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Riapre la scuola tra mille incognite

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Non vorrei essere nei panni della Ministra della Istruzione. Stavo per scrivere “pubblica” prima di istruzione, ma mi sono ricordato che pubblica non lo è più, non perché la politica si sia rassegnata alla convivenza con l’istruzione privata, ma, forse, perché l’istruzione, in una paese civile, si debba considerare tautologico che sia pubblica. Inoltre, da poco tempo, il Ministero è separato dall’autonomo Ministero dell’Universita e della Ricerca scientifica.

I privati subiscono il controllo della adeguatezza delle loro istituzioni alle norme dello stato, in questo caso, della Repubblica italiana. Come dicevo, non vorrei essere nei panni della Dottoressa, Onorevole, Ministra Azzolina, in questo momento della vicissitudine dell’epidemia da “Corona virus” che ancora funesta la nostra vita pubblica e privata e, dunque, la nostra istruzione pubblica e privata.

E, allora, sarà bene ricordare che la scuola è sostanza fondamentale della nostra vita sociale e struttura portante dello stato: la sua condizione, la sua vita, si identificano con la società, con la comunità dei popoli. Il microcosmo della sua identità comunitaria, fatta di classi, di istituti, di programmi di studio, di microcosmi di esperienze e di vite individuali, esigono il confronto personale, l’affiancamento, lo sguardo collettivo e il prezioso confronto interpersonale. Tra allievo e allievo e tra allievi e docenti. E l’insegnamento ha il bisogno irrinunciabile e ineludibile della comunità studentesca in dialettica sublime con la docenza, forte della energia che deriva dalla condivisione dei saperi.

Solo in questo modo si costruisce quella cultura che Husserl definisce, appunto, giacimento di saperi condivisi. Croce avrebbe aggiunto, se oggi criticasse, nella storia che stiamo scrivendo. Quando la scuola riaprirà, e mancano poche settimane, dovrà rispettare tutto questo.

Io non so come si comporterebbe il Croce al posto della onorevole Azzolina che è così impegnata sullo studio del modello di banco monoposto, di quello a ruote, di quello schermato, di quello usa e getta. Dico Benedetto Croce perché fu Ministro della Pubblica Istruzione nel 1920-1921. È doveroso ricordare che lo fu alla vigilia della marcia su Roma: un assembramento molto fitto e tutti in maschera.

Va riconosciuto alla Ministra in carica che ha un problema ingentissimo che esula dalla pura e semplice, benché ansiosa, progettazione prossemica.
Come, certo, la dottoressa Azzolina, sa, la prossemica è la scienza che studia lo spazio o le distanze come fatto comunicativo; lo studio, cioè, sul piano psicologico e sociologico dei possibili significati delle distanze materiali interpersonali che l’uomo tende ad anteporre tra sé e gli altri.

Ho motivo di congetturare che bene abbiamo affrontato la questione già Socrate e Platone. Perfettamente consapevole delle questioni della prossemica, Aristotele al quale non sfuggì, certo, l’importanza di una disciplina semiologica che studia i gesti, il comportamento, lo spazio e le distanze all’interno di una comunicazione, sia verbale, sia non verbale. Basti ricordare, e alla ministra è superfluo raccomandarlo, l’individuazione del “Lykeion”, il luogo dove Aristotele fondò la scuola che, per questo fu chiamata Liceo o, anche peripatetica. Ecco, forse, l’idea, signora Ministra, il Peripato! Come lei sa, questa “passeggiata”, (patèo, camminare) questo vuol dire in greco, era ideale per fondare una dottrina da discutere serenamente e avviare al lungo cammino che la porterà sui nostri banchi di scuola. Fermi, fermissimi. Io mi sono seduto su molti e diversi banchi di scuola immobili e piuttosto consunti dal continuo strofinio di molti fondoschiena di discepoli inquieti e, spesso annoiatissimi.
Passeggiando s’impara! Potrebbe essere il motto che farebbe risparmiare molti soldi al governo. Temo, però, che sarebbe troppo difficile da organizzare. Data anche la penuria di spazi di madre natura da condividere.

Molti sono stati i ministri della Pubblica Istruzione in Italia che ci avranno pensato, pur senza l’incombenza dell’epidemia, ma non abbiamo notizie di risultati soddisfacenti. Forse l’onorevole Azzolina può documentarsi con più comodità di quanto non possa essere a me permesso. Sono certo, infatti che nei saloni del ministero non mancheranno i ritratti dei personaggi che hanno avuto la delicatissima incombenza di essere Ministri della “Scuola”!

Mentre decide sui banchi da usare e sull’orario delle lezioni, sui turni di orario scolastico, la Ministra potrà ispirarsi al pensiero di Francesco De Sanctis la cui celebrità di storico e critico letterario supera per fama il suo prezioso lavoro governativo. Potrà ricordare, memore e grata, l’opera del Ministro Coppino che, nel 1877 promulgò la legge che porta il suo nome sulla scuola elementare obbligatoria. De Amicis lo ricorda memore e grato. Proseguendo nella promenade incontrerà, la Ministra, l’effige di V.E. Orlando, del citato ministro Croce, di Bottai, di Adolfo Omodeo, di Guido De Ruggiero. Forse i solerti impiegati avranno buttato via il ritratto del Ministro Gentile, autore della riforma che ha preso il suo nome, assassinato nel 1944. Non per la riforma, credo. E, poi, l’icona di Antonio Segni, di Gaetano Martino e quella indimenticabile di Aldo Moro. Come tacere di Giovanni Spadolini, di Luigi Berlinguer, dell’indimenticabile Tullio De Mauro. Io taccio volentieri di coloro che abolirono lo studio del Latino nelle scuole medie inferiori. Anzi, di fatto, cominciarono a demolire la scuola italiana.

Signora Ministra, ella ha una età che mi lascia supporre che non abbia frequentato le scuole medie che ho frequentato io, quelle con le classi affollate di alunni, quelle dei doppi turni delle appassionanti spiegazioni degli onesti maestri e professori, quella gente che, solo per il fatto di amarci, sapeva insegnarci il bene e il giusto. C’erano tra di noi i Franti sfaccendati e discoli, ma eravamo amati da molti Maestri Perboni. Questi, i maestri, oggi, a sentir ridurre i problemi della scuola italiana alla scelta dei banchi, al problema degli orari, ai centimetri che devono separare gli alunni e la gente della scuola, si darebbero da fare per darle una mano, per aiutarla a non demordere, a difendere il buon lavoro del Ministro Speranza, ma, anche a non dimenticare che la scuola è una comunità. Lo è più di un bar, di uno stabilimento balneare, di una discoteca, di un campo sportivo: non occorre essere Aristotele per capire che si può obbligare i giovani a moderare le bisbocce, a mettere in atto tutte le misure e le rinunce che il buon senso e la scienza suggeriscono, che devono rinunciare per qualche tempo alla stupidità dell’ebbrezza collettiva delle movidas. Ma devono esigere di tornare a scuola, in una scuola che sia quell’espressione della comunità, della volontà collettiva di un popolo di riflettere sulla propria identità, sul destino che sceglieranno come soggetto sociale. Si domandi come avrebbero fatto i suoi predecessori. Leggendo la lista approssimativa dettatami dalla buona memoria del mio amico Pasquale Bellini con il quale, scansando una movida, ho cenato ieri, credo di poter dire che l’Italia, trasversalmente, ha sovente attribuito grande importanza al ministero che lei, oggi, ha il pesantissimo compito di dirigere.

Non vorrei essere nei suoi panni, come dicevo.

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