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IL COMMENTO

Dire no all'invio di armi dall’Italia all’Ucraina è rendersi complici di Putin

Dire no all'invio di armi dall’Italia all’Ucraina è rendersi complici di Putin

Le armi inviate in Ucraina

Senza l’aiuto dell’Ovest il popolo dell'Est sarebbe già collassato e, ancora oggi, disarmarlo significa condannarlo a essere occupato

10 Giugno 2022

Claudio Martelli

Conte e Salvini brontolano contro la linea del governo Draghi, della UE, degli USA e di altre trenta nazioni democratiche in risposta all’inammissibile aggressione e invasione russa dell’Ucraìna libera e sovrana. Tre mesi fa hanno votato – forse mal digerito – l’invio di armi, ora sembrano rimpiangere il loro governo gialloverde e i giri di valzer con Putin. Illusi e recidivi, vorrebbero stringere ancora le sue mani che si allungano fino all’Italia o, più banalmente, In vistoso calo di consensi sperano di riprendere quota assecondando paure diffuse e pacifismi confusi. Tuttavia il vero problema non sono loro, ma cosa pensano gli italiani della guerra. È questa la questione che sovrasta e ispira anche le mosse, i posizionamenti, i vagabondaggi di quei leader che non guidano ma seguono «la gente». Stando ai sondaggi, calano le simpatie pro Ucraìna (dal 57 al 49%), aumentano di poco quelle pro Russia (dal 5 al 7%), crescono i non allineati (dal 38 al 44%). Davvero singolare questo vento dell’opinione pubblica: se una nazione viene aggredita la maggioranza si schiera a suo favore, ma se la stessa nazione combatte l’invasore i sostegni calano.

Si direbbe che gli italiani ragionino all’opposto degli scandinavi i quali, avvertendo la minaccia russa, abbandonano la storica neutralità e aderiscono alla Nato. Di sicuro c’è anche un riflesso automatico: nessuno ama le guerre e gli italiani meno degli altri, ma qui da noi nessuno combatte né dichiara guerra. Non è guerra prestare aiuto a un paese bombardato, semi distrutte le sue città, le vie di comunicazione, le scuole, gli ospedali, i teatri e i musei, martoriata la popolazione, sequestrate e deportate in Russia centinaia di migliaia di famiglie, stuprate le donne, rubati i bambini. Girare la testa dall’altra parte non è neutralità è ignavia, fermare l’invio di armi italiane alla resistenza ucraìna è complicità con Putin.

Senza l’aiuto dell’occidente l’Ucraìna sarebbe già collassata e, ancora oggi, disarmarla significa condannarla a essere occupata e smembrata. La pace si pretende dagli aggressori. Imporla agli aggrediti significa costringerli alla resa. I più ragionevoli tra i pacifisti dicono di temere un allargamento del conflitto e che Putin possa arrivare fino a scatenare uno scontro nucleare. Appartengo a una generazione cresciuta durante la guerra fredda quando la coesistenza si basava sulla possibilità di mutua distruzione tra le grandi potenze un rischio estremo che funzionò da deterrente e preservò la pace tra le super potenze dal 1945 a oggi. Certo, in diverse regioni del mondo si sono pur combattute guerre, ma sempre con armi convenzionali. Mentre ripercorro le strade del buon senso – per fortuna ce n’è ancora anche tra i politici – so che gli argomenti razionali hanno poca presa quando la paura supera la soglia in cui ci è utile perché, suonando un allarme, preserva la nostra vita mettendoci in guardia da pericoli reali.

Evidentemente per molti italiani quella soglia è molto bassa o, comunque, è stata superata. La paura, come tutte le emozioni, va gestita, orientata, controllata senza di che genera ansia, panico ed effetti indesiderabili. Gli struzzi nascondono la testa nella sabbia, i cuccioli dell’uomo si coprono gli occhi con le manine: in effetti se smetto di vedere il pericolo svanisce sì, ma solo dalla mia vista, il che è bene se il pericolo è immaginario, ma un guaio se è reale come lo è l’aggressività russa. Altro effetto della paura è di indurre paralisi o di fuggire e abbandonare le armi sperando nella clemenza di chi ci può sopraffare.
L’ansia ingigantita dai timori per le conseguenze economiche della guerra dovrebbe essere al centro della comunicazione politica e di governo, invece cresce il numero di chi non sta né di qua né di là. Non temo i putiniani dichiarati, temo gli indifferenti e il contagio di quella ricorrente sindrome italiana impastata di individualismo e di opportunismo che nelle tempeste della storia si acquatta per non scontentare né gli alleati né gli avversari. Non è vero quel che confessava Don Abbondio: «il coraggio, uno, se non ce l’ha, non se lo può dare». Come ogni cosa anche il coraggio bisogna volerlo. Cercandolo dentro di noi o lo troveremo o lo apprenderemo e lo prenderemo almeno in prestito dai politici e da chi ce l’ha.

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