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Nuova musica per il Sud (con qualche stecca)

BARI - Allarme. E’ imbarazzante dover salutare così il governo potenzialmente più meridionalista degli ultimi decenni. E i ministri Boccia e Provenzano in particolare. Ma dal programma di governo sono spariti i Lep. Sono i Livelli essenziali di prestazione, il funzionamento e la qualità che dovrebbero essere garantiti (e ora non lo sono) ai servizi pubblici nelle città del Sud. E il cui adeguamento fermo da dieci anni doveva essere la condizione per andare avanti con l’autonomia rafforzata chiesta da tre regioni del Nord. La loro imprevista assenza dal testo diffuso rinnega il solenne impegno dei Cinque Stelle quando erano con Salvini.

Risultato: al Nord si concederà l’autonomia, c’è un ministero apposta per questo. Ma col rischio che avvenga senza che siano prima adeguati i servizi al Sud (dalla sanità ai trasporti, dalla scuola all’assistenza) tutti sotto il minimo richiesto dalla Costituzione e dalla decenza. E come sempre a danno della qualità della vita. Ma può il Sud continuare a subire questa ingiustizia, che lo condanna alla disoccupazione e alla fuga dei suoi ragazzi? E da un governo in cui non c’è più la Lega suo nemico giurato?

Non si dovrebbe continuare a trattare così non solo il principale problema del Paese, ma anche l’unica occasione per far crescere l’intero Paese se solo il Sud fosse messo nelle condizioni di svilupparsi con i mezzi che ora non ci sono, compresi appunto i servizi. Il Sud che è la salvezza di tutti. Nel programma, è vero, si parla di un <fondo di perequazione per garantire a tutti i cittadini la medesima qualità dei servizi>: ma si sa come sono i fondi, scompaiono alla prima necessità. Si dice anche che <è necessario completare il processo di autonomia differenziata> di Lombardia, Veneto ed Emilia. Aggiungendo che deve essere <giusta e cooperativa>, più generico di chi dicesse che è meglio vivere che morire. E che la medesima autonomia non deve andare a scapito del <principio di coesione nazionale e di solidarietà>, quelle inesistenti dall’unità in poi. E ancòra inesistenti se non cambia ciò che finora ha danneggiato il Sud.

Cioè la spesa pubblica. Sulla quale ripetersi è più noioso del film <La corazzata Potemkin>. Per ogni cittadino pugliese, questa spesa è di 13.042 euro l’anno, per ogni lombardo di 16.979. Per ogni cittadino del Centro Nord, spesa di 17.065, per ogni meridionale di 13.394. Pugliesi e meridionali che per lo Stato valgono meno. Tutto a danno, appunto, dei servizi al Sud. Benché dieci anni fa l’ultima legge sul federalismo prevedesse che si calcolassero i <fabbisogni standard> sia al Nord che al Sud. Mai fatto. Essendo invece andati avanti da allora, <temporaneamente>, con la spesa <storica>, si fa come sempre fatto: più al Nord. Senza il calcolo dei Lep, si continuerebbe così.

Ma siccome quando si parla di impegni per il Sud non c’è mai limite al sospetto, non è finita. D’accordo che un programma di governo non possa essere troppo particolareggiato altrimenti si litiga prima di cominciare. Ma non vi compare un’altra delle incompiute per il Sud: la perequazione infrastrutturale. Treni, strade, porti, aeroporti, telecomunicazioni. Senza perequazione, sulle ferrovie del Nord si corre a 300 chilometri all’ora, al Sud a 65. Né nel programma compare un altro impegno non meno sacrosanto di un tabernacolo: portare al 34 per cento del totale nazionale la spesa corrente e per investimenti al Sud, cioè quanto la percentuale della sua popolazione. Se si tiene conto che non ha mai superato il 28 per cento, sono 61 miliardi l’anno sottratti al Sud. Ciò che avrebbe potuto far salire il Pil, il reddito meridionale, di almeno un 2 per cento annuo: sufficiente per cominciare a creare nuovo lavoro. E a trattenere la meglio gioventù del Sud.

Tutto in dubbio, benché nello stesso programma si scriva anche che <va lanciato un piano straordinario di investimenti per la crescita e il lavoro al Sud>: ciò che si dice da Adamo ed Eva in poi. Nel frattempo via libera all’autonomia di quelli che non solo finora hanno beneficiato dell’appena visto trattamento di favore. Non solo hanno incassato di più da uno Stato accusato di dare i loro soldi al Sud. Ma di chi vuole continuare a prendersi quei soldi. Anzi addirittura trattenere le sue tasse, perché i ricchi non solo avrebbero più bisogni dei poveri (ci mancherebbe), ma anche più diritto di soddisfarli. Sottraendone le risorse al resto del Paese. Centonovanta miliardi l’anno in meno, è stato calcolato. Ciò che significherebbe servizi ancòra peggiori al Sud: esempio, la chiusura di una scuola e di un ospedale ogni quattro.
Però è un governo del cambiamento. Con premesse così incerte, poco cambierebbe per il Sud. Eppure l’egoismo dei ricchi stavolta ha lasciato tracce al Sud. Una reazione civile e sociale inedita e incoraggiante. Conviene al nuovo governo parlare di dimenticanza e correggere quel programma.

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