Martedì 11 Agosto 2020 | 12:25

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Davvero ci piace andare sull'hoverboard o sul segway? Sono strumenti da tentativo di suicidio quotidiano, come la sfida notturna tra automobili in Gioventù bruciata

Quella gioventù spericolata che sfreccia con il monopattino

È come quando tutti cominciarono ad andare pazzi per il curling, sì, quel curioso sport che si gioca con le scope sul ghiaccio. Ora abbiamo dimenticato anche di averne guardato certe finali a tarda notte in televisione, perfino con vaga adrenalina. Nel senso che in qualsiasi tempo la saetta delle mode ci trafigge il cuore e ci fa innamorare dell'impossibile. Come ritrovarsi fanatici della mobilità elettrica. Ambientalismo o tendenza? Modernità, praticità o current fashion? Davvero ci piace andare sull'hoverboard o sul segway? Sono strumenti da tentativo di suicidio quotidiano, come la sfida notturna tra automobili in Gioventù bruciata. Vediamo se sopravvivo, vediamo se vagamente posso assomigliare a James Dean.

Non banalizziamo. Il tema è ben più ampio e interessante perché l'introduzione della mobilità elettrica nelle nostre città comporta un ripensamento di abitudini sociali ispirato anche dall'emergenza sanitaria dalla quale - a fatica - riemergiamo. Il Covid ha cambiato i nostri gesti e le nostre priorità. Dobbiamo, almeno per ora, abbandonare ogni forma di promiscuità, come i mezzi di trasporto pubblico o formule fantasiose che pure stavamo sperimentando, vedi l'idea del blablacar, una sola macchina per tante persone magari sconosciute tra loro: meno smog, meno spese. Oggi tutto questo sembra paradossale. Dobbiamo muoverci da soli. Dobbiamo familiarizzare con una solitudine obbligatoria che rischia di confinare nella tecnologia i nostri ultimi spasmi di empatia.

Ed eccoci sfrecciare su marchingegni elettrici nel tentativo di coniugare sicurezza e ambiente, da una parte evito il contagio, dall'altra tolgo di mezzo l'ennesima marmitta. Tutto molto etico. Certo, se gli eroi di monopattini & affini evitassero di andare controsenso, sbucare dal nulla e cercare ostinatamente lo scontro fisico, sarebbe anche più nobile il fine ecosostenibile della loro esistenza urbana. Qualcuno dirà: ma preferite il caos incivile di quelli che con la macchina vogliono andare fino al bancone del bar a prendere il caffè? No, certo. Ma le città vanno ripensate senza lasciar varchi all'anarchia.

Tutti vorremmo la nostra straordinaria Metropolis, i trasporti perfetti via aria e via terra della visionaria pellicola di Fritz Lang, nel frattempo facciamo i conti con l'eredità di una mobilità difficile e selvaggia, con la subcultura della doppia e tripla fila, con pedoni, ciclisti e automobilisti che si affrontano per strada come su un campo di battaglia.

Ultima considerazione sull'innovazione tecnologica. Come ci insegna Douglas Adams è tutta una questione di marketing: «L'Enciclopedia galattica definisce il robot "un apparecchio meccanico destinato a svolgere il lavoro di un uomo". La Divisione Marketing della Società cibernetica definisce il robot "l'amico di plastica con cui è bello stare"».

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