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Quando lei arrivò, affisso al muro vi era ancora il cartello, ormai a brandelli, che proponeva la vendita o l’affitto della casa a prezzi davvero stracciati. D’altro canto, né la facciata né la scalinata esterna avevano retto alle offese del tempo. Cardini e catenacci corrosi dalla ruggine fecero sì che bastasse una modesta pressione sulla porta per entrare e respirare l’aria di sepolcro stagnante all’interno.
Fu questione di attimi. Riconoscendo il rumore dei suoi passi, subito gli spettri uscirono dalle loro nicchie e le andarono incontro, bisbigliando eccitati tra loro:
«La Fata, è tornata la Fata!»
La prima a mostrarsi fu l’Orca Angelina, che appariva molto invecchiata e se possibile ancora più orrida. Ma pur brandendo la scure con aria minacciosa, nel suo ghigno traspariva ora una sorta di sommesso rispetto. Anche gli altri, mediante le facce slavate, sembrarono esprimere senza riserve il rammarico per quella lunga assenza. Il lupo mannaro scrutava incredulo con i malinconici occhi verdi, la mascella forte, le orecchie appuntite. Accanto a lui il Turco decapitato reggeva con le mani la propria testa sembrando più bonario che sprezzante come suo solito.
Più in là la Morta Epifania agitava a mo’ di ventaglio il librone con i nomi di coloro che sarebbero morti entro l’anno, mentre la Malombra avvolta nel suo sudario era taciturna e glaciale ma incedeva leggera, con lente movenze di danza. Solo Michele il butta cappi rimaneva indifferente in un angolo, e tormentava tra le mani la corda con cui si era impiccato e dalla quale non si separava mai.
Dopo tutto il tempo passato, la fata ritrovava le sue antiche stanze ora devastate dall’incuria e peraltro infestate da quegli incubi ai quali non sarebbe stato facile dare lo sfratto. Il suo vestito da sposa, tutto di raso in seta con l’ampia gonna svasata e le grandi pieghe morbide, frusciava sul pavimento polveroso mentre osservava avvilita le crepe ai muri, gli arabeschi delle ragnatele sulle pareti, i vetri rotti alle finestre.
Non ricordava nemmeno più la prima volta che si era stabilita nella casa. Era appena una bambina quando i muratori avevano iniziato a costruirla, e la sua ombra, stagliandosi sui primi filari di mattoni, aveva decretato il suo destino di eterna guardiana di quelle mura. Sapeva che la gente distingueva le fate buone dalle cattive. Lei però non avrebbe davvero saputo in che modo distinguersi.
Aveva sempre trovato ipocrita chi entrando in casa salutava con deferenza per omaggiarla, o si zittiva nel momento in cui deprecava di aver scelto quel luogo per abitarci. Del resto, le tante famiglie che si erano susseguite nella casa, quando questa versava nel suo aspetto migliore, l’avevano regolarmente delusa. Le convivenze più o meno forzate, le ripicche, le viltà, i litigi, i divorzi, le false riconciliazioni: i soliti, stanchi compromessi che motivano i futili eventi di ogni vita ordinaria.
Solo un uomo, quel professore di greco antico, l’aveva stupita e affascinata.
Le piaceva osservarlo mentre leggeva un libro, o quando manipolava le tinte ai suoi acquerelli bizzarri, o intanto che semplicemente lavava i piatti o innaffiava i gerani sul balcone. Era venuto ad abitare da solo, distinguendosi subito da chi l’aveva preceduto, poiché la casa fu ammobiliata con gusto e senza sciatteria e, anziché schiamazzi o vuote chiacchiere, vi regnava perlopiù il silenzio, o in taluni momenti risuonavano certe musiche classiche che la fata apprezzava molto.
Un giorno, mentre lo credeva appisolato sulla pol-trona, lui le rivolse improvvisamente la parola e lei sobbalzò.
«Signora, so che ci siete..» Le disse, «...e in certi momenti riesco persino a vedervi; mi piacerebbe sapere chi siete e perché mi fissate così tanto».
La fata sapeva che vi era gente in grado di vedere e comunicare con gli spiriti, e per qualche tempo evitò di stargli vicino. Lui però non smetteva di parlarle e farle domande.
«Perché indossate quell’abito da sposa? Non sarete mica stata una donna con la fissa del romanticismo?».
Le diceva, e la fata si dileguava imbarazzata e un tantino risentita che il professore diventasse un pochino sfacciato con lei. In una tiepida sera d’estate mentre era alla finestra a contemplare una falce di luna calante, lo udì mormorare alle sue spalle queste parole: «Signora, sarete d’accordo con me, spero, che con l’amore, l’arte e questa magnifica luna tutti sarebbero felici?».
Allora non resistette, e finalmente trovò il coraggio di rispondergli.
«Tutti parlate dell’amore...» Disse risentita, «...ma senza sapere in realtà cosa l’amore sia esattamente; eppure si conoscono davvero bene solo i suoi risvolti spiacevoli: il tradimento, l’incompatibilità, la delusione, l’abbandono, la sofferenza che procura il sentimento non corrisposto, la tristezza, gli strascichi di astio e rancore che ne derivano... ».
Lui rispose senza scomporsi.
«Quegli aspetti spiacevoli servono alla nostra anima nel momento in cui ci appaiono come drammi; e l’anima, come certo sapete, risiede solo in parte nella dimensione chiamata tempo; per il resto appartiene all’eternità; dovremmo appunto pensare all’eternità quando siamo avvinti dalla disperazione».
Poi, abbassando il tono, le chiese: «...Nessuno le ha mai raccontato di come nasce l’Amore?»
«No, mai nessuno. Neanch’io ho mai saputo nulla del vero amore...» Disse la fata, i cui occhi fatti di azzurre nebbie s’intorbidirono di lacrime, «...e vorrei saperne di più; ho le idee così confuse; la prego, sia gentile con me».
«Lo sarò sempre, mia signora…», Disse il professore, «…farò delle mie frasi ghirlande di fiori e ve le offrirò con tutta la gentilezza e l’arte di cui è capace la mia povera anima».
La fata lo ascoltava disponendo il suo animo alla pace e alla speranza.
«L’amore è nato nel mezzo di una festa…», Proseguì lui, «…si festeggiava la nascita di Afrodite, dea della Bellezza, e durante il banchetto tutti gli dei erano felici ed ebbri di nettare, poiché il vino non era stato ancora inventato. Ma sulla soglia del palazzo di Zeus sedeva Penia dea della Povertà, sempre invisa ed evitata da tutti. Accadde allora che Poros il dio dello Stratagemma e dell’Ingegno, ubriaco fradicio com’era uscì nel giardino e si addormentò sull’erba. Penia lo vide e se ne invaghì al punto da giacere accanto a lui per concepire un figlio che avrebbe chiamato Amore.
Il bambino nacque ma non era né bello né delicato, perché serbava la natura della madre. Come il padre, Amore si dimostrava però risoluto, ardente, sempre pronto a tramare inganni e sotterfugi. L’Amore è difatti così: non è né mortale né immortale: può accadergli che in uno stesso giorno fiorisca e viva o muoia, ma sempre per tornare a nascere; e tutto ciò che acquista gli scorre via dalle mani, sicché Amore non è mai né povero né ricco…».
Questa e altre fiabe sull’amore, la fata udì da quella voce calda e pacata, e per ogni fiaba che ascoltava avvertiva un cambiamento dentro di sé, così che quella casa abitata da tempo immemore, e per la quale aveva provato sovente noia, disgusto e persino disperazione, si andava a poco a poco riempiendo di bellezza.
E l’Amore non fu più per lei una vuota parola ma qualcosa di percepibile nella sua levità, come l’odore della pioggia, una brezza leggera, il profumo diffuso da un fiore.
Negli anni che seguirono, quello stare insieme e quel parlarsi nato per eludere due solitudini finì col forgiare un’intimità diversa dalla consueta, e che consistette non nella comunione dei corpi ma nella reciproca comprensione della mente.
Solo un segreto la fata negò al professore che le aveva insegnato l’amore, trovando sempre scuse puerili per quel suo abbigliarsi da eterna sposa.
Quando per lui venne il tempo di andarsene, si rammaricò di avergli nascosto l’evento più importante della sua vita.
E cioè che lei era stata uccisa il giorno del suo matrimonio. Barattò il rimorso di aver taciuto con la rabbia, il disgusto per la propria sorte, la voglia furibonda di lasciare quel luogo e di sparire per sempre. Ma era una fata della casa.
Ritornando dopo quell’ultima, prolungata assenza, comprese ancora una volta che è dei deboli opporsi al proprio destino.
I coraggiosi e i forti, comunque sia, lo accettano di buon grado.

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