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Dante, un amico in mille personaggi

«Conversazioni» sulla sinfonia umana del Sommo Poeta

Dante, un amico in mille personaggi

Francesca da Rimini è la prima donna della Commedia riuscita poeticamente, che per certi versi rappresenta il primo abbozzo sul quale sono state disegnate tutte le altre donne del poema, compresa Beatrice.

Poeticamente Francesca è l’origine e l’archetipo di tutte le altre figurazioni femminili rappresentate nel poema dantesco, quasi l’amor profano in contrapposizione all’amor sacro, in cui il poeta ha inteso ricomprendere le altre figure femminili disegnate nelle cantiche sia nel Purgatorio che nel Paradiso. Emerge da ciò quell’unità dell’ispirazione dantesca, come già per l’Orfeo del mito, avente quale unità ispiratrice Euridice, una donna che comprendeva tutte le figure femminili, e che rifletteva la stessa anima del semideo. Il canto rappresenta perciò uno scrigno entro cui sono raccolti i sentimenti più elevati che hanno ispirato il poema nell’intera opera, come se il poeta avesse voluto svelare nell’incipit del poema, i vari stati d’animo che avrebbero contrassegnato il suo fantastico viaggio nell’oltremondo.

Spesso i grandi musicisti esordiscono proponendo nell’incipit il tema dominante (come è nella quinta sinfonia di Beethoven), e qui il poeta Dante nel comporre la sinfonia dell’animo femminile, non disdegna di giocare di anticipo, enunciando le proprie emozioni, materiate di sentimenti forti provati per la tragedia di Paolo e Francesca, e che finiscono per rappresentare la cifra più rilevante dell’opera, nella quale il protagonista, l’io narrante, è lo stesso autore che intraprende il viaggio all’interno degli insondabili recessi della sua anima.
Ulisse

In questo canto il poeta ci consegna un Ulisse scolpito a tutto tondo, alla pari di altre memorabili figure quali Farinata, il Conte Ugolino, ma soprattutto Caronte, accomunati nella metafora nautica. Come Caronte traghetta le anime dei morti da una riva all’altra, Ulisse, personaggio cui sono annessi molteplici significati, traghetta i suoi compagni verso una mèta misteriosa e proibita agli uomini. Si tratta invero di una mèta che Ulisse non raggiungerà mai, ma che è dato al poeta di raggiungere, e come a lui, a tutti quelli che intraprenderanno con lui l’avventura del viaggio della conoscenza, e della penetrazione del mistero delle cose divine, interdetto al mondo pagano. Il canto finisce così per divenire propedeutico alla comprensione del viaggio di Dante verso i regni del Purgatorio e del Paradiso, non concesso a tutti, come suona nei sublimi versi già in precedenza richiamati: “L’acqua ch’io prendo giammai non si corse / Voialtri pochi che drizzaste il collo / per tempo al pan de li angeli, del qual / vivesi qui ma non sen ven satollo / metter potete ben per l’alto sale vostro naviglio, servando mio solco / dinanzi all’acqua che ritorna equale”.

Il cammino di Dante nei tre regni finisce così per diventare il percorso dell’umanità verso l’orizzonte della storia, e la mèta non è da tutti raggiungibile, ma soltanto da chi sarà capace di coniugare “virtute e canoscenza”, un binomio che rappresenta la chiave di lettura di tutto il poema, e forse anche della vita dell’umanità. E neppure va ignorato come l’unità dell’opera è certificata da tale riproduzione, in termini di analogia e metafora, dell’Ulisse che, navigando, anticipa il viaggio del poeta nel Paradiso, con “voi altri pochi”. E così Paradiso ed Inferno finiscono per richiamarsi ed interpretarsi reciprocamente, poichè unico risulta essere il messaggio dell’opera, che ne rappresenta la sintesi, la continuità e lo scopo. E tutto ciò risulta vieppiù accentuato nell’episodio del conte Ugolino, il cui urlo macabro dall’interno della torre sta a significare, nei secoli dopo Dante, l’insieme delle sofferenze universali, e che richiama il grido dell’uomo-Dio sulla croce “Elì Elì lamà sabactanì”, quasi sintesi e giudizio, compimento e senso di quell’antica memoria del paradiso originale cui tende ogni essere, nello sforzo di trarsi fuori dall’occulto dramma dell’esistenza, a causa della perdita della scienza del bene e del male, prerogativa dell’uomo della prima creazione.

Il Conte Ugolino - Con l’ultima figura in esame, quella del Conte Ugolino, il poeta porta a compimento il suo percorso conoscitivo, mediante l’approdo alla conoscenza di sè, nell’ordine psicologico, con linguaggio moderno ed a tratti psicanalitico. L’immedesimazione del poeta con la figura del Conte è il prodigio più riuscito dell’intera composizione poetica, in quanto nello studio del personaggio Ugolino, balza in chiara evidenza come il poeta racconti se stesso, nella forma del dialogo dinanzi allo specchio, in cui riluce la sua immagine nel lugubre lamento di esule solitario, privo della speranza, e soprattutto, dubbioso della propria sorte.

Chiunque legge attentamente il canto XXXIII dell’Inferno si accorge di trovarsi di fronte ad una maniera tutta singolare di nascondere, e nello stesso tempo far trasparire di scorcio, un soggetto tormentato, solitario e, per alcuni tratti, disperato. Il grido lancinante e lugubre del Conte chiuso nella torre in attesa della propria morte, dopo aver sperimentato quella dei propri figli, della durata di tre lunghi giorni, fa il paio con la lunga agonia del poeta esule spirante nei versi: “sì come sa di sale / lo pane altrui e sì come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. / E se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe / mendicando sua vita a frusto a frusto, / assai lo loda, e più lo loderebbe”. La tragedia del Conte vittima del tradimento e dell’inganno degli uomini del suo tempo, porta immediatamente il lettore alla memoria dell’altro tradimento del quale il poeta è stato fatto segno, anche lui nella notte di “un mal sonno che del futuro mi squarciò il velame”. La solidarietà che suscita il racconto del Conte Ugolino, si rinnova e si estende anche al poeta Dante, il quale nel tratteggiare così mirabilmente tale personaggio, ripensava se stesso, mettendo a nudo, attraverso i versi, la sua stessa anima nel momento tragico del dolore vissuto in stato di profonda solitudine. La torre dei Gualandi è l’anima stessa di Dante che desiderava ardentemente di tornare nel suo bel San Giovanni, e nella sua città amata come una madre “ove dormì agnello / nemico ai lupi che gli fanno guerra”.

Il poeta vuol fare intendere, nel tratteggiare la figura del Conte, come il passaggio da Caronte ad Ulisse ed infine al Conte Ugolino, vuol rappresentare il cammino dell’umanità verso il riscatto e la redenzione che si raggiunge passando attraverso la conoscenza e la virtù, ma vuole anche sottolineare come tale percorso non possa prescindere dagli eventi della storia, e della propria vicenda individuale. Il tradimento e la morte sono due componenti della tragedia individuale dell’uomo, che vede nella separazione dell’anima dal corpo un evento necessario, doloroso ed innaturale, ma che trova la sua spiegazione nella rinascita all’immortalità, promessa a chi ha compreso il messaggio della fede nello spirito e verità realizzato dal lógos. Anche l’evento più importante della storia quale l’incarnazione del lógos, è passato attraverso tale doppio binario del tradimento da parte degli amici, e della morte contrassegnata dalla solitudine del Getsemani, ma si è risolto nell’angelico annuncio luminoso e consolante del “resurrexit a mortuis”. Perciò l’urlo del Conte è pur sempre il grido di dolore del poeta, nel momento del racconto della sua anima straziata dalla sofferenza e dalla solitudine interiore, ma appare pure l’annuncio imminente del riscatto e della redenzione, rappresentati dal momento escatologico della ripresa della vita dopo la morte, annunciata e sperimentata per primo dallo stesso lógos, apparso in forma umana nella storia.

Gaetano Stea è autore del volume a cura di Nemapress Edizioni dal titolo «Conversazioni sulla Divina Commedia di Dante Alighieri», frutto di un ultradecennale lavoro svolto sul territorio nell’ambito delle iniziative culturali intitolate «Le Settimane di Musica e Filosofia». Il volume, con prefazione di Pierfranco Bruni, vicepresidente del Sindacato libero scrittori italiani, e postfazione di Neria De Giovanni, presidente dell’Associazione internazionale dei critici letterari, è un viaggio nel mondo dantesco. Gaetano Stea è un libero professionista; in passato ha insegnato materie giuridiche negli Istituti Superiori Statali ed ha rivestito la carica di Console Onorario dei Paesi Bassi per Bari e Foggia. Per tale incarico diplomatico è stato insignito dalla Regina d’Olanda dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine Oranje Nassau. Nell’ambito del laboratorio intitolato «Le Settimane di Musica e Filosofia» ha organizzato svariati eventi culturali anche presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari. In questo articolo racconta i personaggi della «Commedia» e il suo amore per il Sommo Poeta.

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