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Il numero di abitanti corrispondenti ai dichiaranti di reddito che praticamente non pagano imposte è pari a 30 milioni circa, la metà di tutti i cittadini italiani

Un paese sottosopra che ama più il gioco della salute

Per un Paese come l’Italia che si illude di scaricare senza costi sulle generazioni future le pratiche della cattiva amministrazione, delle rendite, dei privilegi acquisiti e del continuo saccheggio delle risorse pubbliche, guardarsi allo specchio senza veli per scoprire le verità scomode è un esercizio frustante ed angoscioso. Meglio rifugiarsi negli stereotipi, nelle vulgate dei social, nelle consuete lamentazioni contro i numerosi “ nemici” che complottano contro di noi, cercando di trovare una spiegazione che possa quietare le nostre preoccupazioni.

Per chi voglia al contrario, capire la realtà ed il conto che prima o poi ci verrà presentato dai fatti, è utile leggere il libro di Alberto Brambilla sulle “Scomode verità” ed. Solferino. Nonostante talune forzature, nel testo, pieno di dati statistici inevitabili per la comprensione dei fatti, il lettore potrà trovare talune risposte concrete sulla nostra fiscalità, sulla sanità, sul lavoro e sulle pensioni. Un dato essenziale emerge a prima vista. Ci pregiamo di avere risorse finanziarie molto elevate e ben al sopra del nostro debito pubblico, ma ci viene ripetutamente detto che le diseguaglianze e la povertà assoluta e relativa stanno aumentando nel Paese.

Secondo la Banca d’Italia la ricchezza netta delle famiglie italiane è stata nel 2017 pari a 9.743 miliardi di euro, l’8,5% del reddito disponibile. La proprietà abitativa rappresenta un valore di euro 5.246 miliardi, dal momento che il 92% del patrimonio immobiliare è di proprietà delle famiglie italiane. La ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie (depositi bancari, fondi d’investimento, azioni) è pari a euro 4.406 miliardi. Abbiamo 39 milioni di autoveicoli immatricolati con un tasso di motorizzazione superiore a quello della Germania e della Spagna, nel 2019 il 72% degli italiani (circa 32 milioni) ha fatto una vacanza estiva, il reddito medio delle famiglie era nel 2016 pari a euro 31.000, un valore superiore di 9 volte rispetto a quello del 1977 con un potere di acquisto aumentato di 4 volte.

Come è possibile con questi dati osservare un aumento della povertà che secondo l’Istat riguarda il 7% delle famiglie italiane? E’ probabile che il sistema della autocertificazione delle famiglie con il taccuino degli autoconsumi, sia volutamente sottostimato per accedere all’assistenza di Stato. Spendiamo annualmente euro 127 miliardi fra gioco d’azzardo e gioco illegale, molto di più di quanto si spende nella Sanità ovvero euro 118 miliardi nel 2018, circa 14 miliardi per droghe, 9 miliardi per fattucchiere e cartomanti, 18 miliardi per tabacco, ben 83 miliardi per alimentazione fuori casa e 24 miliardi per la telefonia. E’ quindi probabile che la povertà sia aumentata per gli stranieri e soprattutto, per la “povertà economica e culturale” degli italiani, ovvero l’aumentata incapacità dei nostri connazionali di spendere bene il reddito, avviando iniziative destinate al fallimento per la condizione di bassa formazione scolastica. Su 60 milioni di italiani lavorano solo 23 milioni fra i 20 e 64 anni ovvero il 38%. Questo significa che non lavorano 4 italiani su 10.

Fare nulla. Non solo. Abbiamo anche la terza quota più elevata in Europa di giovani che non fanno nulla, che non studiano e non lavorano pari al 26% fra i 18 e 24 anni. Mancano medici, infermieri, operai specializzati, laureati in ingegneria, in indirizzo elettronico, in chimica e fisica. Persino l’esercito italiano non trova soldati. E’ evidente che il “welfare “ italiano finanzia la spesa sociale. In Italia i cittadini contribuenti sono 41 milioni con una spesa pubblica pari nel 2018 a euro 853 miliardi. A fronte di questa spesa lo Stato incassa nelle entrate, 227 miliardi di contributi sociali, 238 miliardi di imposte dirette e 253 miliardi di imposte indirette per un totale di 798 miliardi nel 2018. L’assistenza sociale (pensioni ed assistenza) è costata nel 2018 un importo di 462 miliardi di euro, che praticamente prende tutte le risorse dei contributi sociali e delle imposte dirette. Le imposte indirette pari a 253 miliardi servono per finanziare il resto, ovvero l’istruzione, la giustizia, gli investimenti, la macchina amministrativa e così via. E dal momento che nemmeno tutte le entrate coprono i costi della spesa pubblica totale, lo Stato emette debito pubblico che continua ad aumentare. Su 41 milioni di contribuenti quelli che fanno parte delle prime due fasce di reddito fino a 7.500 euro e fino a 15.000 euro ( circa il 45% dei contribuenti pari a 27 milioni di abitanti) pagano zero o solo il 2,62% di Irpef ( circa 157 euro l’anno).

Se si considerano i redditi fra i 15.000 e 35.000 euro troviamo 17 milioni di contribuenti, mentre sono 3 milioni di contribuenti quelli fra 35.000 a 55.000 euro. Di fatto, il numero di abitanti corrispondenti ai dichiaranti di reddito che praticamente non pagano imposte è pari a 30 milioni circa, la metà di tutti i cittadini italiani. Peraltro questo significa che costoro non coprono nemmeno il costo individuale della spesa sanitaria (euro 1.870 l’anno). Al contrario il 25% appartenente alle altre fasce di reddito paga l’80% di tutta l’Irpef. Il sistema è sperequato. Per Brambilla “una parte consistente del debito pubblico è causata dai disavanzi previdenziali degli enti pensionistici e assistenziali”. Per l’Autore i disavanzi previdenziali (l’insufficienza gestione finanziaria ) coperti dallo Stato “in 36 anni arrivano a euro 1.087 miliardi pari al 50% del debito pubblico complessivo italiano”. Di questi importi hanno beneficiato “oltre 16 milioni tra pensionati ed assistiti facendo esplodere il debito pubblico”, una “delle maggiori attività di redistribuzione delle risorse realizzate nei Paesi industrializzati”. Questo è il risultato della ricerca elettorale del consenso politico ai danni dei giovani e di chi lavora sodo. Non è forse giunto il momento di mettere fine a questo sistema con la crescita e la produttività, invece del solito assistenzialismo?

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