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L'editoriale

Governare può logorare anche i primi della classe

«Draghi ha avuto il merito e la fortuna di dirigere organismi gerarchici in cui ogni decisione era una decisione, non già un preavviso di mediazione e contrattazione a oltranza»

Crisi Governo, Mattarella alle 19 riceverà il premier incaricato Draghi

Già guidare una coalizione di alleati storici, in Italia, è come scalare il Monte Bianco con le scarpe da tennis. Figurarsi la fatica (improba) che comporta la direzione di un’orchestra di governo formata da rivali e avversari. Si obietterà: in casi eccezionali (come una guerra o una pandemia), le larghe intese costituiscono la regola, non l’eccezione. Giusto. E poi - si aggiungerà a proposito del governissimo da poco insediatosi - l’autorevolezza di Mario Draghi non si discute, rappresenta il valore aggiunto di questa inedita e anomala maggioranza. Ok. Ma siamo in Italia, dove, per dirla con l’inarrivabile Ennio Flaiano (1910-1972), la situazione può essere grave, ma giammai seria. Persino la dittatura, in Italia, ha vissuto momenti di ingovernabilità, nonostante i pieni poteri attribuiti al capo supremo. Non per nulla il caustico Indro Montanelli (1909-2001) bollerà il fascismo come il più comico tentativo di instaurare la serietà.
Allora. Draghi ha avuto il merito e la fortuna di dirigere organismi gerarchici in cui ogni decisione era una decisione, non già un preavviso di mediazione e contrattazione a oltranza. Ovviamente, nessuno può pretendere che analogo decisionismo debba caratterizzare il funzionamento delle democrazie, il cui lievito fondamentale si chiama compromesso, frutto del confronto tra posizioni e linee diverse e divergenti.

Ma compromesso non significa paralisi, non vuol dire vetocrazia, non vuol dire stallo o caos permanenti. Tanto meno, significa arrendersi all’ingovernabilità e all’instabilità strutturali.
Da quasi mezzo secolo in Italia si cerca di rimediare all’indecisionismo cronico, che, ad esempio, blocca sul nascere quelle riforme (spesso senza costi finanziari aggiuntivi) richieste dall’Europa, attraverso proposte di ammodernamento del sistema deliberativo. Ma quasi sempre, per non dire sempre, non si riesce a venirne a capo. Ogni sforzo teso ad avvicinare il Belpaese ai modelli istituzionali delle nazioni più evolute, finisce inevitabilmente per fallire in corso d’opera. Tanto da rendere complicata l’elusione di questa domanda: sono solo i politici a voler conservare lo status quo, o sono anche o soprattutto gli italiani a osteggiare il nuovo e il cambiamento? Più volte gli italiani si sono ritrovati nella condizione di poter cambiare regole, comportamenti e nomenklature, ma quasi sempre hanno preferito non prendere rischi, in linea con la natura sostanzialmente conservativa e trasformistica che li contraddistingue.


Anche la cura Draghi rischia di schiantarsi contro il muro dell’immutabilità, dell’eterno ieri che, come una piramide egizia, caratterizza la recente e meno recente storia nazionale. La cura Draghi corre il pericolo, pure, sul piano mediatico, di riprodurre l’effetto «marziano a Roma» mirabilmente descritto nel celebre omonimo racconto di Flaiano. Al suo sbarco nella Capitale il marziano Kunt viene accolto come una superstar e trattato come una specie di messia. Ma giorno dopo giorno il suo appeal svanisce fino a precipitare, col protagonista, nell’indifferenza generale

Draghi è il primo a sapere a quali rischi lui va incontro, alla testa di una carovana divisa sul tragitto programmatico da percorrere, e segnata da molteplici calcoli e retropensieri sui ritorni e tornaconti elettorali da pianificare. Anche per questa ragione, oltre che per indole, stile e inclinazione professionale, il presidente del Consiglio misura le parole col contagocce, anzi finora ha vieppiù sottolineato la sua proverbiale predilezione per il silenzio. Ma fino a quando, grazie al silenzio, il premier potrà mediare tra leader e ministri più distinti e distanti che mai nella sua équipe governativa?

Non sappiamo se Draghi si sia pentito o meno per aver risposto «obbedisco» all’invito di affrontare la sfida di governo. Un altro, nella sua condizione di padre nobile dell’Europa, quasi certamente avrebbe glissato, per non compromettere le chance di successo in una gara ancora più allettante: la conquista del Colle. Ma a Draghi non difetta il senso di responsabilità. Se il Capo dello Stato chiama, se le forze politiche convergono, non si può far finta di nulla, né si può aggirare l’ostacolo voltandosi dall’altro lato. E pazienza se il passaggio a Palazzo Chigi potrà incrinare, in caso di contrasti insanabili nell’azione di governo, la prestigiosa immagine del Nostro nel mondo. Nella vita non si possono accettare solo gli incarichi che convengono o quelli che non nascondono insidie.


Resta il fatto che la questione dei sottosegretari, per tacere delle polemiche sul Covid, ha già messo e sta tuttora mettendo a dura prova i singolari rapporti tra i partiti che sostengono il governo, e tra uomini e donne (penalizzate) in cerca di ruoli e visibilità. E dove ci porterà la polemica, tra chiusuristi ed aperturisti, scoppiata per le iniziative economiche bloccate dal virus? E vogliamo parlare della confusione generale che regna nelle scuole e nelle famiglie, sballottate tra presidenti regionali e Tar? Di questo passo a chi verrà attribuita la colpa in caso di disordine generale? Non invidiamo Draghi. Ha molto da perdere e poco da guadagnare da questo ordine di cose. Purtroppo, in Italia, governare logora anche i primi della classe.

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