Giovedì 04 Marzo 2021 | 03:55

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Crisi economica più grave della crisi politica

Oltre che a dare risposte immediate ai cittadini italiani, bisogna dare risposte ultrarapide ai governi e ai popoli continentali che hanno dato l’ok al colossale piano di aiuti comunitari per lo Stivale

Economia: nel 2019-2023 Potenza crescita zero

Già da mesi i rendimenti dei titoli di stato ellenici sono inferiori ai rendimenti dei Btp italiani. Questa semplice constatazione illustra la gravità della crisi italica più di mille trasmissioni televisive. Se la Grecia sta pagando meno dell’Italia gli interessi sul debito pubblico, stiamo freschi. Vuol dire che rischiamo molto. Vuol dire che il Belpaese resta tale per il paesaggio, ma si trasforma in Malpaese quando si passa dall’ambito estetico alla prospettiva economica.

All’estero non riescono a capacitarsi del fatto che, in piena pandemia, a Roma si scateni una crisi al buio, la cui soluzione sfugge ai diretti interessati e al povero arbitro (Sergio Mattarella) da tempo impegnato a richiamare i rissosi giocatori a una condotta improntata a buonsenso, correttezza e rispetto reciproci. Ma, soprattutto, all’estero, come dimostra la recente intervista dell’ex ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schauble, stentano a capire come faccia lo Stivale a non rendersi conto dei guai che può combinare all’Europa se non sarà in grado di utilizzare gli aiuti del fondo Next Generation Eu (209 miliardi di euro). E lo Schauble degli ultimi tempi è solo un lontano parente dello Schauble di 15 anni addietro, quando era il Padrone dell’Europa, ed era assai più intransigente e implacabile verso i partner europei innamorati del debito pubblico o oltranza.

Lo Schauble odierno accetta il bilancio comune dell’Europa, non si oppone agli eurobond, si arma di buona volontà per comprendere la situazione della Penisola.

Allo stesso modo, l’ex mastino, l’ex pastore tedesco, non può non domandarsi come faccia l’Italia ad affrontare a cuor leggero la questione degli euroaiuti (nessun testo scritto definitivo è ancora arrivato a Bruxelles) quando la storia recente non induce di sicuro all’ottimismo, alla luce dei fondi strutturali comunitari finora poco e male utilizzati dal centro e dalle Regioni per colpa di una classe politico-burocratica distratta e inadeguata. Dove sono i progetti per puntare alle ingenti risorse europee? Ma, anche se questi progetti ci fossero, dove sono le riforme di modernità, le nuove procedure capaci di accelerare l’impiego di questa montagna di quattrini?

Purtroppo, questo problema che costituisce la chiave di volta per tentare di uscire dalla crisi economica, non occupa le prime pagine dei giornali, né monopolizza le copertine della tv, dove, invece, prevalgono le risse e le vicende personali, di carriera e di potere.

E pensare che nella gerarchia stabilita dall’Europa, i denari del Recovery Plan dovrebbero servire innanzitutto per ridurre il divario tra Nord e Sud, raccomandazione che sembra ignorata da tutti i protagonisti della crisi, alle prese, ovviamente, con le prospettive e i rischi di questo incerto quadro politico. Ma se l’Italia dovesse fare cilecca sul piano di interventi europei, si scatenerebbero reazioni a catena al di là di ogni immaginazione. Non salterebbe solo il Mezzogiorno. Salterebbe la stessa Europa, che ha scommesso una valanga di miliardi sul risanamento dell’economia italiana.

Con tutto il meritato rispetto che si deve alla terra di Pericle (495-429 avanti Cristo), il Pil della Penisola è di gran lunga più robusto di quello greco. Un default italico sarebbe devastante per l’economia e il futuro dell’intera Unione continentale.

Non invidiamo il presidente Mattarella, chiamato a districare una matassa più complicata di un pagliaio di vasta estensione. Né riteniamo che il presidente della Repubblica abbia bisogno di suggerimenti, visto che non è avaro di sollecitazioni in proposito. Perciò crediamo che in questi giorni, nei colloqui con i leader, Mattarella non faccia che sottolineare la gravità del momento economico e la necessità di un piano di interventi solido e rigoroso. Di conseguenza dovrebbe essere l’economia, o meglio ancora, l’implementazione degli interventi da parte dei governi, lo strumento risolutivo per uscire dalla condizione infernale causata dal Covid. Ergo, dovrebbe essere proprio l’agenda economica, da riempire con progetti fattibili, l’unica bussola credibile per la formazione del nuovo governo. Altro che formule e formulette varie.

È inutile continuare a discutere e ad accapigliarsi sulle responsabilità della crisi di governo in atto. Oltre che a dare risposte immediate ai cittadini italiani, bisogna dare risposte ultrarapide ai governi e ai popoli continentali che hanno dato l’ok al colossale piano di aiuti comunitari per lo Stivale. Non possiamo far finta che loro si disinteressino dell’argomento.
Ecco perché, al posto di Mattarella, consulteremmo i papabili per Palazzo Chigi, a cominciare dal probabile reincaricato Giuseppe Conte, per vedere cosa farebbero sùbito in caso di investitura a premier. Sulla base delle loro risposte cercheremmo di favorire una soluzione di governo la più possibile condivisa e coerente. Purtroppo, anche in una circostanza drammatica, come quella pandemica, la gravità dell’ora non viene assolutamente percepita, tanto da rendere ancora più calzante e profetico il celebre aforisma di Ennio Flaiano (1910-1972): la situazione è grave, ma non seria.

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