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Una riflessione sulla volontà di reintrodurre il sistema di voto proporzionale puro

Elezioni

La volontà espressa dai principali partiti dall'attuale maggioranza di governo di presentare a breve il testo di una "nuova" legge elettorale di carattere proporzionale, per l’elezione di Camera e Senato, sarà questione centrale nel dibattito politico interno dei prossimi mesi, in un clima già reso teso dalla sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la richiesta di referendum, dai contenuti diametralmente opposti, avanzata da 8 regioni, per eliminare la quota proporzionale delle attuali leggi elettorali che regolano l'elezione della Camera e del Senato, così da pervenire ad un sistema maggioritario pieno, a collegi uninominali.

Trascuro di intrattenermi sugli esiti dell’iniziativa referendaria.

Sia perché non mancano, sulle pagine di tutti i quotidiani, disquisizioni di natura politica e tecnica al riguardo, sia perché cosa fatta capo ha.

Ritengo fondamentale, invece, una riflessione sulla cennata volontà di reintrodurre il sistema di voto proporzionale puro, sia pure corretto da una soglia di sbarramento, senza che l’elettore esprima preferenze sui candidati proposti dai partiti.

Si potrebbe dissertare molto degli effetti sulla governabilità di un tale sistema o sulla opportunità di privare gli elettori del diritto di scelta dei propri rappresentanti, ma la risposta che riceveremmo sarebbe scontata e cioè che il riparto dei seggi con metodo proporzionale rappresenta il massimo della democrazia rappresentativa, che esso ha dato ottimi risultati altrove tanto che è stato ribattezzato Germanicum, con chiaro riferimento alla Repubblica Tedesca, che l’elezione dei parlamentari sulla base di un listino evita accese e costose campagne elettorali, con spese molto alte a carico dei candidati, obbligati a reperire le necessarie risorse.

Se sotto il profilo morale la cosa appare meritevole di considerazione, tuttavia, sul piano qualitativo e del rapporto elettori - eletto, l’esperienza degli ultimi anni consiglia di meditare sull'opportunità di lasciare ai partiti piena discrezionalità nella scelta dei candidati obbligandoli, almeno, a presentare persone in possesso di sufficiente esperienza politica e di governo, maturata in incarichi di crescente responsabilità o provenienti dal mondo accademico, scientifico e dell’alta amministrazione pubblica; non solo gente, quindi, armata di buoni propositi, ma preparata a disimpegnare il compito gravoso di guidare un grande Paese industriale, che ha bisogno di essere saldamente governato, specie in tempi di ricorrenti tempeste finanziarie e commerciali e di forti conflittualità internazionali, nella lotta per accaparrarsi le fonti di energia e le materie prime a tutti necessarie, come accade nell’area mediterranea.

Non entro nella polemica tra chi vorrebbe, per convinzione o per calcolo, l'introduzione del maggioritario nelle sue varie graduazioni, sistema che comunque garantisce il consenso degli elettori sulla credibilità dei nomi proposti, e chi manifesta preferenza per il sistema elettorale proporzionale. Visto, infatti, che questa seconda ipotesi sembra godere dei maggiori numeri per vedere la luce, è utile occuparsi di essa, sperando che nell’elaborazione legislativa siano adottati alcuni accorgimenti minimi.

In particolare, occorre che la soglia di sbarramento per partecipare alla assegnazione dei seggi sia effettiva e non vanificata da correttivi di segno opposto, magari in nome del cosiddetto diritto di tribuna e che sia prevista una limitazione, nelle forme costituzionalmente possibili, del titolo degli eletti di cambiare casacca ad nutum o secondo utilità, creando ulteriori difficoltà di governabilità, legate queste non più alla dialettica politica ma alla variabilità del numero di parlamentari su cui la maggioranza di turno può contare.

Tali problematicità sono da sempre presenti nel sistema elettorale proporzionale e di ciò si resero ampiamente conto, già nei primi anni della Repubblica, coloro i quali furono chiamati a governare la nostra Italia, tanto che nei primi anni cinquanta si pensò di assegnare un premio di maggioranza alla coalizione o al partito vincente.

Il tentativo etichettato con il termine di legge truffa fallì senza appello e non può sottacersi che nei tempi attuali le difficoltà di governabilità sono certo maggiori di quelle che si manifestarono in un periodo storico caratterizzato dalla presenza di personalità di alta statura morale, di una classe dirigente di riconosciuto spessore e in cospetto di un quadro politico amministrativo molto più semplice di quello attuale, essendo le Regioni divenute operative solo venticinque anni dopo la nascita della Repubblica.

È doveroso ricordare, inoltre, che la materia elettorale è stata, nel nostro Paese, motivo di continuo travaglio, tano che non è velleitario dire che si è provato di tutto per raggiungere un assetto stabile nel settore, con la conseguente conclusione che qualsiasi sistema elettorale, con i suoi pregi e i suoi difetti, può dare risultati utili solo se gli attori sulla scena antepongono il bene comune agli interessi di parte, prendendo a modello ciò che avviene nelle grandi democrazie occidentali.

Giova tenere presente, sia pure sommariamente, che dalla nascita della Repubblica sino all’anno 1992 l’elezione di Camera e Senato, pur con alcune differenze, è avvenuta con sistema proporzionale.

Nel 1993 è stato introdotto il sistema maggioritario (c.d. Mattarellum) per rafforzare il ruolo degli elettori nella scelta della maggioranza e del programma di governo e di contribuire per questa via ad una maggiore stabilità degli esecutivi; ciò anche a seguito di due referendum abrogativi incidenti sul precedente sistema elettorale. Nel 2005 si è tornati al proporzionale corretto (c.d. Porcellum) con soglie di sbarramento e premio di maggioranza.

Nel 2017 si è cambiato di nuovo, introducendo un sistema misto (c.d. Rosatellum) che ha previsto che il 37% dei seggi sia attribuito con sistema maggioritario uninominale a turno unico e la restante quota sia ripartita mediante un metodo proporzionale con varie clausole di sbarramento, ma all’elettore, ancora una volta è stato precluso il voto di preferenza e il voto disgiunto.

Di ciò si potrà riparlare più diffusamente, salvo osservare da subito, che per ottenere un risultato efficace e duraturo occorre procedere senza fretta e con adeguati approfondimenti, coinvolgendo al massimo le forze politiche ed evitando di legiferare con risicate maggioranze che, nell’attuale liquidità del voto popolare hanno prospettiva breve.

Carlo Schilardi - già Prefetto della Repubblica 

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