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Lo stonato «sorry» alla Cina

«Fuck off chinese, japanese, shut up!». Il sergente americano che probabilmente c’avrà avuto un suo fratello, cugino, cognato, zio, amico ancora combattente nello scacchiere del Pacifico così si rivolgeva sul lungomare di Bari, altezza Albergo delle Nazioni, ad un gruppetto di «vastasi» fra i 10 e 12 anni per spiccicarseli di dosso. Ovviamente la richiesta altro non era che qualche tavoletta di chewing-gum. Il sergente O’ Malley della MP della V Armata americana (sicuramente razzista) non immaginava che i suoi figli, nipoti e pronipoti si sarebbero un bel dì ritrovati con un presidente degli Stati Uniti d’America nero.

Ma tant’è che in quel momento storico (correva l’anno 1945 metà maggio) di nemici erano rimasti soltanto i coriacei giapponesi, con i loro aerei kamikaze di legno e tela ma stracarichi di tritolo contro le navi nemiche e con i loro assalti alla baionetta delle varie Iwo Jima del Pacifico al grido di «Banzai!». Di bombe A ancora non si parlava e pertanto O’ Malley sfogava la sua rabbia classificando alla rinfusa quei vastasi (me compreso) «ciainiis, japaniis». Per la verità io non avevo mai visto un cinese ma circa 3 anni dopo un muso giallo fece la sua apparizione in corso Cavour verso «La Sem». Munito di una valigia marrone di fibra su scannetto, ivi si era installato e prelevava pettini dall’interno di essa e contro la stessa ne sfregava con forza i denti larghi e stretti, ottenendo subito un circolo di curiosi non si sa bene se attirati più dai pettini o dal cinese.

Il vocabolario del piazzista era pressoché inesistente, sopperito dallo stridio dei pettini sulla fibra. Le uniche parole proferite erano «cinque lille – cinque lille» (in realtà si trattava di 5 Am-lire). Oggi come oggi gli stores di chincaglierie cinesi qui a Bari sono in crescita continua e, guarda caso, si vanno estendendo a macchia di leopardo all’intorno di corso Cavour, segno che il «chinese first» aveva intuito la location giusta sin dal 1948. Premetto che sono un taoista convinto e che ho assorbito agevolmente (cosa non facile) la millenaria filosofia cinese del Tao, ivi compreso l’assioma - «Il Tao non esiste» - che ha come corollari il principio del - «Primo Motore Immobile» - , seguito dal - «Non agire per raggiungere il massimo risultato» -.
Ma ritorniamo alla Cina a noi più vicina, da quella post-maoista a quella neo-capitalista, sui progressi economici della quale già da qualche lustro si sprecano mirabilia. Come per esempio che i magnati dell’ex Celeste Impero si stanno comprando mezzo mondo e non sto parlando, chessò, dell’Inter o del Milan ma dell’Africa intera, sulla quale stanno man mano mettendo una grossa ipoteca forti dei loro enormi capitali.

Quando sentivo dire che tra non molto i grattacieli di Shangai supereranno quelli di Manhattan stentavo a crederci. Poi c’è sempre il riccone cinese che ti compra il Van Gogh o il Picasso da 100 mln di dollari.
Chiedetelo a Sotheby’s. Per il mercato dell’arte contemporanea e della moda ormai la Cina se la batte con gli USA. Ci avreste mai creduto? E pertanto che ti fanno D&G? Ti vanno a Shangai a progettare la sfilata del secolo (100 mln di dollari il costo) snobbando New York. Il resto è cronaca di questi ultimi tempi. È bastato uno spot azzardato, reputato razzista se non sessista e oltraggioso per aver ridicolizzato le classiche bacchette (con le quali la giovane attricetta tasta delicatamente un maxi cannolo fallico prima di iniziarne la degustazione) per mandare tutto a carte quarantotto. Sfilata annullata, idem per e-commerce in tutta la Cina. Addio Alibaba! Ve la sareste immaginata voi tanta suscettibilità in una Nazione nella quale vi sono dalle 2 alle 5 mila esecuzioni capitali l’anno? Ma fino al 2012 se ne contavano anche 10 mila, il tutto coperto dal segreto di stato. Nella classifica la Cina è seguita dall’Iran dove però almeno imperversa un’interminabile guerra. È possibile che nel Consesso civile si sorvoli su tale efferatezza? D’accordo che «les affaires sont les affaires» e che D&G hanno toppato sullo spot per il quale, in saio simil-francescano, si sono umiliati. Ma non so se i due ipercreativi si son resi conto che dietro la facciata dei plutocrati made in Shangai «c’è del marcio…». Comunque loro le scuse le hanno fatte in mandarino: per quelle della Cina al mondo civile non basterebbe l’intero raccolto stagionale dei limoni della penisola di Sorrento. E ovviamente di un’annata buona.

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