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La riflessione

Campo largo addio: ora per il Pd c’è la prova più dura

Campo largo addio: ora per il Pd c’è la prova più dura

La vittima di queste manovre è Enrico Letta che al di là degli errori merita rispetto per la serietà con cui ha tentato di comporre uno schieramento, un polo, un fronte difensivo per contenere la vittoria annunciata della destra

10 Agosto 2022

Claudio Martelli

È successo altre volte e potrebbe succedere ancora che da un male nasca un bene. Il male supposto è la separazione politica ed elettorale tra Renzi e Calenda da una parte e il Partito Democratico dall’altra. Dopo la rottura coi 5 Stelle la conseguenza immediata è che non esiste più uno schieramento che almeno ai blocchi di partenza appaia competitivo con il centro destra. Meloni, Salvini e Berlusconi erano già in testa in tutti i sondaggi ora, di fronte ad avversari tanto accecati dall’ambizione e dalla rivalità da abbandonare una coalizione già fatta per inseguire un successo di parte e di partito, si apprestano a fare man bassa di seggi in quel terzo dei collegi uninominali in cui vige il sistema maggioritario. E forse tanto basterà ad assicurare a Giorgia Meloni una vittoria senza precedenti. Solo un colossale exploit di tutte le liste di partito ostili al centro destra nella quota di eletti con lo scrutinio proporzionale potrebbe rovesciare il pronostico, ma nessuno prende in considerazione questa eventualità nemmeno come periodo ipotetico del terzo tipo.

Partita chiusa dunque? Se guardiamo a questa tornata elettorale si direbbe di sì. Il discorso potrebbe cambiare in prospettiva, nel medio, lungo periodo, ove una formazione che si definisce liberal democratica divenisse non un partitino in più, non un altro partito personale che si aggiunge a quelli che già affollano il panorama, ma un terzo polo, una terza forza in grado di influenzare e di condizionare l’intero sistema politico. «Vaste programme». Per il momento non sappiamo nemmeno se dopo aver baciato, sposato e ripudiato Letta, Calenda bacerà Renzi salvo riservargli o riceverne lo stesso trattamento. Per ora i due hanno bisogno uno dell’altro. Renzi, che anche questa volta si è rivelato il più rapido nelle mosse, il più dotato di istinto politico e di abilità tattica ha reagito al tentativo di isolarlo e di farlo uscire di scena. Questo, se non un proposito premeditato era un effetto collaterale dell’alleanza tra Letta e Calenda e del loro idem sentire nei riguardi di Renzi. Ma all’ex premier fiorentino è bastato fare «buu» e sventolare l’intenzione di presentarsi da solo agli elettori brandendo il vessillo del terzo polo per terrorizzare Calenda e spingerlo a rinnegare l’accordo di governo appena firmato con il PD e la convergenza elettorale con Fratoianni. Ecco spiegata l’unica ragione della comica retromarcia del più instabile tra gli attori politici del momento che per intanto ha già distrutto la federazione con i radicali di +Europa. Emma Bonino ha commentato: «Non è serio cambiare opinione ogni tre giorni, specialmente se si vuole governare». Chi volesse approfondire può leggere nella divertente cronaca del deputato radicale Riccardo Magi il resoconto delle contraddizioni, delle contorsioni, dell’incapacità di Calenda di mantenere la parola data.

La vittima di queste manovre è Enrico Letta che al di là degli errori merita rispetto per la serietà con cui ha tentato di comporre uno schieramento, un polo, un fronte difensivo per contenere la vittoria annunciata della destra. Gli errori più gravi erano già tutti presenti nel PD di Zingaretti e Bettini gravato com’era dalle ombre lunghe degli scissionisti Bersani e D’Alema.

Sbarazzatosi di Renzi e di Calenda che non sanno stare un giorno in minoranza quel PD aveva innalzato Conte a leader di tutti i progressisti sino a denunciare come un quasi golpe la sua sostituzione con Mario Draghi arbitrata da Mattarella. Da tempo il PD ha rinunciato a conquistare nuovi consensi nella società divenendo partito delle istituzioni e del sistema, insomma un ceto politico amministrativo che compensa le perdite elettorali e le scissioni con il gioco delle alleanze. Lo stesso sogno del campo largo, di un sistema di alleanze che tenesse insieme PD, 5 Stelle, liberali, centristi e vecchia sinistra anziché curare la crisi identitaria l’ha aggravata. Ora, le successive rotture dei 5 Stelle, di Renzi e di Calenda costringono il PD a una battaglia durissima in solitaria compagnia dei piccoli partiti (PSI, Art 1) con i quali condivide l’appartenenza al socialismo europeo, della strenua Emma Bonino, dei frammenti verdi e della sinistra che fu di Nichi Vendola. Non è molto, eppure questo è oggi l’argine fondamentale per scongiurare che l’Italia rilanciata da Mario Draghi assomigli domani all’Ungheria di Viktor Orban.

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