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Quegli anni di piombo ancora ci inseguono

La memoria collettiva italiana si costruisce sulla giustizia e sul perdono cristiano. Ma senza giustizia non c’è perdono. Il capitolo della storia patria dedicata agli “anni di piombo”, al pari di quello legato alla guerra civile 1943-45, infiamma i dibattiti e riempie le cronache giornalistiche da lustri. Ora gli arresti dei terroristi italiani rifugiati in Francia negli anni settanta-ottanta diventano il doloroso sequel di una ferita nell’identità italiana che si infiamma appena si pensa possa essere rimarginata.

I provvedimenti arrivano dopo un incontro del ministro della Giustizia Marta Cartabia con il suo omologo transalpino Eric Dupond-Moretti, nel quale fu rinnovata la richiesta di estradizione dei terroristi, onde evitare che la pena ancora da scontare fosse cancellata dalla prescrizione.

Ieri, dopo un lavoro preliminare bilaterale, è scattato l’arresto per i dieci iscritti in una lista, che - secondo il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, “non cancella” la dottrina Mitterand (che aprì la strada all’accoglienza oltralpe per i terroristi italiani in nome di una chiusura politica di quella stagione) ma restituisce all’Italia quelli che si sono macchiati di reati di sangue. Il commento del premier Mario Draghi ribadisce la vicinanza a chi ha avuto la vita segnata dalle azioni criminali dei terroristi: «La memoria di quegli atti barbarici è viva nella coscienza degli italiani. A nome mio e del governo, rinnovo la partecipazione al dolore dei familiari nel ricordo commosso del sacrificio delle vittime.»
I nomi dei terroristi arrestati dicono poco all’Italia di oggi, cinque sono ex membri delle Brigate rosse; c’è Giorgio Pietrostefani, militante di Lotta continua, deve scontare 14 anni e 2 mesi di carcere per l’omicidio del commissario Calabresi, e altri componenti di formazioni comuniste armate.

Per spiegare quel periodo storico, dal 1969 a metà adergi anni 80, ad un ragazzo degli anni 2000 è utile riprendere le parole dello storico Ernesto Galli della Loggia: "Il terrorismo nero fu opera di gruppi di giovani militanti delle organizzazioni neofasciste e neonaziste e di alcuni loro capi, ma (…) dietro di esso socialmente c’era il nulla ed esso non ha lasciato nulla. Cosa ben diversa fu il terrorismo rosso.

Perché dietro il terrorismo rosso ci fu un ambiente. Ci furono infatuazioni intellettuali diffuse, collusioni personali in buon numero, e un frequente voltarsi di molte «persone normali» da un’altra parte per poter dire di non aver visto né sentito. Tutto di svolse come in un crescendo. Prima degli atti terroristici veri e propri, infatti, e a lungo intrecciata con essi, ci fu una vasta e dura violenza di strada. (…) La violenza dei cortei con le spranghe, con i caschi e i passamontagna, con le molotov; la violenza del ritornello «basco nero, basco nero, il tuo posto è al cimitero» gridato contro i carabinieri.

Rapidamente nei luoghi sociali più inaspettati la legalità sembrò divenuta un optional. Tutto ciò che appariva contestazione, rottura delle regole, eversione iconoclasta, venne divulgato dai cataloghi delle migliori case editrici, approvato da stuoli d’intellettuali influenti, predicato da cattedre autorevoli. La rivoluzione insomma assurse a fatto di moda, e come si sa una rivoluzione senza almeno un po’ di violenza non s’è mai vista”.

Chi erano i brigatisti? Giampiero Mughini, che ha da poco compiuto 80 anni e recentemente firmato un “memoir" impedire per Marsilio “Nuovo dizionario sentimentale”, li ha definiti così: "Ho pensato, dal primissimo minuto del loro agire (…) che erano degli idioti, degli schiavi di un’ideologia farneticante, dei vili assassini (andarono in quattro a sparare in faccia a Carlo Casalegno, nell’androne della sua casa torinese), gente che balbettava formulette caricaturali che non dicevano la benché minima verità sulla società italiana dei Settanta”.

Gli arresti di ieri (tre terroristi sono ancora latitanti) segnano la sospensione della “dottrina Mitterand” e una nuova pagina nelle relazioni italo-francesi, dopo i livelli minimi raggiunti quando Sarkozy scelse il “regime change” in Libia senza accordarsi con il governo italiano. Solo accanto alla giustizia che si afferma può sorgere il sentimento intimo e privato del perdono e della clemenza di uno Stato forte, ma è indispensabile un impegno rinnovato degli storici e dei ricercatori per rileggere a fondo quelli anni, come hanno fatto due studiosi di matrice opposta, Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato in “A che punto è la notte?” (Vallecchi), con questa nobile missione: “Cancellare quel passato, offrirgli una dimensione reale, analizzarlo con il necessario distacco, forse può essere utile”. All’Italia tutta, ancora ferita dall’orrore della lotta armata.

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