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Ma quanto è bella la vecchiaia...

Da Lorenzo de’ Medici a Seneca con la sua ricerca dell’eterna saggezza

Ma quanto è bella la vecchiaia...

«Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuole esser lieto, sia, di doman non c’è certezza». (Lorenzo de’ Medici, La canzone di Bacco).
Oggi ho saputo che il vecchio della nostra grande famiglia non riesce più a camminare. Di colpo mi sono resa conto della crudeltà della natura che ci rende unici e con una forte personalità che si forma con l’esperienza per poi abbatterci così di punto in bianco senza sconti e senza avvisaglie. Quante storie avrebbe potuto raccontare e che nessuno ha voluto ascoltare al tempo della saggezza. Ora ricordo il momento in cui alcuni anziani mi raccontavano storie che allora non capivo, ma che ora mi sono chiare. Ora torno indietro con il pensiero alla mia infanzia e incontro tutte le persone con una mente fuori dal comune e che dapprima ho visto giovani e attive e che poi ho visto deboli e anziane. La mia mente in questo rimembrare cerca di comprendere il motivo di questa forza dirompente come di un fiume in piena che contraddistingue la giovinezza che poi si trasforma nella fragilità dei fili d’erba in vecchiaia rendendo l’uomo non più capace delle semplici azioni quotidiane.
Come è triste vedere queste persone atte al comando diventare vittime dell’esistenza e della natura.
La vecchiaia è subdola e tiranna, arriva piano piano, senza farsi sentire e ti abbatte passo dopo passo fino alla fine dell’esistenza. Vivere, studiare, lavorare, aiutare gli altri, risolvere le problematiche di chi ti circonda e compiere anche cose grandi per poi cadere come chiunque, perdendo tutte quelle capacità che ti hanno reso unico.
Oggi penso che forse sia meglio nascere in sembianza di animale per non rendersi conto del tempo che passa e della morte che si avvicina minacciosa. La consapevolezza rende difficile l’accettazione della morte e rende gli ultimi anni quasi insostenibili mentalmente. Nascere, vivere e morire sono alla base degli eventi della natura, ma l’uomo durante il suo faticoso percorso non si rende conto della direzione che dovrà prendere a tutti i costi e che lo porterà in un unico luogo che, per una difesa psicologica, sembra sempre lontano. Vive pensando di avere l’eternità davanti, pensando solo al presente e non al passato, cercando di risolvere le problematiche quotidiane e fossilizzandosi su fesserie inutili che razionalmente non cambieranno il suo percorso. Perché la natura ti dà la capacità di capire cosa ti aspetta e perché ti riduce quasi come un vegetale al termine del cammino? Tutto ciò che rendeva la vita tollerabile non è più permesso. Adoravi leggere e non vedi più, ti piaceva uscire e non riesci più a camminare, ti piaceva scrivere e ti trema la mano. Tutto viene meno, ma piano, con lentezza, come una tortura lenta e inesorabile. Solo l’affetto della famiglia, l’amore dei figli e dei nipoti potrebbe rendere accettabile un così vile destino. Grandi menti creative purtroppo non ci sono più e sappiamo che con la loro scomparsa tante scoperte e opere sono rimaste incompiute, però ci hanno lasciato qualcosa della loro anima e della loro personalità. Ma una persona “comune” che ha vissuto una vita piena, con una personalità forte che ha avuto un ruolo ingombrante per tutti coloro che lo hanno conosciuto e che purtroppo non ha trasmesso ai posteri il suo pensiero, è completamente persa? Sicuramente rimarrà nel ricordo dei propri cari, ma con il tempo anche questo ricordo purtroppo sbiadirà, come quei quadri posti in soffitta che vengono ricoperti da una patina sottile che si accumula strato su strato, anno dopo anno, fino a far scomparire il disegno bellissimo che era stato creato con tanta cura.
L’unica possibilità potrebbe essere quella di lasciare qualcosa che non si perda nel tempo di ciò che si è stati, per non passare inosservati nella storia del nostro pianeta.
Certamente, fare qualcosa per i propri cari, come esser loro vicino nei momenti importanti e condividere alcune esperienze fondamentali, renderà il ricordo piacevole per chi rimane e rallenta la dimenticanza. Vivere bene con gli altri la propria vita creando dei ricordi che rendano più facile il processo di invecchiamento e che rimangano nella mente di chi ci circonda potrebbe essere un antidoto alla vecchiaia che prima o poi arriverà con tutta la sua deflagrazione.
Per ora non riesco ancora a capire come alcuni di noi possano accettare con pacata accettazione questo male incurabile che è «la vecchiaia».
Quando arrivi all’apice della tua possibile conoscenza e della tua saggezza, proprio in quel momento inizia la discesa che ti fa comprendere la caducità della vita. Importanti filosofi appartenenti alle più grandi civiltà antiche lodavano la vecchiaia e ne descrivevano tutte le qualità tra le quali possiamo annoverare la saggezza e l’esperienza che per loro rendevano i vecchi utili a trasmettere le conoscenze alle nuove generazioni.
«Vuoi sapere quale sia la vita che dura più a lungo? La vita che dura fino all’acquisto della saggezza. Chi l’ha raggiunta, non ha toccato la meta più lontana, ma la più importante». (Seneca, Epist. 93, par. 8)
Questo processo è giunto fino ai nostri genitori e si concretizzava in famiglie molto grandi che comprendevano due o tre generazioni e vivevano in grandi fabbricati, a volte isolati dagli altri gruppi familiari, con i capostipiti in prima fila in ogni scelta riguardante la famiglia, ma oggi queste consuetudini sono giunte al termine. I ragazzi imparano tutto da internet e vedono raramente i nonni che non sono più strumento di insegnamento di vita.
Gli anziani sono fuori dal mondo digitale e non riescono più a comunicare con i giovani; si è rotto quel meccanismo di trasmissione di esperienze e tradizioni alla base della nostra antica società. I ragazzi sono sempre on-line sia per la didattica che per lo svago. Molte famiglie giovani vivono lontane dalle famiglie di origine, il che rende più complicata la trasmissione delle tradizioni familiari. Ormai i nonni vivono e invecchiano passando inosservati al contesto che li circonda e questo processo di distanziamento si aggrava ogni giorno che passa. Un patrimonio culturale, esperienziale e sociale che si perde nel tempo e che limita, e ancor più limiterà in futuro, la nostra evoluzione.
La sapienza definisce un profondo sapere (conoscenza e dottrina) e una condizione di perfezione intellettuale. Aristotele distingue la saggezza dalla sapienza. Il saggio è colui che effettua le sue scelte in base alla ragione e all’esperienza, mentre il sapiente è colui che dedica la propria vita allo studio e alla conoscenza. Possiamo quindi concludere che tutti possono diventare saggi con l’età, ma pochi di loro saranno considerati sapienti.
Alcuni individui dedicano tutta la loro esistenza all’acquisizione di queste due qualità per poi rendersi conto, nella maggior parte dei casi, della loro inutilità almeno nella società odierna dove purtroppo l’anziano non viene considerato e viene allontanato dalle famiglie che non hanno più tempo da dedicargli perché impegnati nel lavoro e negli accadimenti della vita quotidiana. Quel poco tempo che il giovane trascorre insieme al vecchio è vissuto solo come lamentele e pesantezza derivante dal loro abbandono, che diventa un effetto boomerang e allontana sempre più i giovani. Ecco che il vecchio non ha più nessuna utilità e muore dimenticato.
“Rimane intatta ai vecchi l’intelligenza a patto che rimangano fermi gli interessi e l’operosità” (Cicerone)
Di una cosa sono certa il nostro vecchio fino a tarda età ha messo in pratica questo motto, facendo tutto da sé e non chiedendo mai aiuto a nessuno. Ha vissuto con forza, coraggio, operosità e curiosità, e solo queste armi potranno aiutarlo in questa fase della vita.
“Vuoi sapere che differenza c’è fra un uomo vigoroso e sprezzante della fortuna, che ha adempiuto a tutti i suoi doveri della vita umana ed è giunto al sommo bene, e un uomo che ha lasciato scorrere gli anni? Il primo vive anche dopo la morte, il secondo si è spento prima di morire” (Seneca, Epist. 93, par. 4)
Vivere al meglio la vita senza rivangare il passato, ma facendo sempre qualcosa di nuovo e movimentato con l’obiettivo di non lasciar scorrere gli anni come un fiume calmo che è destinato a finire nella foce, probabilmente lascia in vecchiaia la tranquillità e la soddisfazione di aver fatto ciò che si poteva. Questo è ciò che il nostro grande vecchio mi ha insegnato con la sua vita.
«Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuole esser lieto, sia, di doman non c’è certezza». (Lorenzo de’ Medici).

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