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In Puglia e Basilicata

Eppure il siderurgico fu invocato a gran voce

TARANTO - Le case a ridosso del siderurgico

TARANTO - Le case a ridosso del siderurgico

04 Dicembre 2017

MICHELE MIRABELLA

di MICHELE MIRABELLA

Sono passati più di due secoli da quando Pierre Simon Laplace, matematico e astronomo di riconosciuta grandezza, pubblicò un saggio sulla probabilità. Un ingente studio filosofico in cui sosteneva un’ipotesi stimolante. Diceva il Laplace: se esistesse una mente in grado di conoscere tutte le forze che attivano la natura e tutte le condizioni e situazioni di ciascun elemento di cui la natura è composta, se un tale intelletto fosse in grado di collegare tutte queste informazioni e di coordinarle in collegamenti logici di causa ed effetto, sarebbe capace di cogliere le regole della natura.

Dall’immediata constatazione di laboratorio fino agli estremi confini dell’universo percepito da mente umana. Per questo intelletto, dunque, ipotizza il Laplace, non esisterebbe nulla di incerto, di ipotizzabile in attesa di dimostrazione, perché conoscerebbe «prima» l’intero futuro. Non mi avventuro i ulteriori ipotesi teoretiche per non perdere il filo che questa premessa vuole cominciare a dipanare. Cominciando dall’«antifona», da quella argomentazione mistica che propone alla sacra preghiera del canto liturgico il tema fisso su cui distendersi nella melodia con pia ostinazione e umile dedizione all’Assoluto.

Tento di arginare l’entusiasmo per le pagine di Laplace con il richiamo al rigore disciplinare della preghiera cantata, doppia preghiera secondo Sant’Agostino e arrivo all’antifona.

In attesa del presepio alla cui manifattura daremo di piglio non prima del giorno brevissimo di Santa Lucia, guardandomi attorno in città e nella Puglia tutta, non mi pare ci siano occasioni per sorridere. Cipigli e spigolature amare, piuttosto, quelli sì, si possono costatare e fare, girovagando.

Della ostinazione del Governatore della Puglia nel voler intercettare la strada inerziale del governo verso la ripresa dell’attività del polo siderurgico tarantino, in deroga alla legge che lo consente solo con le rigorose garanzie per l’ambiente che ogni paese civile deve far rispettare, tutti sanno. Pochi, dopo questa antifona, saprebbero cantare le intemerate pro o contro la riapertura della produzione di quel polo. Ma tutti sanno quanto sia deleteria e devastante per la salute e per la natura.

Ed ecco che mi è venuto in mente Laplace con la sua ipotesi. Ipotesi, sì, perché non l’abbiamo avuto quel sapiente in grado di calcolare e, quindi, conoscere, il futuro suo, dei politici, economisti, industriali, contadini e sindacalisti del suo tempo: gli anni ’50-‘60 del secolo passato. Ero un ragazzo, ma ricordo e potete consultare gli archivi dei giornali, i cortei ingenti e petulanti di quelli che volevano, a tutti i costi, l’industrializzazione della plaga tarantina, ricordo gli sradicamenti degli uliveti e dei mandorleti, ricordo il trasversalismo partitico ed elettorale che sorresse quella trasformazione. Ricordo la battaglia di sindacati multicolori, le rivendicazioni corali, l’impegno dei parlamentari pugliesi. Il radicale cambiamento fu provvidenziale? E quanto ci costò? Quanto ci è costato e quanto ci costa, oggi? La spensierata avventura del siderurgico e la saga del chimico cominciò, si avventò sulla Puglia di Taranto, e non solo, e la terra sopportò. Sopportò, patì, soffrì, soffocò. E si intossicò. Chi avrebbe dovuto calcolare, valutare, prevedere, lo fece? Se lo fece correttamente, dovette pure accorgersi del disastro ambientale da mettere nel conto. Se così fu, non avvertì. O, se lo fece, lo fece senza successo o fu messo a tacere. Se non lo fece, per mala fede o inettitudine, ora dovrebbe essere chiamato a pagare. Non ci vuole il sapiente di Laplace per intuire che, sapendo, la grande industria e il capitale tacquero immusoniti e reticenti, facendo come quella donnetta che finge ritrosie pudiche, non vedendo l’ora di cedere, e disarma solo perché costretta dalle circostanze e dalle insistenze per farsi anche ringraziare.

L'industrializzazione forzosa e forzata adesso lascia macerie e veleni. Fu un affare? Non saprei.

Se avessimo avuto a disposizione il genio disegnato da Laplace, questi avrebbe, piuttosto, scelto di sfilare in corteo con i contadini, i braccianti e i lavoratori che reclamavano «la terra ai lavoratori». Ma era la terra da lavorare la santa terra pascoliana da dissodare perché ci sfamasse. Oggi si lamenta la pietosa condizione del pianeta. Quello che, non solo ci sfama, ma ci ospita. L'unico, per ora. E in questa unica casa che l’umanità ha nell’universo dobbiamo continuare ad abitare, vivere, amare, lavorare, pensare. Laplace, con la sua sfida filosofica avvertiva che con la scienza saremmo in grado di vaticinare il domani, di prevedere il futuro nelle ipotesi ed equazioni scientifiche e teoretiche, perché, in questo senso il futuro è determinato. Laplace elevava la scienza al rango di suprema autorità della cultura umana e ci voleva responsabilizzare del dovere di essere consapevoli del futuro e di quello che il futuro porta con sé. Oggi, ormai rassegnati alle regole dell’economia capitalista, ci dibattiamo nel dramma di dover scegliere tra prosperità, intesa come valore da dividere con rigore egalitario, e rispetto per la natura, e per quello che, con gracilità lessicale chiamiamo «ambiente». Cosa ce ne faremo di una società economicamente pingue, ipnotizzata dal narcotico dell’agio consumistico dalla fine della dialettica politica, stremata dal rogo delle ideologie bruciate con libri e biblioteche (guardate nel nostro giornale di ieri i dati sconfortanti del finanziamento a questo settore in Puglia) e sostituite dal brusio alluvionale dei social-media? Vivremo in una terra cementificata, relegati nelle prigioni delle città verticali senza finestre per non respirare veleni? Tutti uguali e lontani, estranei, ormai, a quella terra che non abbiamo saputo amare e il cui destino nessun sapiente come quello da Laplace ipotizzato ha saputo vedere e calcolare.

Dovremmo tornare all’antifona: «La terra ai lavoratori» che ha un altro, ineludibile significato. O i progressisti lo capiscono o perderanno le prossime battaglie per molto tempo.

Il Governatore della Puglia, forse, ci sta dicendo questo.

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