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Troppi sussidi fanno crescere malcostume e povertà

Fino a quando si governerà ignorando le cifre, non sarà facile uscire dal pantano dell’emergenza

reddito di cittadinanza

Che il reddito di cittadinanza all’italiana dovesse essere intercettato anche da chi non ne avrebbe avuto titolo, era facilmente immaginabile. In un Paese dove i controlli, anche quelli incrociati, si fanno per modo di dire, era scontato che i più furbi si sarebbero scatenati. Meno naturale era il brusco balzo in avanti del lavoro sommerso, nelle imponenti proporzioni di cui si legge. Tanto è vero che il governo, sembra, intende correre ai ripari per impedire che il reddito di cittadinanza costituisca un ostacolo beffardo per le aziende che intendano assumere (i potenziali neoassunti vorrebbero restare invisibili, in nero, per non perdere l’amato rdc). Ma ancora meno scontato era l’aumento della povertà che - secondo un importante ministro - dopo il varo del sussidio ai bisognosi sarebbe stata sconfitta nei secoli dei secoli.

Intendiamoci. Questo bonus che sarebbe più corretto denominare reddito minimo, non è una bestialità. Anzi. A patto, però, che vada davvero in soccorso dei più deboli e dei più sfortunati e non metta sabbia nei meccanismi dell’economia. Se, viceversa, il reddito di cittadinanza obbedisce a criteri elettoralistici o a contropartite clientelari, le conseguenze (negative e controproducenti) sono più inarrestabili e devastanti di una valanga invernale. Quando il reddito di cittadinanza si trasforma in un feticcio di massa, con la complicità da parte dello stesso stato centrale, allora il calcolo economico va a farsi benedire. E se salta il calcolo economico, saltano gli investimenti. E se pure qualche investimento resiste e persiste, l’esito conclusivo è scritto nella roccia: addio allocazione razionale delle risorse. Infatti.

Quando l’allocazione delle risorse viene eterodiretta da altre motivazioni, sfuma ogni proposito di buon governo, con buona pace proprio di chi è rimasto indietro, che nessuno, a parole, intende lasciare solo. Morale paradossale: più assistenza si traduce in più povertà. Il che rischia di innescare l’ennesima miccia esplosiva: più assistenza, più povertà, più debito, più tasse, più decrescita. E il circolo perverso si ricompone.

Ci deve essere qualcosa che non quadra in un Paese le cui spese per l’assistenza sanitaria ammontano, ogni anno, a 117 miliardi di euro e le cui spese voluttuarie, a ristoro di abitudini non necessarie, oscillano sui 278 miliardi di euro. O il nero è dilagante oggi più di ieri o effettivamente i poveri sono meno poveri di quanto dicono le cifre ufficiali. Tertium non datur.
E però si elargisce il reddito di cittadinanza, sottraendo preziosi finanziamenti a scuola, sanità, infrastrutture, compromettendo così l’avvenire della nazione e condannando i più attardati nella scala sociale a non guadagnare mai una posizione più dignitosa.

Diciamolo. Il reddito di cittadinanza è un disincentivo: a trovare un lavoro trasparente, a mettersi in regola con le tasse, a rispondere alle chiamate delle agenzie interinali. È un incentivo a restare nell’ombra e a vivere nella cosiddetta «povertà educativa e sociale», la iattura più esecrabile della nostra epoca. Ovvio che così operando, parecchi pasti sono gratis. A Casa Italia questa verità spesso è stata di casa.
E pensare che l’Italia avrebbe giustificati obiettivi su cui indirizzare la spesa pubblica, a cominciare dal più importante e indispensabile di tutti: la messa in sicurezza del territorio. Mettere in sicurezza il territorio, ristrutturando strade e ponti, ammodernando reti e impianti fatiscenti, equivale a solidarizzare con le ultime generazioni; significa far trovare loro un Paese in salute, non un Paese claudicante e sofferente. Mettere in sicurezza il territorio anche sul piano delle infrastrutture immateriali, portando la fibra ottica in ogni angolo della Penisola, significa sposare la modernità, non respingerla come fanno certi sindaci che, irresponsabilmente, inorridiscono di fronte alla prospettiva del 5G. Mettere in sicurezza il territorio significa saper investire i soldi pubblici. Un territorio risanato si valorizza da solo, automaticamente. È più accogliente per residenti e visitatori, per imprese forestiere e turisti. Il che significa più ricchezza e più lavoro per tutti. Non ci vuole molto per comprendere i vantaggi, i benefìci assicurati da un territorio finalmente posto in sicurezza, se ne giova, in primis la stessa incolumità personale dei cittadini.

Ci sono due modi per affrontare la povertà: o creando le condizioni di lavoro o distribuendo soldi a destra e a manca. Questa seconda soluzione paga sul piano elettorale, ma, come dimostra, corredato da una lunga sequenza di cifre, il libro Le scomode verità di Alberto Brambilla, finisce immancabilmente per produrre risultati contrari alle intenzioni, e soprattutto all’interesse generale. Con una collana di anelli collaterali più assurdi e beffardi di un pugno in faccia mentre vuoi esprimere un atto di solidarietà. Non solo i sussidi elargiti a furbi e mascalzoni contribuiscono a dissipare risorse e opportunità, ma contribuiscono anche a disincentivare gli spiriti più laboriosi e intraprendenti, dipinti, a volte, da una pubblicistica scriteriata, alla stregua di ricchi profittatori, se non di ladri patentati. Ma si deve alle micidiali aliquote fiscali che colpiscono i tipi più attivi e più industriosi se la metà delle entrate Irpef del Paese mantiene quella metà del Paese che non paga un euro di tasse e che poi contribuisce a fare dell’Italia la nazione primatista in materia di scommesse (127 miliardi l’anno, più della spesa per la sanità).
Fino a quando si governerà ignorando le cifre, non sarà facile uscire dal pantano dell’emergenza. Fino a quando si combatteranno le disuguaglianze colpendo i meritevoli e sanzionando chi dà prova di senso del dovere, si genereranno nuove povertà e ulteriori forme di disuguaglianza. In una rincorsa infinita tra assistenza e sottosviluppo. È ora di cambiare direzione di marcia.

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