Domenica 16 Giugno 2019 | 08:36

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Se non ci fossero all’orizzonte le elezioni europee e, forse, le stesse elezioni politiche (anticipate), quasi certamente il contenzioso tra Europa e Italia sulla manovra in deficit si sarebbe risolto da un pezzo

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Se non ci fossero all’orizzonte le elezioni europee e, forse, le stesse elezioni politiche (anticipate), quasi certamente il contenzioso tra Europa e Italia sulla manovra in deficit si sarebbe risolto da un pezzo. Come? Con una nuova pioggia di tasse, giustificata dagli ideatori come una necessità («contabile») ineludibile e una misura («giusta») nel segno della lotta alle disuguaglianze sociali. La vicinanza al voto in primavera deve aver frenato la tentazione di affidarsi alla classica patrimoniale, anche se le avvisaglie di un ricorso al supercarico fiscale per tentare di quadrare, sia pure parzialmente, i conti, si notano a chiare lettere.

L’eliminazione di molte detrazioni e, ora, l’idea di introdurre un’imposta unica sugli immobili (sommando Imu e Tasi) col preventivo rialzo dei limiti della tassazione locale nella facoltà dei Comuni, vanno in questa direzione. Non c’è bisogno di un corso speciale di economia politica per dedurre che la musica non cambia: tosare i contribuenti per finanziare le spese e gli obiettivi elettorali dei governi.
La voglia di spendere in barba ai criteri di (auto)disciplina finanziaria stabiliti dai trattati europei autorizza poi i partner dell’Unione a comprensibili, dal loro punto di vista, sollecitazioni e suggerimenti: «Se voi italiani siete così amanti del debito pubblico, perché non lo riducete attraverso i vostri risparmi privati, che sono tra i più massicci al mondo?». Già, non è mica semplice rispondere a osservazioni di questo tenore. E non è escluso che, un giorno, se dovesse continuare la brama debitoria, contrabbandata come legittima aspirazione alla flessibilità delle politiche economiche nazionali, non si arrivi a soluzioni drastiche, sulla falsariga del prelievo forzoso dai conti correnti che scioccò l’Italia nel fatidico 1992.

Per fortuna, verrebbe da dire, gli italiani vanno a votare ogni anno (tra europee, politiche, regionali, amministrative). Il che mitiga alcuni impulsi tassaiòli dei governi. Ma è anche vero che il susseguirsi di appuntamenti elettorali a vario livello favorisce l’irresponsabilità finanziaria del ceto politico, sempre a caccia di consensi nella società, a iniziare dagli appuntamenti elettorali.
Gira e rigira, il conto più salato, di patrimonialina in patrimonialina, lo paga la platea dei contribuenti, soprattutto quella fascia in regola con gli obblighi e le scadenze fiscali. Come si possa immaginare di attivare la ripresa economica attraverso il rialzo continuo del monte impositivo, rimane francamente un mistero. Nulla favorisce la depressione economica, e pure quella psicologica, più di un salasso tributario. Se davvero le aliquote della tassazione assicurassero benessere e soddisfazione allora si potrebbe/dovrebbe portarle fino al 70%-80%, così tutti (si fa per dire) vivrebbero felici e contenti (!), e così potremmo vedere chi avrebbe ancora il desiderio e la forza di mettersi alla stanga ogni mattina.
Si dice: la lotta alle disuguaglianze richiede interventi fiscali drastici se vogliamo ottenere la redistribuzione della ricchezza. La Storia dimostra che senza accumulazione e senza crescita economica nessuna redistribuzione è possibile, a meno che non ci si accontenti della spalmatura della decrescita o della miseria.

A onor del vero, è da circa 30 anni che ogni legge finanziaria colpisce chi possiede di più, e non sembra che, finora, questi interventi fiscali abbiano prodotto gli effetti sperati. Anzi, forse hanno contribuito a ingolfare le scorciatoie degli evasori, gli unici beneficiari di cotanto accanimento da parte del Grande Fratello tassatore..
Chi si è attenuto alla legge, chi ha onorato tutti i nuovi gravosi impegni con il fisco, di sicuro non ha visto crescere il valore del proprio patrimonio, dato che la voce immobiliare si è deprezzata come non mai (dopo la crisi iniziata nel 2008) e quella mobiliare ha provocato, nelle famiglie, più patemi d’animo di un figlio scavezzacollo. Non a caso, oggi, sono in molti a cercare di mettere al riparo oltre frontiera, nei siti più sicuri, i propri beni liquidi.
Ogni governo dovrebbe cercare di rasserenare, o addirittura coccolare, il popolo dei risparmiatori. Dovrebbe farlo perché solo i risparmiatori possono trasformarsi in investitori; perché solo i risparmiatori, sottoscrivendo i titoli del debito pubblico, consentono allo Stato di mantenere e stipendiare la sua macchina socio-amministrativa e di garantirne i servizi. I risparmiatori non si chiamano Soros o Rotschild. I risparmiatori sono le persone comuni che vivono per il futuro, non per il presente, perché solo se si risparmia oggi si può consumare domani.
Più che tra destra e sinistra, tra Nord e Sud, tra Rivera e Mazzola, tra Roma e Milano, tra Gina Lollobrigida e Sophia Loren, il vero dualismo del Belpaese verte sulla coesistenza di un alto debito pubblico e di un altrettanto elevato risparmio privato. Segno che il detto «vizi privati, pubbliche virtù» andrebbe aggiornato se non addirittura rovesciato, alla luce dei riferimenti reali.

Conclusione. Il risparmio, in Italia, è un atto di legittima difesa, un principio di precauzione nel timore di cattive sorprese da affrontare all’improvviso. Guai, allora, a infierire nuovamente, su imprese e dipendenti, a colpi di nuove tasse e addizionali varie. Altrimenti nemmeno un governo formato da San Francesco (1182-1226) e Padre Pio (1887-1968), due specialisti della materia, riuscirebbero nel miracolo di salvarci.

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