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Mario Draghi ha rappresentato l’eccezione italiana al quadretto testé illustrato

Le parole di Draghi non diventino prediche inutili

È raro che un uomo delle istituzioni possa essere gratificato da un’ovazione generale al momento del congedo dalla sua carica. È raro perché, di solito, chi governa deve essere abituato a pronunciare molti no. Anzi, più si è in alto nella scala del potere e delle responsabilità, più è lunga la lita dei no da ripetere a destra e a manca. Ma chi dice troppi no deve mettere in conto una vita di solitudine, tra finti amici e veri nemici. Il che non costituisce una garanzia di serenità. E di popolarità.
Mario Draghi ha rappresentato l’eccezione italiana al quadretto testé illustrato. Ha detto parecchi no ai falchi del rigore, ma nessuno, fra questi, gli ha mai fischiato contro, nessuno ha mai messo in dubbio l’onestà di intenti del Nostro. Draghi ha spesso tirato le orecchie anche ai cantori della flessibilità, cioè dell’indebitamento pubblico a oltranza, ma pure in queste circostanze nessuno ha mai accusato il presidente della Bce di avere l’insensibilità di un essere senza cuore.

Solo l’ex ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schauble, ha ammesso di aver avuto pareri diversi da Draghi, ma ha indicato nell’italiano approdato alla Bce il timoniere che ha salvato l’euro. Insomma, anche il duro per antonomasia della politica teutonica ha dato a Draghi quel che è di Draghi: il merito di aver tutelato la moneta comune e, di conseguenza, la stessa Europa. Non è un caso che oggi, in Francia e in Italia, né Marianne Le Pen né Matteo Salvini coltivano il disegno di uscire dal club della moneta unica. Segno che il simbolo concreto, metallico, dell’integrazione del Vecchio Continente, ha finalmente imboccato la strada dell’irreversibilità.

Schauble, però, pur coprendo di lodi l’amico rivale che ha appena lasciato Francoforte, non ha rinunciato a ricordare il motivo delle divergenze con lui, con Super-Mario.

In breve. Secondo il mastino della Merkel, la politica monetaria di Draghi culminata nel pompaggio di liquidità per prevenire la speculazione, salvare gli stati sotto tiro e salvare l’euro, ha reso più semplice per i singoli governi evitare l’appuntamento con le riforme-riforme. «La politica - sostiene Schauble - tende sempre a prendere le decisioni impopolari soltanto quando non c’è un’alternativa più facile. E io considero questo comportamento dei governi un problema molto più grave di quanto non faccia Draghi».
Sarà. Sarà che il quantitative easing ha forse rigenerato in qualcuno quell’«illusione finanziaria» (Amilcare Puviani, 1854-1907) che induce parecchi governi, non solo in Italia o in Europa, a rimandare la stagione della serietà nella gestione dei conti pubblici, ma chissà come sarebbe andata a finire se Draghi avesse optato per un’altra soluzione, più dogmatica. Probabilmente sarebbe saltato tutto. Altro che Brexit, o mal di pancia di qua e di là. La costruzione europea si sarebbe frantumata in mille pezzi, con le piccole patrie pronte a riprendersi il «paradiso» perduto.

Né si può sostenere che Draghi sia stato un medico pietoso (che, si sa, solitamente lascia morire i malati) di fronte all’allergia, alla renitenza degli stati a varare politiche di attenzione alla finanza pubblica. Ogni discorso di Draghi conteneva e contiene tuttora un pressante invito ad accelerare la fase delle riforme che, pure, a parole, molti governanti assicurano di voler realizzare. E le riforme cui pensa Draghi non sono quegli interventi all’acqua di rosa buoni solo per strappare un titolo sui giornali o una presenza nei salotti televisivi. Sono riforme tese a velocizzare il processo decisionale, a rinnovare l’apparato industriale, ad ammodernare il sistema bancario, a disboscare gli enti pubblici, a deburocratizzare il mercato, ad agevolare la concorrenza. Sono riforme tese ad avvicinare, a uniformare il Belpaese a stati, in Europa, che hanno già introdotto profonde misure innovative nei loro modelli economici.

Ecco perché, a dispetto di molte dichiarazioni di intenti, difficilmente a Draghi verrà mai proposto di guidare una compagine di governo con l’obiettivo di risanare il sistema Italia. Solo se il Paese dovesse rivivere una situazione drammatica come quella del 2011, quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiamò al capezzale della nazione il professor Mario Monti, ecco solo in circostanze più o meno simili si potrebbe bussare allo studio di Draghi per chiedere a quest’ultimo di mettersi alla guida del governo. Ma fino a quando la situazione, per parafrasare Ennio Flaiano (1910-1972), rimarrà seria, ma non tragica, nessuno farà il primo passo per spingere l’ex presidente Bce a trasferirsi a Palazzo Chigi. E di sicuro nemmeno Draghi ambirebbe a un traguardo del genere, specie se affrettato dalla drammaticità degli eventi.

Draghi al governo comporterebbe alcuni vantaggi oggettivi: chi oserebbe in Europa contestare una manovra, una legge di stabilità firmata dal salvatore dell’euro? E chi oserebbe in Italia criticare i contenuti di un decreto fiscale sottoscritto dal tecnico forse più autorevole in Europa? Su questo secondo quesito, la risposta è meno scontata e consolatoria rispetto al primo. In Italia potrebbe accadere che una manovra economica confezionata da Draghi possa incontrare un fuoco di sbarramento in grado abbattere pure un’armata napoleonica. Infatti, l’Italia è questa. È il Paese più riottoso a cambiare.
Il paradosso è che questo Paese abbia consegnato all’Europa il meno italiano fra i suoi figli. Il paradosso è, anche, che il figlio del Paese più discolo nei confronti dei precetti dell’Unione si sia rivelato il più coriaceo e intelligente nel difendere l’intera impalcatura comunitaria.

In fondo, l’idea di Europa unita proveniva, nel secolo scorso, dagli Altiero Spinelli (1907-1986) e dai Luigi Einaudi (1874-1961), vala e dire dall’intellettualità più lungimirante espressa dalla Penisola.
Draghi si è messo su quel solco e ha salvato tutti. E salvando l’Europa ha salvato l’Italia. E salvando l’Italia ha salvato il Sud. Sud che senza Europa si troverebbe spacciato persino nel Mediterraneo. Ecco perché specie gli ultimi interventi di Draghi, a sostegno delle riforme, andrebbero studiati nelle nostre scuole, affinché non facciano la stessa fine delle «prediche inutili» di Einaudi.

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