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La lezione (non solo) politica del caso Raggi

Con la stessa velocità di un battito di ciglia coloro che davano la Raggi per spacciata si sono precipitati a manifestarle stima, amicizia e sostegno. Dentro e fuori il Movimento.

La lezione (non solo) politica del caso Raggi

La promozione di Renato Marra da parte di Virginia Raggi è avvenuta senza dolo. Con la sentenza di assoluzione della sindaca di Roma perché il fatto non costituisce reato si chiude, almeno per il momento, una vicenda giudiziaria emblematica, anche se di certo non si esauriscono gli effetti di matrice politica. Bisogna essere onesti e ricordare che l’inchiesta penale era stata usata nel dibattito pubblico per precostituire le condizioni di un cambio al Campidoglio. Chi non voleva più la Raggi ha confidato fino all’ultimo negli sviluppi giudiziari del caso. Lo stesso Di Maio, dando per probabile la condanna, aveva anticipato che nell’eventualità di un esito negativo del processo di primo grado la Raggi avrebbe dovuto dimettersi. Invece no.

Con la stessa velocità di un battito di ciglia coloro che la davano per spacciata si sono precipitati a manifestarle stima, amicizia e sostegno. Dentro e fuori il Movimento. “Sono stati spazzati via due anni di fango, vado avanti a testa alta” ha detto la Raggi al Tg1 sabato sera, commentando a caldo la decisione del giudice monocratico. Con l’assoluzione della prima cittadina romana, esponente di spicco del M5S, il discorso si sposta ora dal versante giuridico a quello politico. Ed è all’interno di questo ambito che vanno ricercati alcuni punti fermi del ragionamento che qui stiamo effettuando. Ci si chiede cosa insegni questa vicenda, insomma quale morale si possa trarre da un caso come questo. Un caso nel quale profili giuridici ed etici si intrecciano a criteri di valutazione della capacità amministrativa della classe dirigente scelta dagli elettori romani. Ma procediamo per punti.

Punto primo. Un Paese come l’Italia, che ha conosciuto le distorsioni connesse all’uso della giurisdizione a fini politici e i pericoli della commistione tra una “certa” stampa ed una “certa” magistratura, dovrebbe riflettere sulla necessità di archiviare una volta per tutte questa stagione. Una stagione nella quale i provvedimenti giudiziari si mescolano ai giudizi politici, le dinamiche processuali si sostituiscono alla discussione (nel merito) delle decisioni assunte in esecuzione a quel disegno programmatico esternalizzato al momento della richiesta del voto ai cittadini. Una stagione nella quale regna sovrana la confusione tra i tre poteri dello Stato: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. A tal fine, è certamente condivisibile la posizione espressa da Matteo Salvini, il quale senza mezzi termini ha sostenuto che la Raggi va sconfitta dal punto di vista politico ed amministrativo e non certo con le sentenze. Affermazioni che evidentemente preludono ad una sfida diretta tra Lega e M5S nella Capitale. A ben vedere l’assoluzione della Raggi, avvenuta per uno strano gioco del destino nello stesso giorno in cui l’altra sindaca grillina, Chiara Appendino, era alle prese con la piazza torinese “pro Tav”, crea non pochi problemi ai Cinque Stelle. Li obbliga a rilanciare l’immagine di Roma e a restituire credibilità all’azione amministrativa del Campidoglio. Come è stato ricordato da più parti, con la rimozione dell’ostacolo giudiziario, ora non ci sono più alibi per la sindaca pentastellata.
Punto secondo. La vicenda Raggi dimostra quanto sia rischioso il sistema immaginato dai grillini. Il riferimento è al codice etico e comportamentale, legittimo nella sua encomiabile aspirazione ad enfatizzare il rispetto delle regole e della legge, ma oggettivamente complicato nella sua dimensione operazionale per scarsa compatibilità con il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza e per gli emendamenti più volte apportati in ossequio alla logica della “valutazione caso per caso”.

Punto terzo. Qualche minuto dopo la sentenza di assoluzione, il vice premier Luigi Di Maio si è scagliato contro i giornalisti da lui definiti “infimi sciacalli che ogni giorno, per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi”. Parole seguite dalle esternazioni di Di Battista che ha parlato di “pennivendoli” e di “puttane che si prostituiscono neppure per necessità, ma per viltà”. A parte per la gravità di giudizi così offensivi, manifestati da una carica istituzionale e da un soggetto politico all’indirizzo di un’intera categoria professionale, fatta oggetto di attacchi indiscriminati e peraltro non circostanziati, la questione rileva per almeno due motivi. Il primo motivo è rintracciabile nel disegno portato avanti dal Movimento Cinque Stelle già da alcuni anni e finalizzato all’indebolimento della funzione sociale di mediazione fra la realtà e il pubblico ad opera dei newsmaker. Funzione tipica di un’attività come quella giornalistica fondata su competenze tecniche (narrative e tecnologiche), relazionali ed etiche. La disintermediazione non è di per sé un rimedio. Lo è piuttosto la riflessione intorno alle molte forme di distorsione della realtà che si producono in modo volontario o involontario: deliberata intenzione di manipolazione o distorsione di sistema e per ragioni produttive, come nel caso di talune modalità di selezione, gerarchizzazione e trattamento del materiale notiziabile.

Non serve prendersela con i giornalisti, che pure dovrebbero fare un’autocritica per gli errori dovuti alla mancanza di chiavi interpretative adeguate e coerenti con la complessità della società postmoderna, ma anche per la tendenza alla iper-semplificazione e al riduzionismo concettuale e per un certo strabismo ideologico. Il problema, piuttosto, è quello di stabilire quale modello di politica si voglia accreditare, volendo intercettare a tutti i costi l’istanza di cambiamento proveniente dal tessuto sociale. Servono contesti in cui costruire quell’orizzonte di senso necessario se si vuole evitare che la percezione della realtà avvenga in modo troppo decontestualizzato e decorrelato. Chi detiene il potere rinunci ad atteggiamenti poco seri e si lasci “controllare” da chi, sia pur all’interno di un nuovo ecosistema comunicativo, rappresenta pur sempre il simulacro dell’opinione pubblica. Allo stesso modo, chi intende svolgere questa nobile funzione che gli anglosassoni chiamano “watchdog” (ovvero di “cane da guardia” della democrazia) nel respingere con determinazione attacchi ed insulti, si sforzi di recuperare autorevolezza, scacciando nelle retrovie della pratica professionale ogni tentazione di doppiopesismo e rinunciando al pregiudizio ed alla militanza. Non dimentichiamoci che la crisi della mediazione è anche crisi di credibilità. E ciò vale per la politica, ma anche per il giornalismo. L’Italia non è a rischio dittatura. Non scherziamo. Ma vale la pena di ricordare che non basta essere liberali. Bisogna anche apparire e comportarsi come tali. Certi eccessi nel linguaggio, certe deroghe alle convenzioni istituzionali non aiutano chi vuole portare avanti il cambiamento.

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