Giovedì 15 Aprile 2021 | 04:15

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Quando spendere per i giovani non significa investire per loro

Aiutare le nuove generazioni significa non mettere i bastoni tra le ruote di chi genera sul serio posti di lavoro

La beffa «Garanzia giovani»A Bari le attese durano mesi

D’accordo. Le pandemie sono eventi straordinari che richiedono interventi e sacrifici straordinari. A iniziare dai prelievi nelle casse di uno Stato. Ma, siccome, anche nel pieno di un’emergenza inattesa e tracimante, resta ancora in vigore il principio che «nessun pasto è gratis», logica vorrebbe che non si smarrisse mai il filo della razionalità economica. Invece, è assai concreto il rischio, in momenti come l’attuale, di trascurare, se non ignorare, ogni precetto di buongoverno, per sposare tutti i progetti di spesa, a prescindere dai risultati forniti da ogni analisi specifica.

Magari fosse possibile distribuire quattrini a tutti, stampando banconote come in un celebre, irresistibile film di Totò (1898-1967) e Peppino De Filippo (1903-1980). Il problema della povertà sarebbe stato risolto da lunga pezza. Purtroppo, non è così. Né sarà mai così, perché la «triste scienza» (l’economia) è refrattaria a numerose tentazioni e seduzioni, fra cui la fabbricazione del denaro attraverso pratiche, diciamo, alchimistiche o sciuè sciuè. La storia dell’economia è un lungo florilegio di casi e di fallimenti pubblici e privati causati proprio dalla monetizzazione del debito. E poi, come si diceva negli anni della Repubblica di Weimar, può capitare di vivere con le tasche strapiene di soldi, ma di ritrovarsi sempre al verde se quelle banconote dovessero valere meno di un blocco di ghiaccio al Polo Nord.

L’aspetto più paradossale, inoltre, è di natura culturale. Chi, giustamente, da un anno a oggi, si preoccupa di rimediare ai disastri, non solo sanitari, provocati dal Covid, mette in risalto l’aumento delle difficoltà dei giovani nel tentativo di affacciarsi al mercato del lavoro. Vero. I giovani, per adoperare l’espressione spesso associata all’Italia nelle crisi internazionali, costituiscono il «ventre molle» della nazione. Sono i più indifesi sul piano delle tutele di ogni genere. Sono i meno garantiti sul piano della prospettiva generale. Sono i meno soddisfatti sul piano della remunerazione materiale. Sono i meno sereni sul piano della tenuta psicologica.

Un programma finalizzato alla messa in sicurezza delle nuove leve della popolazione non solo sarebbe naturale e auspicabile (innanzitutto per i diretti interessati), ma darebbe nuovo smalto alla produttività generale del Paese. Eppure, tutto si fa, tranne che mettere i giovani in cima alle iniziative e ai provvedimenti per la ripresa economica.
Intendiamoci, nei discorsi e negli articoli sui giornali, i propositi e gli impegni per i ventenni non mancano mai, così come non mancano mai i volti dei virologi in tutti i tg e telesalotti dell’ultimo anno. Ma, mai come nei confronti dei ragazzi, vige il principio della doppia verità, ossia dall’ambiguità elevata a sistema. Vediamo perché.

Se fosse davvero sincera la preoccupazione dell’establishment per l’avvenire delle nuove generazioni, l’atteggiamento complessivo nei confronti del debito-a-oltranza non sarebbe così superficiale e irresponsabile. Un conto è pensare ai giovani varando un pacchetto di investimenti che, tanto per cominciare, contribuisse a favorire le assunzioni dei più volenterosi e più capaci fra loro. Un conto, invece, è pensare ai giovani distribuendo soldi a pioggia, contribuendo così ad appesantire un indebitamento che, prima o poi, si abbatterà proprio sui (teorici) beneficiari, che saranno chiamati a onorare le cambiali sottoscritte dai loro (cari) genitori. Purtroppo, i giovani, anche a causa del massiccio, prolungato sciopero dei procreatori effettuato negli ultimi decenni, non rappresentano più un’armata sconfinata. Sono diminuiti di parecchio. Hanno perso il loro potere contrattuale, di conseguenza contano molto meno dei vecchi (assai più numerosi e, come tali, in grado di farsi ascoltare meglio dallo stato maggiore dei decisori) sul piano politico-elettorale. La qualcosa non aiuta a portare acqua al loro mulino, cioè al mulino dei non-garantiti.

Ma se un Paese non approfitta dei momenti di crisi acuta per correggere il tiro nelle politiche per i giovani, quando lo farà? A meno che per politica per i giovani non s’intenda una tipologia di interventi simili al reddito di cittadinanza, che, in questi anni, avrà pure contribuito a stemperare la tensione in aree particolarmente avare di sbocchi occupazionali, ma che di sicuro non può rappresentare la filosofia, la strategia di sviluppo del Belpaese. Non foss’altro perché l’assistenzialismo esasperato, oltre a mettere in pericolo i conti pubblici, non stimola l’impegno personale e poi produce effetti indesiderati nell’atteggiamento verso il lavoro, che non può essere ritenuto una sorta di «variabile indipendente», tanto se c’è c’è, se non c’è pazienza, tanto qualcosa mi daranno.

È vero che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, come stabilisce l’incipit della Costituzione. Ma è altrettanto vero che l’articolo 4 della Carta Costituzionale considera il lavoro anche come un dovere: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo la propria responsabilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
Ora. Se il lavoro è un diritto-dovere, e non un regalo che si trova all’angolo di ogni strada, non si può affrontare un periodo drammatico come l’emergenza pandemica, puntando esclusivamente sulla soddisfazione delle istanze immediate. È necessario puntare sugli investimenti a breve e lungo termine, sulle opere pubbliche davvero necessarie, sulla infrastrutturazione territoriale. Che, a ben vedere, sono le uniche misure in grado di assicurare un futuro dignitoso ai giovani che volessero mettere il proprio sapere anche a beneficio dello Stivale e del Sud in particolare, anziché dei più accoglienti (in materia lavorativa) confini stranieri.
Finora l’Italia non ha lesinato in mance assistenziali, che sono cresciute come giraffe. E però la povertà si è allargata, anziché restringersi. Segno che i quattrini spesi, ma non ben investiti, spesso producono effetti contrari rispetto alle intenzioni primordiali.

Conclusione. Aiutare i giovani significa non mettere i bastoni tra le ruote di chi genera sul serio posti di lavoro (ossia le imprese sane e trasparenti). Se invece, per aiutare i giovani, s’intende sottoscrivere una lista di cambiali spalmate nel tempo, è bene sapere che a rimetterci saranno esclusivamente i presunti gratificati, chiamati a ripianare le buche allargate dai loro padri.

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