Martedì 26 Marzo 2019 | 02:50

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Il malessere italiano è questione di leadership

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Da quanto tempo non si affaccia un nuovo leader sulla scena politica italiana? Non un «semplice» segretario di partito, ma un capo riconosciuto, un’identità di riferimento forgiatasi nel tempo e nella lotta o rivelatasi grazie a un qualche tratto speciale.

Fu il caso della dote di ghermire consensi ex abrupto da parte del debuttante miliardario Silvio Berlusconi nel 1994. Nel centrodestra, nonostante l’«abdicazione» in favore di un valente delfino qual è Alfano, dopo quasi vent’anni è ancora al Cavaliere che si rivolge la voglia di rivincita di un elettorato disarcionato dal governo legittimamente conquistato con le ultime elezioni politiche del 2008. Nel centro-sinistra, le leadership sono più volatili, eppure nel Pd dietro personalità importanti come Bersani e Bindi, s’intravedono figure storiche, forti di peso e di prestigio non scemati nel corso del tempo, D’Alema e Veltroni in primis. Né finora hanno espresso granché esponenti talora preziosi a livello locale, subito auto-candidati a divenire «risorse per il centro-sinistra nazionale». (A proposito, non si potrebbe abolire questa locuzione? Porta anche un po’ sfiga).

Il carisma di Di Pietro risale in effetti alla stagione ventennale di «Mani Pulite»; quello di Casini - oggi in gran movimento - non è ingrigito come i capelli che rivelano i decenni trascorsi sulla breccia. Parimenti si potrebbe narrare di Fini e Rutelli. Vendola si impose nelle «primarie» pugliesi del 2005. Persino il campione dell’antipolitica Grillo è attivo col suo blog da una dozzina d’anni e lanciò il «V-Day» contro tutto e tutti nel 2007.

È un leader non di parte, nonostante e, anzi, in virtù del nitore della sua lunga storia di ex comunista, il capo dello Stato Giorgio Napolitano, cui la larga maggioranza del Paese guarda con fiducia e simpatia pari solo a quelle che l’Italia rivolse a Pertini. È una personalità influente a livello internazionale il presidente Monti, col difetto non secondario della mancanza di consenso elettorale. E poi c’è Bossi che, dopo la tempesta, ieri in quel di Besozzo nel Varesotto ha di fatto passato la mano a Roberto Maroni («è il bene della Lega»), ammettendo «la vergogna» per gli scandali a l’«errore» di aver fatto entrare il figlio «Trota» in politica e peggio - diremmo - nelle istituzioni.

Con la sua storia ventennale la Lega Nord è «il partito più longevo attualmente rappresentato nel Parlamento italiano», come ricorda l’incipit di una ricerca di Passarelli e Tuorto sulle camicie verdi fresca di stampa (Lega & Padania, il Mulino). La Lega è anche un raro caso di partito battezzato al femminile a dispetto delle pulsioni maschiliste (il «celodurismo», mon dieu), dell’omofobia, dell’odio per gli stranieri e i terroni, dell’inospitalità istintiva che ne ha scandito le fortune e attirato le invidie di parte della sinistra. Ricordate? Fino a non più di un anno fa, si teorizzava che la sinistra avrebbe dovuto emulare il radicamento popolare padano e assecondare certe pulsioni separatistiche pur di recuperare consensi al nord.

Su queste colonne non una delle mattane di Bossi, sempre astute nel tirare la corda senza spezzarla, è stata perdonata. Ha provveduto la Nemesis, la dea vendicatrice che governa la storia più delle furbizie o dei sondaggi, a punire il senatùr sul medesimo terreno delle sue invettive: il latrocinio l’aveva in casa. Mentre il «cerchio magico» degli adepti bossiani (nomen omen di un «boss»), ha finito per ingurgitare se stesso. Destino amaro ed inesorabile di ogni cultura clanica, tribale, ristretta, di qualsiasi riduzione della complessità alla caricatura dello schema amico-amico (spesso amichetto/amichetta), che secondo il giurista Carl Schmitt è la tragica essenza costitutiva del «politico». E sì che la politica italiana appare costellata di «cerchi magici», ovvero di un’antropologia culturale che ha del satrapico con le sue camarille, i «chierici», i cortigiani, i ruffiani e la corruttela che ne consegue. È sotto gli occhi di tutti.

Tuttavia nel declino di Bossi c’è un elemento paradossale del quale va dato atto. Non l’erede designato, non il più fedele fra i ciambellani, ma l’antagonista Maroni sta prendendo il suo posto. È uno dei segni di leadership moderna, razionale e «illuminista» a dispetto delle ombre neo-medievali o celtiche vagheggiate per un ventennio. La stretta di mano di Besozzo sancisce l’avvento di un avversario interno. In quante formazioni politiche (e antipolitiche) potrebbe accadere oggi? Poche, forse nessuna.

All’eccesso di personalismi mediatici e populistici (quanto berlusconismo oltre Berlusconi...) corrisponde un deficit di leadership innovative, credibili, condivise, e di classi dirigenti non servili, all’altezza della drammatica stagione che stiamo vivendo. È una delle cause profonde del governo tecnico. Senza farsi qualche domanda sulla leadership, resterà vano protestare contro i tecnici, perché rischiano di succedere a se stessi.

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