più grande alleato di Mosca dopo la Bielorussia. Dall'invasione russa dell'Ucraina, il presidente kazako Tokayev ha cercato, però, rispetto al passato, di bilanciare le relazioni del Paese con Mosca, senza escludere un'apertura all'Occidente.

Del viaggio del Pontefice di Roma, stanco nel corpo ma straordinariamente lucido con la mente, restano soprattutto due grandi interrogativi: chi cerca autenticamente la pace in questo momento? Quanto pesano gli equilibri euroasiatici in un modo che, secondo lo zar del Cremlino, va verso un pluricentrismo spostato verso l’Asia?

È opportuno agganciare a questo delicato passaggio alcune considerazioni dell’analista Merkel dell’Università di Denver (consultato mesi fa per il quotidiano della Santa Sede), il quale ha cercato di porre efficacemente sotto la lente il ruolo kazako, tentando di capire, un po’ di più, di quella «terra dei cosacchi».

Il 2022, infatti, come pochi forse ricordano, si era aperto proprio con una crisi, fin troppo sottovalutata, nell’area centroasiatica. La mobilitazione del popolo, in realtà, durava da molto più tempo e, negli ultimi mesi, aveva ottenuto importanti risultati, soprattutto nella ribellione verso un sistema che faceva vivere da povero un Paese molto ricco. Il professor Merkel ci invita a riflettere sugli attuali equilibri euroasiatici anche in relazione alla guerra in Ucraina, focalizzandosi, in particolare, sulle vicende interne del Kazakistan, Paese fortemente regionalizzato. Il suo squilibrio sociale derivava, in particolare, anche da una gestione frammentata di un sottosuolo ricchissimo. Nella terra kazaka si trova il 60% delle risorse minerarie della ex Unione Sovietica: ferro, carbone petrolio, metano, metalli per l’elettronica. Tuttavia, da quando il Paese ha dichiarato l'indipendenza, nel ‘91, la ricchezza proveniente da quei minerali ha fatto sì che il reddito pro-capite migliorasse notevolmente. In epoca sovietica circa la metà della popolazione viveva a un livello di sussistenza, oggi il tasso di povertà è decisamente inferiore.

Nel corso di circa 25 anni, il Paese è passato da una situazione in cui metà della sua popolazione era molto povera a una in cui circa la metà appartiene al ceto medio-basso. Tuttavia il Kazakistan deve fare sempre i conti anche con vicina la Russia, poiché l'Unione economica eurasiatica, che doveva essere la risposta della Russia all'Unione europea, non si è dimostrata abbastanza efficace, anche perché i fattori che rendono un’unione tale sono molteplici e non solo di natura economica.

In questo orizzonte, poi, si colloca anche la fragilità endemica del Kazakistan, anche perché è un crocevia dell’energia. Nel 2019, il Paese ha esportato 1,58 milioni di barili al giorno di petrolio, 27,5 miliardi di metri cubi di gas e 14 milioni di tonnellate di carbone. 

Il Kazakistan è inoltre il maggiore produttore ed esportatore mondiale di uranio, con una quota del 40,8% della produzione mondiale; già nel 2020 era un’area strategica per l’industria mondiale del nucleare ad uso civile, che sostiene la tecnologia in alcuni modi sani, ma sostiene, in parte, anche i programmi militari.

Si comprende bene come il viaggio di Francesco abbia voluto tener conto degli equilibri euroasiatici su cui far leva per provare a reimpostare il discorso sulla pace in Ucraina. Non solo. Questo convegno dei leader religiosi è arrivato in un momento in cui il mondo intero guarda all’Asia centrale e in particolare alla città di Samarcanda, per l’incontro fra Xi Jinping e Putin, due antagonisti che si fingono amici in nome di pericolose esercitazioni militari nel Pacifico.

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