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Ancora sul caso dello stipendio di Pasquale Tridico

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Il caso dello stipendio di Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, fa scandalizzare solo chi si fa portatore e sostenitore di un’idea politica populista da frustrazione vendicativa. Alla base del principio che chi amministra la cosa pubblica (e non solo) debba lavorare a fronte di uno stipendio simbolico c’è una deriva da falso socialismo reale declinato in salsa moderna dai leoni da tastiera che ormai dettano l’agenda politica e sociale dei governi e condizionano la classe dirigente del Paese a forza di like e insulti anonimi.
In questa melma maleodorante sguazzano i cacciatori di voti e consenso a buon prezzo, capaci di parlare alla pancia del Paese con gli stessi suoni da cantina di periferia, trasformando un brusio di sottofondo in opinione. Ma i fatti dicono altro.

L’Inps è il più grande istituto previdenziale d’Europa e raccoglie 236 miliardi di euro di contributi che trasforma in prestazioni sociali per quindici milioni di italiani e impiega 29mila dipendenti. Quanto è credibile, sensato, logico pensare che chi ha la responsabilità di un bilancio di queste dimensioni possa guadagnare meno di 100mila euro (lordi) l’anno?
A Tridico si può contestare il metodo con il quale ha pensato bene di adeguare il suo compenso alle responsabilità alle quali è stato chiamato, ma non certo di aver fatto qualcosa di illogico nel parametrare le sue responsabilità a un emolumento almeno paragonabile a quello dello stesso direttore generale dell’Inps o di qualunque altro ministero.

Strano Paese, il nostro, dove da un lato si invocano competenze manageriali nei gangli vitali della Cosa Pubblica e dall’altro si pretende che tali capacità siano sottopagate. Semmai dovrebbe essere il contrario: chiedere conto dell’operato a fronte di compensi adeguati. Secondo l’elaborazione dell’Area Studi di Mediobanca, il compenso medio di un amministratore delegato di una società italiana quotata in Borsa è di circa 850mila euro l’anno. Tenuto conto che la Spa maggiormente quotata in Borsa viaggia su un capitale di circa 30 miliardi, si fa presto il raffronto tra pubblico e privato.
Certo, volendo scomodare la saggezza popolare dovremmo dire che chi semina vento raccoglie tempesta. Tridico è stato fortemente voluto alla guida dell’Inps dal Movimento Cinque Stelle che ha fatto del populismo pauperista («uno vale uno» è il mantra con il quale i pentastellati hanno domato la rabbia degli elettori trasformandola in voti) la bandiera agitata in faccia a chi identifica la Cosa Pubblica con il malaffare arraffone. E quindi demonizzare il compenso per l’impegno pubblico è stato inevitabile.

Fanno bene, adesso, gli esponenti pentastellati a difendere il presidente dell’Inps dai loro stessi militanti integralisti, ma contemporaneamente non sarebbe sbagliato un bel bagno di umiltà con annessa revisione dei principi politici generali. Resta il fatto che nessuno ha puntato una pistola alla schiena di Pasquale Tridico per convincerlo ad accettare un incarico largamente sottopagato rispetto alle responsabilità che comporta, ma forse bisognerebbe ringraziarlo per aver messo la propria competenza a disposizione, piuttosto che accettare un incarico di minore impegno e retribuito otto volte di più altrove. Una democrazia matura e non istintiva dovrebbe imparare a esercitare la funzione di controllo sulla gestione politica e pubblica, anziché assecondare moralismi ipocriti e lesivi dell’efficienza dello Stato.
Piuttosto, Tridico e gli altri manager di Stato si dimostrino all’altezza del compito al quale sono chiamati. Giudichiamoli senza pietà per l’efficienza. E pensiamo che se dovessimo valutare buona parte degli italiani che puntano il dito accusatore per la loro produttività in base agli stipendi incassati - pubblici e privati - ci sarebbe da ridere. O da piangere.

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