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Assumere la direzione di un giornale è scelta tra le più appaganti nella vita di un giornalista, ma anche molto impegnativa, a maggior ragione se avviene durante una crisi lunga e profonda come quella generata dalla pandemia. Incoscienza? Piacere della sfida? Desiderio di apparire? Nulla di tutto questo. Assumere la direzione di una storica e importante testata come La Gazzetta del Mezzogiorno oggi significa mettersi in gioco per dare un concreto contributo alla rinascita dei territori in cui il giornale è nato e cresciuto e ai quali ha dato e continua a dare voce. Ma la crisi pandemica ha reso insufficiente questa essenziale funzione svolta dai giornali. All’informazione a stampa e alla Gazzetta in particolare oggi viene richiesto un ruolo diverso e ai suoi giornalisti un surplus di impegno. Non basta dare voce al territorio, occorre fare di più: creare consapevolezza delle difficoltà e delle opportunità per ricostruire una comunità coesa, all’altezza di obiettivi importanti e capace di catalizzare le energie migliori per realizzare un futuro sereno per tutti, non solo per se stessi.

Un programma vasto e ambizioso potrà dire qualcuno. Può darsi. Ma da quanto tempo siamo tutti adagiati sulle nostre presunte sicurezze? Da quanto tempo abbiamo smesso di tendere al bene comune per badare al nostro singolo orticello? Da quando tempo siamo incapaci di andare in giro a testa alta, fieri di guardare chiunque negli occhi? È facile accusare la decadenza dei tempi, il sistema politico, l’economia malata, l’etica pubblica scomparsa. Nessuno nega queste cadute, ma si dimentica che sono solo porzioni di verità, perché a governare i processi ci sono sempre uomini e donne, con i loro pregi e i loro i difetti. Allora è a questo che bisogna puntare se si vuole cambiare qualcosa per davvero: a motivare le persone, a costruire nuove reti di relazioni e di attività che abbiano come fine sempre il bene di tutti.
Ogni giorno i giornali, come gli altri media, devono occuparsi di scandali, di femminicidi, di una società ammalata di corruzione anche nei suoi gangli vitali. Ma la nostra vita non può essere solo questo, non deve essere solo questo.

La pandemia ha mostrato in maniera crudele le scelte errate del passato – si pensi al federalismo del sistema sanitario – e l’impreparazione della classe dirigente. Un giornale oggi deve essere al fianco delle forze pulite della società, dei cervelli che devono contribuire alla crescita dei territori in cui sono nati, degli imprenditori che, con senso di responsabilità sociale, guardano prima al futuro dell’impresa e poi alle loro tasche. È infatti attraverso queste dinamiche che oggi si realizza una democrazia reale, utile ai cittadini. È in questa nuova declinazione di una libertà sostanziale che la stampa trova un ruolo diverso e più creativamente profondo. Quelle che una volta erano le «notizie» sono ormai appannaggio esclusivo di altri strumenti, che riescono a diffonderle in tempi rapidissimi, sempre più spesso in diretta rispetto agli eventi che le generano. I giornali a stampa non possono competere sul piano della rapidità, possono però competere su altri e fondamentali fronti come quello della spiegazione dei fatti, dell’approfondimento, della verifica e della proposta. I giornali possono assumersi il compito di scuotere le coscienze, forse rassegnate e certamente sopraffatte dalla quantità di informazioni vere e verosimili dalle quali siamo sommersi. Quanta comunicazione, quanta ricerca di consenso, quanta sporcizia.

Tranquilli, cari lettori, la Gazzetta non verrà meno al suo dovere di informare in maniera tempestiva: lo farà soprattutto attraverso quegli strumenti che oggi sono più adatti, come il web – che è anche ambiente di confronto e di dialogo – la radio e la televisione. È una prospettiva di crescita sinergica e di sviluppo che gli editori – i fratelli Sebastiano e Vito Ladisa - vogliono dare alla Gazzetta, ai giornalisti che ogni giorno la realizzano, ma soprattutto alla gente di Puglia e Basilicata. È la prima volta dopo molti anni che il giornale torna a essere gestito con criteri imprenditoriali, con budget e traguardi chiari. Non è una passeggiata per nessuno perché alle travagliate vicende societarie, come è noto a tutti culminate in un fallimento, si è aggiunta la crisi determinata dal covid che sta facendo chiudere le edicole ma anche i bar e tante altre attività economiche legate alla diffusione del giornale. Però ci sono le forze, le capacità e innanzitutto la voglia non di vincere una sfida – perché in una sfida c’è sempre un perdente – ma di ripartire con una ricostruzione che non sia solo materiale.

A questo punto mi sia concesso un affettuoso, caloroso grazie a Giuseppe De Tomaso che in questi lunghi e tormentati anni ha guidato il giornale con mano sicura durante mille avversità, quando sarebbe stato facile sbagliare o trarne profitto personale. Chi conosce Peppino sa di che pasta è fatto e io che ho avuto l’onore e il privilegio di compiere accanto a lui il mio percorso professionale posso dare testimonianza del coraggio, del sacrificio e della responsabilità che ha avuto nel condurre la Gazzetta in un porto sicuro. È anche grazie al suo instancabile lavoro che possiamo accingerci nell’impresa di far rinascere due regioni e non solo un giornale. Se nove secoli fa una ciurma di marinai analfabeti riuscì contro ogni previsione a portare a Bari le sacre spoglie di San Nicola, ce la possiamo fare anche noi. Ce la faremo anche noi, con sudore, con responsabilità, con onestà. Come è nel Dna della gente del Sud.

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