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Albert Camus, nel suo viaggio in Italia, si è fermato a Martina Franca, per godere il paesaggio stupendo della Valle d'Itria. Di ritorno dalla passeggiata pomeridiana decide di cenare in un ristorante all'aperto dove incontra un giovane aspirante scrittore, figlio del gestore dell’albergo in cui risiede. La posizione del ristorante consente agli ospiti di avere uno sguardo ampio sulla spaziosa Valle. Un’aria leggera, fresca, agita la sera, sfiorando le pietre antiche dei trulli, lambendo le nuvole addormentate, abbandonate dalle madri, dopo la tempesta, nella profonda valle amniotica. E Camus, rivolgendosi a Michelangelo, dice: «Finalmente l'Italia, Martina Franca, la Valle d'Itria e un po’ di riposo. Anche se non dormo bene, mi sento tranquillo». Michelangelo, un po’ in tensione per la felicità di conversare con il grande scrittore francese, risponde: « Sì, certo, è stupendo questo tramonto estivo sulla valle, si scorgono le luci delle città. Posso chiederti come costruisci i romanzi e quali sono gli elementi creativi del laboratorio di scrittura».
L’aria fresca della sera è animata da penombre, nuvole barocche ricordano altri tempi in cui giocavano col vento salato proveniente dal mare lontano. Albert Camus dopo ave riflettuto, risponde: «Volentieri, volentieri ! La mia scrittura nasce dal pensare per immagini: sono alla continua ricerca di una metafora immaginativa. Solo così posso partire con la narrazione. Scrivo muovendo dalla scoperta di una  immagine – chiave, capace di sostenere il peso del narrare. Stabilisco macroeventi e gioco sui microeventi, individuo il protagonista principale, scelgo le sue figure collaborative, passo all’antagonista e ai collaboratori. Sembra una banalità. Stai attento! E’ più facile a dirsi che a farsi».
Michelangelo riflette su ciò che Albert sta dicendo. E’ felice. Forse un pensiero sta dissolvendo le sue incertezze di aspirante scrittore e aggiunge: « Ti chiedo se, nell’avvio della costruzione del romanzo, definisci una mappa generale, uno spazio narrativo per annodare una rete di fili che si intrecciano, che si avvolgono alle parole». «Dipende dai contesti stabiliti, dalle circostanze - risponde Albert - . Quando si scrive, - continua - il primo consiglio che posso darti è questo: segui il tuo filo rosso costruisci le relazioni, fai una mappa dell’intreccio e non perderla di vista. Poni una lente di ingrandimento sulla relazione tra protagonista e antagonista. E poi, nel corso del narrare, attenzione alla manutenzione della rete degli eventi».
Michelangelo, annuendo, proferisce: «Ti ringrazio per i consigli: rifletto sulle dinamiche narrative che mi racconti. Già quello che dici per me è un nuovo racconto». E aggiunge: «Non sempre è facile analizzare e muovere il narrare partendo da un dolore, diciamo, da una ferita autobiografica, si rischia di essere troppo autoreferenziali». E Albert, sorpreso dall’affermazione, risponde: « Sono d’accordo – accenna con il capo Camus - . Occorre definire lo spazio narrativo e gli elementi che lo abitano per ridurre l’autoreferenzialità e la banalità del narrare».
E Michelangelo, molto sorpreso, esplicita che: «Sarà necessario riflettere, punteggiare le alchimie e l’uso preciso delle parole».
E Camus: «Sì, la scrittura deve essere setacciata; e per setaccio intento proprio l’atto del setacciare le farine; setacciare le parole e non aver paura di perderle tutte, perché le parole sono come ciliegie. Setacciare le parole e manuntenere la trama». E Michelangelo, divertito, dice la sua: «Sì, fare la manutenzione degli esercizi di scrittura. Ma setacciare, anche ! A me piace la metafora del setaccio; credo che il setacciare deve essere plurale; setacciare la propria autobiografia per non incorrere in incidenti autoreferenziali e setacciare il senso della storia, valutare gli elementi storici o personali». Albert: «Certo, è proprio così, definisco il contesto storico, rielaboro un macroevento  e punteggio i microeventi che favoriscono lo svolgersi di una storia».
Michelangelo, attento ai consigli dello scrittore francese, chiede: «Ma quando è scaturita l'idea di scrivere un romanzo sul contagio, sulla peste ?». Camus: «Quando si vive la guerra, si prova la fame e si annega nella povertà si capiscono tante cose. La libertà è limitata, le verità sono compromesse, la comunicazione tra gli esseri umani è contaminata. A un certo punto accusavo un disagio, come se una cappa soffocasse la città e mi togliesse il respiro. E il male del respiro si è disperso nell'aria. Quel male l’ho chiamato peste. E da quelle sensazioni e quelle immagini è scaturita la storia». E Michelangelo di rimando: «Una storia raccapricciante con tanti messaggi». Certo, - ha risposto Camus - è stato un momento di disperazione a farmi immaginare lo scenario della peste. Inizialmente ho pensato al virus che si annida nella comunicazione umana, a quello che scatena le guerre tra i popoli».
E Michelangelo, ha incalzato: «La morte improvvisa dei topi, la febbre, il cielo di bruma, l’attesa per il risultato delle analisi. Le persone imprigionate ad Orano, tra il cielo di piombo e le alte mura, quel dare fuoco alle case dei contagiati nell’illusione di far morire la peste».
Camus insiste e racconta: «Tornando al romanzo, mentre lo scrivevo mi si è presentata una immagine: persone  che si ammalavano al contatto di un respiro; è stato allora ho immaginato una città assediata dalla peste e il virus scaturito da un mutismo assurdo mentre i fiati, sì il fiato contagiava».
L’aria della sera è più fresca e dolce. Le ombre delle volpi dagli occhi verdi appaiono e dispaiono sul palcoscenico della valle. E Michelangelo, scuotendosi aggiunge: «Pensare alla peste è stata una idea forte, che ha colpito tanto e che ha fatto ravvedere quei molti che la negavano».
E Camus: «Ho voluto assegnare alla peste il senso di una scossa platonica e consentire agli umani di riflettere sulla vita e sulla morte e avviare la costruzione di un nuovo senso e significato rispetto all’essere umano». E l’aspirante scrittore: «In una pagina del romanzo hai scritto che altre pandemie verranno?». E Camus: «Ho scritto questo perché le pandemie di cui parlo riguardano la vita umana ma anche la politica, le ideologie. E poi la ridistribuzione delle ricchezze sul pianeta. Occorre scrivere una nuova “Dichiarazione dei diritti dell'uomo in tempi di pandemia”, per proteggere i più fragili. Ci saranno altre guerre e ci vorrà tempo per  debellare il virus delle guerre, ma anche i virus che creano, per esempio,   disuguaglianze, razzismo, povertà, fame e mortalità infantile, colonialismo, analfabetismo. Tutti questi virus non sono mai stati debellati».
E l’aspirante scrittore domanda: «Pare che i protagonisti del tuo romanzo "La Peste", siano incapaci di amore e di amare. Quali sarebbero gli ostacoli?». E Camus annuisce, sostenendo che: «Per esempio, il desiderio di potere, la forza dell'abitudine, la routine quotidiana, l'indifferenza verso gli altri, la ferocia di vivere la vita mondana, nel qui e ora, la voglia di bruciare e godere tutto e subito. Dopo la scossa di paura e di dolore, ad un certo punto, nel caldo torrido dell’estate di Orano si comincia a pensare che il prossimo giorno potrebbe essere l'ultimo giorno, e questo varrebbe per tutti». E l’aspirante scrittore così riflette: «Anch'io ho un taccuino come Tarrou, uno dei protagonisti del tuo romanzo. Il taccuino serve per annotare e capire cosa sta accadendo. E’ il taccuino che racconta la vita statica, la vita ferma e assurda, il silenzio assurdo». E Camus, pensieroso, dichiara: «Chiama il tuo taccuino "Racconto assurdo" e fammi sapere cosa ne pensi del male assurdo, della vita assurda, del dolore assurdo, della morte assurda. Mi interessa sapere il tuo pensiero in questo periodo di tragedia ma soprattutto cosa pensi dell' assurdità della vita. Rifletti sul comportamento del medico Bernard Rieux e del giornalista Raymond Rambert. Troverai altre scosse platoniche». E Michelangelo, non perde tempo, è curioso, conferma: «D'accordo. Proverò a costruire un breve racconto sull’assurdo. Va bene ?». E Camus: «Certo, certo, mi piace la tua idea. Misurarsi con un racconto breve è importante e necessario. Comunque la vedi la luna? Michelangelo, la vedi la luna? Io ogni notte, prima di addormentarmi osservo la luna e faccio un pensiero. Prova anche tu, potrebbe essere un modo per cominciare a progettare. A domani. Buona notte». E Michelangelo: «A domani. Buona notte».
Dopo poco l'aspirante scrittore annota sul suo taccuino: «Mi sento assediato,  prigioniero dei miei pensieri. Ma forse vi è sempre qualcuno più prigioniero di me. Oh! Sisifo, Sisifo, ombra dei miei pensieri!».

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