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«Bella ciao» canto popolare non un inno obbligatorio

Qualche giorno fa una giovane donna lombarda e un giovane uomo campano sono riusciti finalmente a sposarsi, dopo diversi rinvii causa Covid, nella cappellina di un antico borgo piemontese. Come si usa fra amici, sui nostri telefoni sono apparse le foto e i video. In una pausa del pranzo, il gruppo dei campani, armato di chitarrina, ha intonato un gioioso e travolgente ’O surdato ‘nnammurato.

Immediata la risposta lumbard con la sposa e il suo papà impegnati in un’appassionata e malinconica interpretazione di un famoso inno degli alpini: Era una notte che pioveva. Ma avrebbero potuto anche incrociare ’O sole mio con O mia bela Madunina. A dimostrazione, se pure fosse ancora necessario, che il nostro Paese è e resta plurale. Con il suo Sud e il suo Nord. Con i suoi settentrionali e i suoi meridionali. Con i suoi guelfi e ghibellini, per non parlare dei suoi mille campanili. Comunque, tutti italiani.

Ma dopo aver sorriso per gli amici lontani, mi sono chiesto come avrebbero reagito se, in nome dell’unità nazionale, insieme con l’Inno di Mameli, qualcuno avesse proposto di cantare tutti insieme Bella ciao. Forse l’occasione non sarebbe stata delle migliori, ma temo che qualcuno, forse più d’uno, avrebbe storto il naso. Perché una cosa sono le canzoni popolari, altro sono gli inni.
Forse questa minima distinzione avrebbe dovuto spingere, chi ha proposto che per legge il 25 aprile (festa della liberazione dal nazifascismo) dopo l’Inno di Mameli venga intonata Bella ciao, a nutrire qualche dubbio. Ma sta di fatto che il tema è stato posto all’attenzione del Parlamento su iniziativa della sinistra parlamentare (Pd, M5S, Italia Viva e Leu) e sarà difficile sottrarsi all’ennesimo scontro politico.

In ogni caso, è già nella proposta parlamentare una traccia significativa, ove si afferma che Bella ciao è «espressione popolare dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica». Perché dargli una dimensione istituzionale? Lasciamo che l’Inno di Mameli continui a fare il suo mestiere, come sancito per legge, e che il popolo canti liberamente quello che gli pare. Che si continui ad ascoltarlo nelle mille fortunate interpretazioni di artisti più o meno famosi; che le nuove generazioni lo scoprano come colonna sonora della «Casa di carta», la fortunata fiction spagnola; che lo si possa cantare con leggerezza durante la gita scolastica. A proposito, ci sono generazioni di nonni che l’hanno cantata anche nelle gite parrocchiali e nei campi scuola di Azione cattolica, ma non nella versione con il pugno chiuso levato al cielo. A dimostrazione che Bella ciao può essere, nel suo afflato di libertà, patrimonio di tutti. A condizione che non diventi il simbolo di una parte, e di una lettura di parte e non condivisa, della vita e della storia del nostro Paese. Che dunque resti quello che è: un canto libero e popolare.

Del resto, non possiamo dimenticare come sia miseramente naufragata l’ipotesi di sostituire il nostro Inno di Mameli con il memorabile Va, pensiero di Giuseppe Verdi, cantato dal coro nella terza parte del Nabucco. Un canto di libertà degli ebrei prigionieri in Babilonia che ha avuto straordinaria fortuna durante il dominio austriaco sul nostro Paese e che ricordiamo nella splendida ed emozionante esecuzione di Arturo Toscanini l’11 maggio del 1946. Primo concerto alla Scala di Milano ricostruita dopo i bombardamenti, segno di un nuovo inizio per il nostro Paese.

Così come non dimentichiamo, soprattutto noi meridionali, che non molti anni fa i concerti bandistici dopo l’Inno di Mameli intonavano la Canzone del Piave. E magari suonavano nella piazza principale dove si affacciava il circolo dei combattenti e reduci. Forse in quell’occasione, a qualcuno gli occhi si riempivano di lacrime. Come capitava a mio nonno, un ragazzo del ’99 e Cavaliere di Vittorio Veneto. Ecco, il senso di quelle grandi canzoni popolari. Vivere dello spirito del proprio tempo ed esprimere un sentimento grande.
Facciamo fatica a immaginare che i ragazzi della Generazione Z che cantano «Zitti e buoni», la colonna sonora del loro tempo, possano associare «Bella ciao» alla lotta contro il nazifascismo. Al massimo intuiranno quel vento di libertà che la anima. Come conviene a una canzone popolare che non si impone per legge, ma che si canta per scelta, per passione, per gioia e amore della libertà.

P.S. Io adoro e consiglio la versione gitana di Bella ciao cantata da Goran Bregovic

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